Mese: giugno 2011

Afterhours Live @Relentless Garage London

14/06/2011. Una data da ricordare perchè, dopo quasi un anno da “emigrata” a Londra, vedo una montagna raggiungere un Maometto che nella fattispecie sarei io. Gli Afterhours, già visti sette volte in gioventù, tra Milano e la Brianza, sono attesi nella capitale inglese, per un live al Relentless Garage.

Mi metto piuttosto vicino al palco, ma non in prima fila, con un amico italiano che vive dall’adolescenza all’estero e non li ha mai sentiti nominare, e mi preparo a godermi lo spettacolo, timorosa di dover ascoltare gran parte delle canzoni in inglese, ma rincuorata dal fatto che, visto che il pubblico è al 99% italiano, una scaletta tradotta sembra la scelta meno probabile da parte di Manuel Agnelli e soci.

Un piccolo asterisco sui gruppi di supporto: entrambi somigliano a qualcosa che ho già sentito, i Nylo a qualche non meglio precisata band di pop inglese, i più coinvolgenti Ocasan ai Panic! At the Disco.

Ma non era di loro che volevamo parlare.

Il mio ultimo concerto degli After era stato a Lampugnano, il 23/05/08. Una performance che avevo ritenuto abbastanza deludente, come il CD uscito immediatamente prima di quel tour: I Milanesi Ammazzano Il Sabato. Rispetto ad allora, gli Afterhours a Londra mi si presentano davanti con una variazione fondamentale in formazione: un ritrovato Xabier Iriondo al posto di Enrico Gabrielli. Ciò influisce decisamente sulla scelta delle canzoni e sulle sonorità annesse: I Milanesi Ammazzano il Sabato, con tutti gli eclettismi portati dal polistrumentista Gabrielli, sembra venir rinnegato, mentre ritornano prepotentemente i pezzi di Quello che non c’è, Non è per Sempre, e Ballate per Piccole Iene.

Manuel anche nel look sembra tornare agli inizi: capelli lunghi, maglietta nera aderente priva della manica destra e recante la scritta God is Sound. L’attacco è quello  che non t’aspetti: L’estate. In realtà, la stessa apertura era stata proposta durante un tour estivo del 2005 a cui avevo presenziato, e la canzone era stata riproposta in diversi concerti tenuti durante questa stagione.

Poi gli After attaccano sicuri con La Vedova Bianca. Sentire le parole in italiano ci fa capire che il “pericolo” di sentire tutte le canzoni di Ballate in inglese è scampato. Tuttavia c’è qualcosa che non va, Manuel si interrompe, si lamenta, continua a prendere la scossa dal microfono. La canzone non si ferma, lui lascia cantare noi. Si prosegue con La Sottile Linea Bianca: sul finale Manuel urla, incitato dal pubblico, mentre Iriondo guarda con aria spiritata il fondo del locale.

Si scende un po’ di tono con E’ Solo Febbre proposta in inglese. Canzone non bellissima di suo, in più il pubblico non riesce a sostenerla cantando. Per fortuna ci si risolleva subito: parte l’inizio di Bunjee Jumping, che travolge con il suo impatto sonoro, mentre si scateno il gioco di luci e la mimica della band. Si tiene botta con La Verità che Ricordavo, anche se Manuel poi si lamenterà dicendo che gli sembra di essere “un animale in gabbia: prendo la scossa ogni due minuti, non ho un cazzo di spazio dietro,  ci manca solo un nanetto dietro che mi inc** !”

Con Milano Circonvallazione Esterna Manuel torna ad agitare i sonagli, poi torna all’inglese con Carne Fresca (Insomma, per il pubblico italiano limita i danni, in quanto sono state proposte in inglese due canzoni non tra le più amate dal pubblico), e poi propone la seconda delle salvate dei Milanesi: Pochi Istanti nella Lavatrice, pezzo veloce che non ha niente da invidiare ai pezzi veloci di Hai Paura del Buio, purtroppo in questo concerto totalmente trascurati.

Anche se Manuel sembra soffrire per le ripetute scosse (piuttosto esplicita la sua gestualità nei confronti del tecnico, che di tanto in tanto accorre in suo soccorso attaccando pezzi di scottex al microfono), il pubblico sembra divertirsi, e viene inanellato un uno – due “India – Ballate”: Varanasi Baby, Solo Sangue, E’ la fine la più importante, Bye Bye Bombay. Su quest’ultima si nota come l’impianto audio non ottimale faccia perdere alcune ricercatezze sonore, ma il pubblico apperzza comunque la scelta dei brani, riproposti, come tutti gli altri, nelle versioni originali.

Manuel trova anche il tempo di insultare un tizio del pubblico che a suo parere “gli fa così col dito da tutto il concerto”, anche Prette gli rivolge qualche manata nell’aria, la band lascia il palco, sembra finita, ma è la solita finta.

Roberto dell’Era, sigaretta in mano e il suo solito fare guascone, torna sul palco per primo con Ciccarelli e propone una cover, prima che Manuel decida di incantarci con Ci sono molti modi, purtroppo nuovamente rovinata dagli scherzi del microfono. Esplicita la reazione di Manuel, insulti lanciati in cielo, leggibili sulle sue labbra. Suoni un po’ psichedelici ritornano quando, complice Iriondo, viene ripescata dal cilindro l’ennesima canzone di Non è per Sempre: Non si esce vivi dagli Anni ’80.

Altra finta uscita, altro rientro. Manuel e Xabier si guardano con aria complice e si avvicinano per suonare le note iniziali di un grande successo del passato: Vorrei una pelle splendida. Sembrano quasi due ex compagni del liceo che, ritrovatisi dopo anni, per una sera si rimettono a giocare allo stesso gioco di un tempo. Il pubblico canta, soddisfatto, prima dell’ultimo regalo: Quello che non c’è.

Infine, saluti e baci, Manuel si lancia in una battuta “Questo palco l’ ha preparato Morgan…”, gli After raccolgono un’ovazione in fondo meritata: musicisti bravi, Manuel che con la voce c’era nonostante le difficoltà date dall’impianto.
A me questo concerto ha reso felice perchè è stato un girare rapidamente indietro le pagine, tornando alla mia adolescenza brianzola e ritrovarmici, anche nel centro di Londra. Però, il mio passato concerto degli Afterhours a cui questo mi è sembrato più affine per sonorità è un concerto al Bloom di Mezzago dell’ Aprile 2003 (Ballate non era ancora uscito, ma i molti pezzi da Quello che non c’è e Non è per Sempre rendono la somiglianza calzante). In attesa di un nuovo album della band milanese, che in fondo con questo tour europeo cantato in italiano perché seguito solo da Italiani penso abbia rinunciato all’espansione internazionale, e con il ritorno di Iriondo che era un perno negli anni ’90, possiamo davvero aspettarci qualcosa di nuovo o ci prepariamo solo a complimenti dettati dalla nostalgia e canzoni sbiadite copie degli album dei tempi che furono?

Staremo a vedere se Manuel & soci hanno ancora in serbo qualche asso nella manica.

Stay Tuned

Per ora noi la chiameremo felicità

Che non fosse un allegrone, il nostro Vasco Brondi, si era già capito da quel Canzoni da Spiaggia Deturpata che nel 2008 vinceva la Targa Tenco come Miglior Opera Prima cantautorale dell’anno.

Non ci stupisce allora che il suo disco di ritorno si intitoli “Per ora noi la chiameremo felicità”, da una citazione di Leo Ferrè, poeta monegasco. La copertina, due omini in una città grigia, con la testa coperta da un sacchetto, è del fumettista Andrea Bruno e l’album è disponibile anche in fighettissimo vinile bianco.

Facciamolo girare e salutiamo questa Cara Catastrofe, in cui Vasco ci invita a vedere l’avanzata dei deserti. Due anni fa per lo meno ci invitava a vedere le Luci della Centrale Elettrica, che è anche il nome scelto per il suo progetto, e che ingannevolmente può far pensare a uno di quei gruppi numerosissimi, ma in realtà solo di lui si tratta.

Ma se uno è genio, può essere abbastanza.

Per noi la chiameremo felicità non verrà certo ricordato per la varietà delle sue melodie, l’ ampia scelta di accordi o strumenti utilizzati, ci sono sempre le solite schitarrate in minore sulle quali Vasco sussurra e urla le sue poesie create da accostamenti insoliti e scioccanti.

Il secondo brano, Quando tornerai dall’estero, è la storia toccante di due innamorati da occupazione liceale separati dalla partenza di lei per una terra straniera non meglio definita: un argomento abbastanza attuale in questo periodo di Cervelli in Fuga.

Dalle contorte (ma non troppo) lyrics emergono i due i filoni conduttori dell’album. Il primo è la rabbia verso un paese che sembra non offrire prospettive ai giovani, i quali restano “con le transenne tra le costole, che il nostro ridere fa male al presidente” e che viene senza appello condannato dal nostro eroe in Anidride Carbonica, in cui le frecce tricolori vengono fatte schiantare in cielo “come quella sera”. Il secondo è l’amore che, ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, non può essere felice: ci sono camere separate e impossibilità di raggiungersi perché ci sono le targhe dispari a fare da ostacolo.

E’ verso i tre quarti del disco che, dopo la canzone più urlata (la sopracitata Anidride Carbonica) e la canzone più romantica (Le Petroliere) arriva il capolavoro: Per Respingerti in Mare, che si avvolge su se stessa e nei momenti in cui sembra mettersi in pausa riparte come il motore eterno del nostro furgone, per poi girare sul finale come una vera turbina da centrale elettrica, mescolando tutto: tristezze personali e la desolazione di un paese, l’immigrazione, l’inquinamento, le guerre, l’addio drammatico dei due amanti e le frasi sussurrate alla fine che non ci resta che leggere nel booklet del cd, altrimenti non capiremmo: “Avremmo fatto una figura migliore ad annegare ubriachi io e te nel Tevere”.

Le Luci della Centrale Elettrica si riconferma un progetto destinato a esaltare molti per la ricercatezza dei testi di Brondi, che nel frattempo è diventato anche scrittore per Baldini & Castoldi Dalai (“Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero”, 2009), e ad essere snobbato ed etichettato da altri come gli inutili vaneggiamenti di uno che non sa suonare e probabilmente non è nemmeno tanto apposto.

Si tratta solo di capire da che parte volete stare.

Io ho già deciso: amo questo mio quasi coetaneo ferrarese, che spicca proprio perché, in contrapposizione al suo molto più famoso ma prosaico omonimo, parla difficile. Ma comunque parla di noi.

Stay Tuned.