Younger than America

Oggi, mentre facevo merenda da Starbucks appena uscita da lavoro, in questa assolata Paternoster Square

ho pensato che è difficile che mi capiti in futuro di fare ancora una bella vita come quella che faccio qui. Una vita piena di stereotipi, a partire da questi cappuccini in bicchieri di cartone, le sale riunioni con il maxischermo, i pranzi nelle vaschette davanti al pc che fanno tanto film americano. I miei colleghi che si alzano in ufficio e mangiano un sacco di dolciumi mentre si fermano tutti per vedere giocare Murray, e il giovedì che ormai è diventato il mio giorno preferito della settimana, grazie al mitico thirsty thursday post lavoro, il mio coinquilino di cucina, gli altri stagisti, o almeno, quelli dei quali riesco a ricordare il nome nonostante ora non ci facciano più portare le targhette come ai welcoming events.

Il fatto che qui nessuno porti gli occhiali da sole e io sia tipo l’unica, le bellissime lenzuola nere che ho comprato da Argos, e il fatto di decidere che fare del mio weekend, quando di tutta questa gente non rimane più nulla resto solo io, e Londra. Londra, con le sue immensità, i monumenti tenuti bene, la metro enorme e labirintica, con le sue scale mobili che vanno verso il centro della terra, i cartelloni dei musical, le scritte SANYO e TDK di Piccadilly Circus. Lo sfarzo di Regent Street coi suoi negozi, in questo centro così denso di culture, di ristoranti, coi suoi mille stimoli, e le periferie con le casettine tipicamente nordeuropee, le periferie tristi come quelle che fanno da scenografia a Skins, i neri, gli indiani, i cinesi, l’ inlgese diverso che ciascuno di queste persone parla, il mio inglese imparato dai telefilm americani che ora non so più che accento stia prendendo (però, ho vinto la gara del TOEFL con la Wifol).

Londra abbastanza grande per perdersi è, stranamente, un posto dove sentirsi straniero è molto difficile. O almeno, questa è una sensazione che non ho mai provato, qui. Ma forse, un po’ come tutti i posti, dipende un po’ da come li prendi. Alla Bovisa, magari sì, lì mi sentivo straniera. E ho detto che non è un posto che avrà il mio cuore.

Londra, invece, sì, sarà una terra di mezzo dove lascerò il mio cuore.

Per un sacco di motivi, già lo so.

Perchè può allo stesso tempo farti perdere e affascinarti, regalarti mille opportunità e poi portartele via, in strade che dopo una cert’ ora possono non sembrare più tanto amiche, o nelle ragazze sedute per terra fuori dai pub, in tutta la loro eleganza british, nel caldo di una metro che va verso la periferia, negli angoli più disordinati delle bancarelle di Portobello Road, nel momento in cui l’ unico che ti fa compagnia è un inserviente di un fast food. Nero, cinese, indiano. Italiano.

Lucky me, sono entrata a Londra dall’ ingresso principale, perchè il destino ha voluto così.

From a bedroom window I was anyone dicevano gli Idlewild tristi dell’ over-listened Warning / Promises, di quando ero appunto alla finestra di casa mia e vedevo il solito paesaggio tutti i giorni. E quando sono alla finestra della mia camera di qui, a dire il vero non vedo nulla, ma penso che in fondo non è il destino che muove le cose e le persone ma, molto probabilmente, c’è una forza molto più grande a muovere tutto.

Si chiama amore.

Detto da una che ha passato praticamente tutto l’ultimo anno con l’unica compagnia di un’ingombrante se stessa, vuol dire. In questa solitudine che tra le mille cose da fare pesa di meno, capisco le persone che preferiscono essere iperattive perchè  non hanno tempo di pensare.

Grazie Londra, mi hai salvato.

Ma sul desktop del mio pc in ufficio ho messo una foto, che poi mi han chiesto: “This is Milano Druomo, isn’t it?”

“Duomo.”

E poi a spiegargli che avevo fatto la foto quando è venuto a trovarmi Tijl perchè altrimenti non avrei mai fatto una foto al Duomo di Milano. No, non è vero, prima gli ho venduto la storia che avevo fatto la foto ’cause I was leaving forever…

Anzi, foreva….

Younger than America, dicono gli Idlewild di oggi, anch’essi, come i Placebo, tornati con un Cd troppo felice (ma perchè i miei gruppi preferiti sembrano seguire le parabole della mia vita? Empatia e Mistero…) rispetto a come li ricordavo, e questa era la canzone che ascoltavo oggi in Paternoster Square.

Una canzone della quale ancora non capisco le parole, perchè non trovo le lyrics. Se lo vedo scritto, almeno capisco meglio.

E anche Take me back to the islands, che probabilmente sarà quello che in un giorno in fondo non molto lontano penserò.

Mentre amo questo posto che mi fa pensare che la vecchia Europa abbia ancora qualcosa da dire, molto di più da qui che da una Milano che ahimè, in confronto a Londra mi sembra misera. E il pensiero va agli Afterhours, mentre mi accorgo che in fondo a Milano manca l’essere cool veramente. Questo, Londra ce l’ ha. Milano is just pretending.

Per questo, quando tornerò, probabilmente dirò: “Me la ricordavo più bella“.

Ma visto che ogni storia segue un filo e il mio era un filo dell’ago di Cadorna, è ancora la mia. Anche se Milano me l’hanno presentata, contro Londra ci sono andata a sbattere per caso e poi, ho cercato di scoprirla per conto mio.

Younger than America, Buon viaggio.

Peace & Love.

Stay Tuned

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