Fototessere

Un anno dopo la telefonata che aveva cambiato la sua vita.

Quella telefonata a cui, per due volte, non aveva risposto. Ma tanto sapeva già cosa le dovevano dire.

L’aveva “incontrato” nel centro di Londra e gli aveva detto “Ma guardaci, siamo qui e vestiti come due mezze persone d’affari”. Lui, che tre giorni prima aveva una maglietta a maniche corte bianca, indossava un cappotto nero.

Più tardi, era già buio, gli aveva detto: “Me lo ricordo, quel giorno lì. Pioveva, e non avevamo voglia di andare a Loreto a piedi”. Dovevano andare a Loreto per fare l’abbonamento della metro. E si erano fatti le foto nelle macchinette automatiche.
“E la mia era venuta orribile – aveva detto – Una delle fototessere più orribili che io abbia mai avuto. Con quel maglione a righe colorate che mettevo.”

Lui aveva sorriso.

“Ce l’ho ancora l’ultima di quelle fototessere. Qui, nel portafogli – ma non l’aveva tirata fuori, perchè era troppo orribile, appunto. – Sai le altre per che cosa le ho usate?

“Una, l’ho usata per fare l’abbonamento della metropolitana di Parigi. L’altra, l’ho usata quando ho fatto il contratto della casa qui a Londra. Ci pensi, quando ho fatto quella foto, io mica lo sapevo, che le altre due le avrei usate per queste cose. Non lo sapevo e soprattutto non l’avrei mai immaginato“.

Lui aveva detto “Eeeeh…”

E poi niente, seduti sul muretto, con quella canzone lì.

Con una bic profumata, da attrice bruciata,
“la guerra è finita”,
scrisse così.

Il primo articolo che dovevo fare non era questo, e i blog non vanno più di moda.

Però, scrivere era l’unica cosa che mi piaceva fare che mi venisse bene.

Stay Tuned

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