Ogni cosa è Illuminata (II)

Non ci sarebbero stati nè il libro di Jonathan Safran Foer del 2002, nè il film di Liev Schreiber del 2005, intitolati “Ogni cosa è illuminata” o meglio, in essi non ci sarebbe mai stata la scena del pazzo che conservava tutte le cose in delle bustine, con sopra scritto che cos’erano e l’anno.
Le cose appese su un muro che ogni tanto si fermava a contemplare per ricostruire la storia della sua vita.

Non ci sarebbe stata quella scena di libro/film, se quel pover’uomo non avesse avuto lo spazio per conservare tutte le cose e portarsele metaforicamente dietro durante il lento passare degli anni.

Occupare spazio con i ricordi, è una cosa a cui la maggior parte delle persone non è più abituata. Le ultime foto di noi stessi che abbiamo tenuto in mano sono probabilmente foto in cui eravamo alti un metro. E i nostri occhi erano più ingenui ma probabilmente, nel modo di fissare un punto lontano o forse di inarcare le sopracciglia, di tanto in tanto facevamo comparire un’espressione che amici che abbiamo conosciuto quando di anni ne avevamo già venti avrebbero potuto riconoscere. Le ultime lettere che abbiamo ricevuto in posta ordinaria avevano francobolli pagati con le lire. L’ultima canzone ascoltata su un supporto che si potesse toccare, l’abbiamo ascoltata quando i The Killers non erano ancora famosi. Ora i The Killers hanno già fatto tre album (più uno del cantante da solo), e in uno c’è la canzone When you were young.

In un laptop, o anche in un iPhone, adesso ci sta tutta una vita, compresi gli amici a due dimensioni su Facebook o nella webcam.

Ma non ci sarebbe stata nessuna cosa illuminata se il pazzo del libro/film avesse fatto così. Credo che molte persone preferirebbero avere una cantina invece che un hard disk, e fotografie vere, scatole di lettere gelosamente conservate scritte su carta, e una pila di dischi di vinile.

E amici a tre dimensioni, anche se sette invece che settemila.

Abbiamo potuto sfogliare gli album di nozze dei nostri genitori, vedere nostra madre “giovane e bellissima”, come dicevano gli Afterhorus. Abbiamo trovato i loro dischi di vinile, grandi come gli orologi della stazione. E probabilmente anche un giradischi che funziona ancora.

Mi chiedo se i nostri figli vedranno mai le nostre foto del matrimonio, oppure no perché erano in un hard disk con presa USB che un giorno non sarà più leggibile dai computer del futuro. E non sapranno mai quali erano le nostre canzoni preferite perché erano tutte in una scatolina chiamata iPod che poi si è rotta o ci hanno rubato sul treno.

Non volevo farvi venire i brividi, era solo una domanda. Noi siamo il tipo di persona che del nostro laptop, del nostro iPhone, o magari presto di quellacosalì che chiamano iPad, diremmo “lì dentro, c’è tutta la mia vita”. Vagamente riduttivo. Certo non sarà molto interessante per i nostri figli entrare in una cantina polverosa che potrebbe contenere, appunto, solo polvere, e nient’altro, come prova tangibile della nostra giovinezza.

La luce era diversa negli anni ’60,
ho riconosciuto anche quella.

Ormai già cadono foglie gialle,
e amo i telefoni quelli con la rotella.

Stay Tuned

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