Corea

Era un’altra di quelle sere in cui non aspettava nessuno, la sera in cui lui venne a bussarle alla porta.

“Hi, I’m…. [nome incomprensibile]… Are you able to fix a printer?”

Le prime parole che le disse, furono più o meno quelle.

Era alto, e un bel po’, i capelli scompigliati quasi sfioravano il soffitto. Aveva un look urban-casalingo e delle ciabatte blu elettrico.
“Come ho collegato la mia, sarò capace di collegare anche la sua, di stampante”, aveva pensato lei.

Ebbene, entrò nell’appartamento di lui, e vide con sgomento che non solo lui aveva un Mac, ostacolo numero uno in quanto lei, su un Mac, non ci aveva mai messo le mani, ma anche, ostacolo numero due, le scritte erano tutte in una lingua orientale indecifrabile che però lei riconobbe con un’impensata precisione: “E’ coreano, quello?” gli chiese, con una domanda che attendeva una risposta affermativa in quanto, anni e anni prima, suo padre le aveva portato da uno dei suoi tanti viaggi, una rivista in coreano trovata su qualche aereo, e lei non aveva faticato a notare come il coreano, a differenza del giapponese o del cinese, avesse, sparse qua e là, delle simpatiche palline come abbellimento. “Sì, sono arrivato cinque giorni fa da Seoul”. “E si vede, a giudicare dal disordine della stanza”, pensò lei, che invece avrebbe ancora saputo, nella sua, di stanza, o meglio “nella casa dove abitava da bambina”, ritrovare quella rivista in coreano conservata fin dagli anni Novanta.

Non ripararono mai la stampante. Giunsero alla conclusione che i tizi del negozio gli avessero rifilato una cartuccia sbagliata. E così, lei lo invitò a stampare le cose nella sua camera. E scoprì con sgomento che lui non doveva stampare l’auspicata dispensa di dieci pagine, ma una ventina di stampe a colori perchè studiava design. Nell’attesa (“Does stampa mean print? Yay, now I know one word in italian!” “Well, it’s not properly the first word you’d learn….”), lei gli aveva offerto una birra. E lui, una sigaretta, anzi un pacchetto intero, per ricambiare il favore, dicendo “Sono coreane, costano meno”.

“Oh no, voglio smettere, it’ s better if you don’t!” aveva detto lei.

E poi, gli aveva regalato anche un set completo di piatti e posate di Argos, che erano avanzati nei giorni dei grandi traslochi e ora erano lì, nell’ennesima scatola, ad occupare spazio. Lui era di una contentezza quasi commovente. Ma presto aveva dovuto tornare in camera sua a preparare il suo book.

E le aveva scritto un sms, dalla parte opposta del muro, con scritto “Grazie mille per stasera, grazie mille!”. Si era firmato Mika (Non per il cantante, ma perchè gli piaceva il nome. Cioè, gli piaceva il cantante, ma principalmente per il nome, le avrebbe poi spiegato). E lei aveva risposto “You’re welcome. Actually, you forgot your cigarettes on my window….”

Si era trovata ad ascoltare la musica e a giocherellare con un pacchetto di Marlboro Lights con su scritto “Il fumo uccide” in coreano. Non è che lei avesse improvvisamente imparato il coreano, ma quello che c’è scritto su un pacchetto di sigarette, si capisce.

Qualche giorno dopo, lui si era presentato con cioccolatini, gelato e una cartuccia a colori nuova per lei. E le aveva detto che non erano le cartucce, era proprio la stampante, e al negozio non gliel’avevano neanche cambiata, così ne aveva comprata una usata da uno studente che stava traslocando. “L’unico coreano che è sfigato con l’elettronica, abita accanto a me”, Aveva pensato lei.

E poi avevano chiacchierato. Del look degli inglesi, di Gossip Girl, e di quello che ognuno di loro chiamava casa.

“When are you going home?” le aveva chiesto lui.

“I’m actually going home in two days, I’m flying on September 11th.

“Ooooooouh!”.

“And how’s Korea?”

“Seoul is really beautiful, but then, if you go outside, it’s really ugly. They just randomly build high buildings that have nothing to do with the rest of the environment”.

“And how’s North Korea?”

“Well….” lui disse qualcosa tipo: “Fin da quando siamo nati, ci ripetiamo che siamo fortunati a non essere nati nella Corea del Nord”.

“Ma è vero che ai mondiali in Sudafrica i tifosi della Corea del Nord erano comparse cinesi reclutate a pagamento?”

“Actually, I don’t know…”

E poi lei aveva cercato la Corea su Google Maps, e avevano visto che sulla Corea del Nord non ci sono scritte e indicazioni, for political reasons.

Lui le aveva detto che era stato un anno in Nuova Zelanda. Allora lei aveva trascinato la mappa del mondo per fargli vedere che la Nuova Zelanda era il posto nel mondo più lontano dall’Italia. “Vedi, per me il mondo è sempre stato disposto così. Il centro per me è questo qui.”, indicando Milano, tipo.

Poi aveva trascinato la mappa, finchè il mondo era diventato in un altro modo, con l’America a est e l’Europa a ovest. E la Corea, oddio, l’oceano più che altro, in mezzo. E gli aveva chiesto: “Quindi per te invece il centro del mondo è così?”

E lui, ridendo, aveva detto: “Mmmm… I guess…!”

Quella sera lì che lui era arrivato a bussare la prima volta, lei si era collegata a Channel 4 on demand e aveva tentato di vedere This is England ’86.

Non aveva mai più visto la fine dell’ episodio uno.

Ma, in fondo, non era questo granchè.

Anche la Corea del Nord probabilmente non è questo granchè.

Infatti, non c’è nemmeno su Google Maps.

Stay Tuned

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