Vietnam

Quando a New York arrivò nell’appartamento, nel lussuoso albergo, trovò delle borse e delle scarpe per terra, che appartenevano alla sua provvisoria coinquilina. Vietnamita.

Per lei il Vietnam esisteva solo in certi film americani. Forrest Gump, tipo, perchè i film di guerra non le piacevano e quindi tutti gli altri non li aveva mai visti.

“How’s Vietnam?”

“I like it, but… Oh, well.

La sua coinquilina vietnamita aveva vissuto ad Hanoi fino a diciotto anni e poi si era trasferita in UK per fare l’università. Lei non sapeva perchè, ma aveva visto un che di malinconico nei suoi occhi, fin dal primo giorno.

O forse era dal modo in cui le chiedeva “Can I use your notebook?” e poi ci si attaccava per stare su Facebook più tempo di lei stessa. Seppur messa in difficoltà da Firefox in italiano.

La sua coinquilina le aveva spiegato che aveva un ragazzo vietnamita ma che con lui parlava inglese perchè lui era cresciuto in UK e non parlava bene il vietnamita. Ma un giorno l’aveva sentita litigare in vietnamita (non è che avesse anche lei improvvisamente imparato il vietnamita, è che quando uno sta litigando al telefono, si capisce) e le aveva detto: “Ma allora non era vero che lui non lo parlava”. E l’altra le aveva detto: “No, è che quando lo insulto, lo insulto in vietnamita”.

Si chiedeva cosa ci stesse a fare, tutto quel tempo su Facebook mentre erano a New York, mentre lei se ne andava a spasso o a di sotto a parlare con il ragazzo della reception.

La risposta le balzò agli occhi una volta tornata a Londra, quando vide sulla pagina di Facebook della sua coinquilina una nota pubblicata l’ultimo giorno prima di tornare a Londra. La nota iniziava con “Oggi avrei dovuto laurearmi a Warwick, dovevo essere in UK per partecipare alla mia cerimonia di laurea.

Ma sono in America.

Seguivano altre cose. E poi finiva con: “I feel like crying. I am so alone here, facing the world”. Scritto mentre le stava capitando la cosa più bella e grande della sua vita fino a quel momento, tipo.

Si, la sapeva, questa cosa delle laureee, la sua compagna di stanza non era l’unica che non era potuta andare alla sua stessa laurea per via del training a New York. Erano tutti lì a rammaricarsi e attaccati a Facebook a guardare le foto dei loro compagni di uni con la toga. Aveva pensato che, nei loro panni, l’avrebbe presa altrettanto drammaticamente. O forse, anche di più.

Pensava: “Quella nota lì, l’ha scritta dal mio pc.”

E si ricordava di quando, l’ultimo giorno, le aveva chiesto: “Are you happy to go back to London?” e l’altra, le aveva risposto:

New York, London, it’s the same.
It’s not home anyway.
Home is Vietnam“.

L’aveva guardata e aveva detto: “Eeeh”.

Stay Tuned

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