Mese: settembre 2010

Ogni cosa è Illuminata

C’era un libro di Jonathan Safran Foer del 2002, nonchè un film di Liev Schreiber del 2005, dal titolo “Ogni cosa è illuminata”.

In questo libro/film, c’era lui che era pazzo, e conservava tutte le cose. Le conservava in delle bustine, con sopra scritto che cos’erano e l’anno, e dopo le aveva appese su un muro che ogni tanto si fermava a contemplare per ricostruire la storia della sua vita.

E per ognuna di quelle cose aveva un ricordo, una storia da raccontare.

La maggior parte delle persone, al di là dell’esagerazione del libro/film, sono esattamente così. Ma in generale, nessuno davvero metterebbe tutte le sue cose su un muro. Sono il tipo di cose che ad un certo punto finiscono dentro una scatola, perchè le ere cambiano e i mondi finiscono. E quella scatola diventa l’ultima che mai aprirebbero.

Ma la prima cosa che cercherebbero se, per esempio, casa loro andasse a fuoco. Correrebbero a prenderla, la terrebbero in braccio proteggendola come si farebbe con un neonato, scappando dalle fiamme. O dall’alluvione, come è più appropriato dire in questi giorni.

Ed era questo il primo articolo che avevo in mente di fare.

E ovviamente non ce l’avevo in mente così, ma ogni cosa è illuminata lo stesso.

Spegnetela, tipo.

Stay Tuned

L’anno scorso, io ero te

Un anno dopo aver fatto l’ultimo esame universitario della sua vita.

L’esame fatto quella mattina in cui si era addormentata su uno dei tavoli della biblioteca di Bovisa.

Le ha chiesto se tornerà.

Le si era presentata parlando in una lingua che non era la loro, e pronunciando il proprio nome storpiandolo secondo la lingua del paese in cui si trovavano. E l’altra, beh, aveva fatto lo stesso. Finchè lei non le aveva chiesto “Where are you from?”

“Italy”.

“…Anch’io”.

Si erano incontrate a Piccadilly Circus in un giorno che pioveva, e avevano comprato la stessa sciarpa perchè avevano scoperto che costava due sterline e cinquanta. “E’ più o meno uguale a quella che avevo e che ho perso la sera della mia festa di laurea”, le aveva detto. Quella sera lì, in cui pioveva più o meno come quel giorno.

Si erano sedute davanti al lago di Hyde Park, e lei aveva sfogliato all’indietro tutte le foto della macchina fotografica dell’altra. La ascoltava dire: “Qui era al mare, un anno fa. Qui era a Milano, due anni fa. Qui era in America, tre anni fa”. E le aveva detto: “Ma perchè le tieni nella macchina, tutte queste foto? Ti porti dietro troppo passato”.

Un mese era passato in fretta, e si erano abbracciate in una casa di Marble Arch. Mentre da quella casa andava verso la metro, pensava che un anno prima era lei quella che il Trenta di Agosto tornava a casa. Che salutava, riceveva regali e biglietti firmati, per atterrare poi a Milano con un po’ di malinconia e la sensazione che dieci settimane erano state solo un sogno, ma la certezza che, a poter scegliere, non ci avrebbe pensato due volte a voler rendere tutta la propria vita uguale a quelle dieci settimane.

Era quello che aveva pensato vedendola restituire il bagde: “L’anno scorso, io ero te”.

E tre giorni dopo, appunto, il Trenta di Agosto, l’altra partiva, e lei era in ufficio in un giorno festivo.

Neanche il terzo articolo che dovevo fare era questo, ma l’articolo che dovevo fare forse un giorno arriverà.

Come forse un giorno arriverà il momento in cui “l’altra” tornerà, avrà l’impressione di non essere mai andata via, tutti le chiederanno: “How was New York?”

E quel giorno, io penserò al titolo di questo articolo.

Stay Tuned

Foto, più in generale

Un dieci minuti dopo aver scritto il primo articolo della “Terza” Stanza. (La “Seconda” Stanza, quella non è mai esistita).

Quell’articolo a cui, per tante volte, aveva pensato. Per poi scrivere una cosa che non c’entrava assolutamente nulla.

Lui (non quello dell’articolo prima), le aveva scritto: “Con Picnik sto correggendo tutti i difetti nelle mie foto dal 2005 a oggi. Ce n’era una al tuo comple in cui ero con [..] , non so chi dei due assomigliasse più a Cassano. Ma ora non più! Grazie strumento Correzione Difetti!”

Lei aveva sorriso.

E poi, gli aveva risposto: “Correggi i nostri ricordi per farli sembrare più belli”, così, senza punteggiatura. Che non si capiva se fosse una domanda o un’esortazione.

E lui non aveva più risposto.

Ricordi nell’era di Facebook. La fortuna che tutte le foto da prima del 2005 in poi, su Facebook non ci finiranno mai perchè le macchine fotografiche digitali non c’erano.

C’erano i rullini, e anche quelli non vanno più di moda, come i blog.

E neanche il secondo articolo che dovevo fare era questo.

Però scrivere mi viene ancora vagamente bene, ma soprattutto mi piace di nuovo.

Io che nella mia vita volevo scrivere, e invece faccio una cosa totalmente opposta.

Camere Oscure,
Stanze Bianche.

Stay Tuned

Fototessere

Un anno dopo la telefonata che aveva cambiato la sua vita.

Quella telefonata a cui, per due volte, non aveva risposto. Ma tanto sapeva già cosa le dovevano dire.

L’aveva “incontrato” nel centro di Londra e gli aveva detto “Ma guardaci, siamo qui e vestiti come due mezze persone d’affari”. Lui, che tre giorni prima aveva una maglietta a maniche corte bianca, indossava un cappotto nero.

Più tardi, era già buio, gli aveva detto: “Me lo ricordo, quel giorno lì. Pioveva, e non avevamo voglia di andare a Loreto a piedi”. Dovevano andare a Loreto per fare l’abbonamento della metro. E si erano fatti le foto nelle macchinette automatiche.
“E la mia era venuta orribile – aveva detto – Una delle fototessere più orribili che io abbia mai avuto. Con quel maglione a righe colorate che mettevo.”

Lui aveva sorriso.

“Ce l’ho ancora l’ultima di quelle fototessere. Qui, nel portafogli – ma non l’aveva tirata fuori, perchè era troppo orribile, appunto. – Sai le altre per che cosa le ho usate?

“Una, l’ho usata per fare l’abbonamento della metropolitana di Parigi. L’altra, l’ho usata quando ho fatto il contratto della casa qui a Londra. Ci pensi, quando ho fatto quella foto, io mica lo sapevo, che le altre due le avrei usate per queste cose. Non lo sapevo e soprattutto non l’avrei mai immaginato“.

Lui aveva detto “Eeeeh…”

E poi niente, seduti sul muretto, con quella canzone lì.

Con una bic profumata, da attrice bruciata,
“la guerra è finita”,
scrisse così.

Il primo articolo che dovevo fare non era questo, e i blog non vanno più di moda.

Però, scrivere era l’unica cosa che mi piaceva fare che mi venisse bene.

Stay Tuned