Mese: ottobre 2010

Ogni cosa è Illuminata (II)

Non ci sarebbero stati nè il libro di Jonathan Safran Foer del 2002, nè il film di Liev Schreiber del 2005, intitolati “Ogni cosa è illuminata” o meglio, in essi non ci sarebbe mai stata la scena del pazzo che conservava tutte le cose in delle bustine, con sopra scritto che cos’erano e l’anno.
Le cose appese su un muro che ogni tanto si fermava a contemplare per ricostruire la storia della sua vita.

Non ci sarebbe stata quella scena di libro/film, se quel pover’uomo non avesse avuto lo spazio per conservare tutte le cose e portarsele metaforicamente dietro durante il lento passare degli anni.

Occupare spazio con i ricordi, è una cosa a cui la maggior parte delle persone non è più abituata. Le ultime foto di noi stessi che abbiamo tenuto in mano sono probabilmente foto in cui eravamo alti un metro. E i nostri occhi erano più ingenui ma probabilmente, nel modo di fissare un punto lontano o forse di inarcare le sopracciglia, di tanto in tanto facevamo comparire un’espressione che amici che abbiamo conosciuto quando di anni ne avevamo già venti avrebbero potuto riconoscere. Le ultime lettere che abbiamo ricevuto in posta ordinaria avevano francobolli pagati con le lire. L’ultima canzone ascoltata su un supporto che si potesse toccare, l’abbiamo ascoltata quando i The Killers non erano ancora famosi. Ora i The Killers hanno già fatto tre album (più uno del cantante da solo), e in uno c’è la canzone When you were young.

In un laptop, o anche in un iPhone, adesso ci sta tutta una vita, compresi gli amici a due dimensioni su Facebook o nella webcam.

Ma non ci sarebbe stata nessuna cosa illuminata se il pazzo del libro/film avesse fatto così. Credo che molte persone preferirebbero avere una cantina invece che un hard disk, e fotografie vere, scatole di lettere gelosamente conservate scritte su carta, e una pila di dischi di vinile.

E amici a tre dimensioni, anche se sette invece che settemila.

Abbiamo potuto sfogliare gli album di nozze dei nostri genitori, vedere nostra madre “giovane e bellissima”, come dicevano gli Afterhorus. Abbiamo trovato i loro dischi di vinile, grandi come gli orologi della stazione. E probabilmente anche un giradischi che funziona ancora.

Mi chiedo se i nostri figli vedranno mai le nostre foto del matrimonio, oppure no perché erano in un hard disk con presa USB che un giorno non sarà più leggibile dai computer del futuro. E non sapranno mai quali erano le nostre canzoni preferite perché erano tutte in una scatolina chiamata iPod che poi si è rotta o ci hanno rubato sul treno.

Non volevo farvi venire i brividi, era solo una domanda. Noi siamo il tipo di persona che del nostro laptop, del nostro iPhone, o magari presto di quellacosalì che chiamano iPad, diremmo “lì dentro, c’è tutta la mia vita”. Vagamente riduttivo. Certo non sarà molto interessante per i nostri figli entrare in una cantina polverosa che potrebbe contenere, appunto, solo polvere, e nient’altro, come prova tangibile della nostra giovinezza.

La luce era diversa negli anni ’60,
ho riconosciuto anche quella.

Ormai già cadono foglie gialle,
e amo i telefoni quelli con la rotella.

Stay Tuned

Corea

Era un’altra di quelle sere in cui non aspettava nessuno, la sera in cui lui venne a bussarle alla porta.

“Hi, I’m…. [nome incomprensibile]… Are you able to fix a printer?”

Le prime parole che le disse, furono più o meno quelle.

Era alto, e un bel po’, i capelli scompigliati quasi sfioravano il soffitto. Aveva un look urban-casalingo e delle ciabatte blu elettrico.
“Come ho collegato la mia, sarò capace di collegare anche la sua, di stampante”, aveva pensato lei.

Ebbene, entrò nell’appartamento di lui, e vide con sgomento che non solo lui aveva un Mac, ostacolo numero uno in quanto lei, su un Mac, non ci aveva mai messo le mani, ma anche, ostacolo numero due, le scritte erano tutte in una lingua orientale indecifrabile che però lei riconobbe con un’impensata precisione: “E’ coreano, quello?” gli chiese, con una domanda che attendeva una risposta affermativa in quanto, anni e anni prima, suo padre le aveva portato da uno dei suoi tanti viaggi, una rivista in coreano trovata su qualche aereo, e lei non aveva faticato a notare come il coreano, a differenza del giapponese o del cinese, avesse, sparse qua e là, delle simpatiche palline come abbellimento. “Sì, sono arrivato cinque giorni fa da Seoul”. “E si vede, a giudicare dal disordine della stanza”, pensò lei, che invece avrebbe ancora saputo, nella sua, di stanza, o meglio “nella casa dove abitava da bambina”, ritrovare quella rivista in coreano conservata fin dagli anni Novanta.

Non ripararono mai la stampante. Giunsero alla conclusione che i tizi del negozio gli avessero rifilato una cartuccia sbagliata. E così, lei lo invitò a stampare le cose nella sua camera. E scoprì con sgomento che lui non doveva stampare l’auspicata dispensa di dieci pagine, ma una ventina di stampe a colori perchè studiava design. Nell’attesa (“Does stampa mean print? Yay, now I know one word in italian!” “Well, it’s not properly the first word you’d learn….”), lei gli aveva offerto una birra. E lui, una sigaretta, anzi un pacchetto intero, per ricambiare il favore, dicendo “Sono coreane, costano meno”.

“Oh no, voglio smettere, it’ s better if you don’t!” aveva detto lei.

E poi, gli aveva regalato anche un set completo di piatti e posate di Argos, che erano avanzati nei giorni dei grandi traslochi e ora erano lì, nell’ennesima scatola, ad occupare spazio. Lui era di una contentezza quasi commovente. Ma presto aveva dovuto tornare in camera sua a preparare il suo book.

E le aveva scritto un sms, dalla parte opposta del muro, con scritto “Grazie mille per stasera, grazie mille!”. Si era firmato Mika (Non per il cantante, ma perchè gli piaceva il nome. Cioè, gli piaceva il cantante, ma principalmente per il nome, le avrebbe poi spiegato). E lei aveva risposto “You’re welcome. Actually, you forgot your cigarettes on my window….”

Si era trovata ad ascoltare la musica e a giocherellare con un pacchetto di Marlboro Lights con su scritto “Il fumo uccide” in coreano. Non è che lei avesse improvvisamente imparato il coreano, ma quello che c’è scritto su un pacchetto di sigarette, si capisce.

Qualche giorno dopo, lui si era presentato con cioccolatini, gelato e una cartuccia a colori nuova per lei. E le aveva detto che non erano le cartucce, era proprio la stampante, e al negozio non gliel’avevano neanche cambiata, così ne aveva comprata una usata da uno studente che stava traslocando. “L’unico coreano che è sfigato con l’elettronica, abita accanto a me”, Aveva pensato lei.

E poi avevano chiacchierato. Del look degli inglesi, di Gossip Girl, e di quello che ognuno di loro chiamava casa.

“When are you going home?” le aveva chiesto lui.

“I’m actually going home in two days, I’m flying on September 11th.

“Ooooooouh!”.

“And how’s Korea?”

“Seoul is really beautiful, but then, if you go outside, it’s really ugly. They just randomly build high buildings that have nothing to do with the rest of the environment”.

“And how’s North Korea?”

“Well….” lui disse qualcosa tipo: “Fin da quando siamo nati, ci ripetiamo che siamo fortunati a non essere nati nella Corea del Nord”.

“Ma è vero che ai mondiali in Sudafrica i tifosi della Corea del Nord erano comparse cinesi reclutate a pagamento?”

“Actually, I don’t know…”

E poi lei aveva cercato la Corea su Google Maps, e avevano visto che sulla Corea del Nord non ci sono scritte e indicazioni, for political reasons.

Lui le aveva detto che era stato un anno in Nuova Zelanda. Allora lei aveva trascinato la mappa del mondo per fargli vedere che la Nuova Zelanda era il posto nel mondo più lontano dall’Italia. “Vedi, per me il mondo è sempre stato disposto così. Il centro per me è questo qui.”, indicando Milano, tipo.

Poi aveva trascinato la mappa, finchè il mondo era diventato in un altro modo, con l’America a est e l’Europa a ovest. E la Corea, oddio, l’oceano più che altro, in mezzo. E gli aveva chiesto: “Quindi per te invece il centro del mondo è così?”

E lui, ridendo, aveva detto: “Mmmm… I guess…!”

Quella sera lì che lui era arrivato a bussare la prima volta, lei si era collegata a Channel 4 on demand e aveva tentato di vedere This is England ’86.

Non aveva mai più visto la fine dell’ episodio uno.

Ma, in fondo, non era questo granchè.

Anche la Corea del Nord probabilmente non è questo granchè.

Infatti, non c’è nemmeno su Google Maps.

Stay Tuned

Vietnam

Quando a New York arrivò nell’appartamento, nel lussuoso albergo, trovò delle borse e delle scarpe per terra, che appartenevano alla sua provvisoria coinquilina. Vietnamita.

Per lei il Vietnam esisteva solo in certi film americani. Forrest Gump, tipo, perchè i film di guerra non le piacevano e quindi tutti gli altri non li aveva mai visti.

“How’s Vietnam?”

“I like it, but… Oh, well.

La sua coinquilina vietnamita aveva vissuto ad Hanoi fino a diciotto anni e poi si era trasferita in UK per fare l’università. Lei non sapeva perchè, ma aveva visto un che di malinconico nei suoi occhi, fin dal primo giorno.

O forse era dal modo in cui le chiedeva “Can I use your notebook?” e poi ci si attaccava per stare su Facebook più tempo di lei stessa. Seppur messa in difficoltà da Firefox in italiano.

La sua coinquilina le aveva spiegato che aveva un ragazzo vietnamita ma che con lui parlava inglese perchè lui era cresciuto in UK e non parlava bene il vietnamita. Ma un giorno l’aveva sentita litigare in vietnamita (non è che avesse anche lei improvvisamente imparato il vietnamita, è che quando uno sta litigando al telefono, si capisce) e le aveva detto: “Ma allora non era vero che lui non lo parlava”. E l’altra le aveva detto: “No, è che quando lo insulto, lo insulto in vietnamita”.

Si chiedeva cosa ci stesse a fare, tutto quel tempo su Facebook mentre erano a New York, mentre lei se ne andava a spasso o a di sotto a parlare con il ragazzo della reception.

La risposta le balzò agli occhi una volta tornata a Londra, quando vide sulla pagina di Facebook della sua coinquilina una nota pubblicata l’ultimo giorno prima di tornare a Londra. La nota iniziava con “Oggi avrei dovuto laurearmi a Warwick, dovevo essere in UK per partecipare alla mia cerimonia di laurea.

Ma sono in America.

Seguivano altre cose. E poi finiva con: “I feel like crying. I am so alone here, facing the world”. Scritto mentre le stava capitando la cosa più bella e grande della sua vita fino a quel momento, tipo.

Si, la sapeva, questa cosa delle laureee, la sua compagna di stanza non era l’unica che non era potuta andare alla sua stessa laurea per via del training a New York. Erano tutti lì a rammaricarsi e attaccati a Facebook a guardare le foto dei loro compagni di uni con la toga. Aveva pensato che, nei loro panni, l’avrebbe presa altrettanto drammaticamente. O forse, anche di più.

Pensava: “Quella nota lì, l’ha scritta dal mio pc.”

E si ricordava di quando, l’ultimo giorno, le aveva chiesto: “Are you happy to go back to London?” e l’altra, le aveva risposto:

New York, London, it’s the same.
It’s not home anyway.
Home is Vietnam“.

L’aveva guardata e aveva detto: “Eeeh”.

Stay Tuned

La Guida di Milano

La tipa tailandese le si era avvicinata all’aperitivo, nella torre altissima, azzurra e lucente. E le aveva detto: “Mi hanno detto che tu sei di Milano”.

Yes.

“Io vado a Milano tra cinque giorni”.

Lucky you.

“Perchè tra tre giorni c’è la mia laurea, quindi torno prima da New York, perchè volevo esserci alla mia laurea. E dopo parto coi miei genitori come vacanza per festeggiare, e siccome vorrei che fosse la vacanza perfetta, potresti dirmi un po’ di posti da andare a vedere a Milano?”

“Certo. Non ci posso credere che vai a Milano tra cinque giorni. Io chissà quando ci torno. Voglio venire con te. Wanna go home.”

“Ah, ma quindi tu hai davvero fatto l’uni là?

(“Ffffffffff, pensa che ho studiato in Inghilterra”).

“Certo”. E nella sua mente si materializzava il badge azzurro chiaro dove c’era la stessa fototessera che c’era sul suo passaporto, timbrato tre giorni prima a New York City.

Era andata più o meno così. E poi, un giorno, nel mezzo di tutte quelle presentazioni, tra tutte quelle persone ben vestite e ben pettinate, e con il cartellino sulla camicia, la tipa tailandese le aveva messo in mano una guida di Milano in inglese, dicendole di segnare le cose di Milano da vedere assolutamente.

“Is it worth to go to Lake Como?”

“I’ve never been, (“Non mi piacciono i laghi, mi mettono ansia”), but yes, you should go.”

La tipa tailandese le aveva messo in mano una guida di Milano. E lei, durante l’ennesima presentazione, nascondendola dietro il blocco degli appunti, l’aveva aperta.

Ed aveva sentito quella cosa, e sì, le era venuto da piangere.
Ma si era trattenuta, perchè non c’entrava niente, e non poteva.

Aveva fatto delle croci in alto alle pagine delle cose da vedere assolutamente. E poi aveva visto, su alcune pagine, delle cose di Milano che neanche lei sapeva.

Non ci si interessa mai troppo delle cose che tanto sono lì.

E comunque, alla fine, al ritorno a Londra, aveva scoperto che la tipa tailandese era stata derubata sulla metro a Milano. Quindi, pensando a Milano, tendenzialmente si sarebbe ricordata di quello.

Mentre lei, pensando a New York, si sarebbe ricordata anche del giorno in cui le avevano messo in mano una guida di Milano.

E le era venuto da piangere.

E tra chi nomina il tuo nome invano,
Ci sono anch’io,
Milano Milano…

Milanoanthology.

Stay Tuned

Fiumi

This is a song
That I wrote
On a boat
On a river
About no one in particular
It’s called “Happy You’re Gone”….

Un giorno a caso, Novembre 2002.

In principio fu il Lambro. Il Lambro straripò alla fine di Novembre del 2002. Quel giorno, aveva la versione di Greco. Faceva il quarto anno, e ancora il quarto anno di liceo classico si chiamava Seconda Liceo. Ora si chiama Quarta, come in un liceo qualsiasi. Lei che invece la Quarta di liceo classico l’aveva iniziata quando gli anni Dopo Cristo erano ancora “solo” millenovecentonovantanove, e non due con degli zeri al seguito. E la Quarta era il primo anno, si chiamava Quarta Ginnasio, e gli studenti del liceo erano ancora tutti nati negli anni Ottanta. Epoche.
Il Lambro straripò perchè pioveva da giorni, e quando uscì da scuola non c’erano più pullman a percorrere la città che aveva sempre ritenuto la città perfetta. Città perfetta che pertanto percorse a piedi sotto una pioggia che sembrava infinita, con il vocabolario di Greco in mano. A un certo punto, dal nervoso, le venne anche da piangere. Il giorno dopo, chiusero le scuole della città perfetta per calamità naturale.
La scatola del vocabolario di Greco si bagnò. Divenne umida e deforme, e non tornò mai più come prima. Le restò un angolo giallognolo e rovinato. Ma non la buttò. O meglio, non ancora.
La buttò in un giorno del Giugno 2004, il 18. Il giorno in cui tradusse l’ultima versione di Greco della sua vita. Era la versione della maturità. Platone.
E poi, dimenticò il Greco, insieme a tutte le altre cose.

Un giorno a caso, Agosto 2009.

Poi venne il Tamigi, in un giorno del Giugno 2009, il 18. Lo attraversò una notte, passando sopra il Millennium Bridge che aveva visto distruggere dai Mangiamorte nel sesto film di Harry Potter, che iniziava con l’inquadratura della cupola di S.Paul’s, cioè quella cupola che ora vede ogni santa mattina.
Lo attraversò con una bottiglia di birra in mano, tornando dai “drinks” del giovedì con i colleghi. I suoi ultimi “drinks” del giovedì. Che sarebbero stati “ultimi” solo per modo di dire. E si era fermata un attimo, ascoltando “Happy You’re Gone” dei Placebo, e guardando il fiume gliel’aveva cantato, in un certo senso, quel ritornello: “How many times”. A quel Tamigi che aveva “pulito” al CTW. Il battesimo delle acque. Anche se in realtà, lei nell’acqua quel pomeriggio non c’era voluta entrare.
Aveva finito di attraversare il Tamigi a passo svelto, chiedendosi, nel frattempo, Chi sono e Perchè sono qui?
E, arrivata dall’altra parte, aveva abbandonato la bottiglia di birra – vuota – su un muretto.

Un giorno a caso, Ottobre 2009.

Chi sono e Perchè sono qui? se l’era chiesto un pomeriggio in cui iniziava a fare vagamente freddo, ma ancora non era cambiata l’ora e c’era luce fino a tardi nel pomeriggio. E si era seduta sul muretto sulla riva della Senna, il pezzo dove si arriva in basso, scendendo le scale, proprio di fianco a Notre Dame. C’erano coppiette da film e una serie di persone sole sedute allo stesso modo suo, che si atteggiavano a poeti assorti, e lei cercava di fare lo stesso. Avrebbe voluto avere un Moleskine, ma non avrebbe saputo cosa scrivere. Fumò una sigaretta nonostante non le piacesse più il sapore.
Anche se, una sera di qualche mese dopo, lui le avrebbe detto: “Fermiamoci a fumare una sigaretta su questo ponte” e poi, rivolto agli altri: “La cigarette, la plus belle de notre vie”. E poi ignorandoli, aveva ricominciato a parlare in italiano esponendole i suoi dubbi sul partire e non tornare più.
E lei, guardando la Senna, aveva detto: “Eeeeh”.

Un giorno a caso, Luglio 2010.

Non fumò neanche una sigaretta sulle rive dell’Hudson. Lo attraversò sott’acqua, con i pendolari del New Jersey, prendendo il treno acquatico proprio di fianco al cratere dove erano sprofondate le torri del WTC. Era arrivata di là, e ne aveva trovata un’altra, di torre, altissima, azzurra, lucente. E qualcuno aveva detto: “Guys, that is the office”. Gli avevano messo un cartellino con su il nome, a tutti, e poi erano stati muffin, frutta, caffelatte, e quelle vetrate da cui si vedeva quella bella donna nota al mondo come Statua Della Libertà.
Che ne aveva appena vista un’altra, a dire il vero, più da vicino, sulla Senna, ma comunque.
Riattraversò l’Hudson tornando indietro con il battello, mostrando il cartellino con su il nome come biglietto, e raramente nella sua vita si era sentita ugualmente privilegiata. Era ancora più forte dentro di lei la domanda Chi sono, e Perchè sono qui?, ma nelle foto, tra i suoi colleghi asiatici, era l’unica con su gli occhiali da sole.

And I don’t even want to try,
‘Cause every word from you is a lie,

My mind,
my, my, my mind.

How many Thames.

Stay Tuned