Mese: luglio 2009

Buon Viaggio

Un anno fa era l’ ultimo giorno prima di partire per il Brasile.

Non penso ci sia bisogno di dire nient’altro, e quando vorresti dire tante cose ma non puoi, rimane solo Grazie.

O forse Grazie comunque.

E poi, Buon Viaggio.

Stay Tuned

Cambia il Tempo.

Luglio, 24. Sono passati tre anni da esame di ingegneria del Software dato nel caldo, in prima fila, al secondo anno di università, pochi giorni prima di partire per le stesse isole su cui sono adesso. In verità, poco prima di partire per vedere i Placebo in Francia. Plasebò.

Sembra che di anni ne siano passati almeno 20, da allora.

Sono a metà di questo mio soggiorno londinese e, rammaricata con coloro che effettueranno il gran carnevale di visite che ha avuto inizio questa settimana e proseguirà ancora per tre settimane, vi avviso che qui dicono che summer is over. O meglio summah is ovah…

Sono due anni che non faccio estate, in Brasile era inverno e qui è ottobre, tipo. Ma non mi mancano le estati in Costa Azzurra. Non sono il tipo a cui manca l’estate, non lo sono mai stata. Ho sempre avuto un’anima più da inverno.

Tendenzialmente, con quest’ abitudine a stare sempre da sola, per certi versi sto anche peggiorando. Non dimentichiamoci che la Gran Bretagna è un’ isola.

In un giorno qui si possono alternare per più di cinque volte il sole e la pioggia, e una pioggia da diluvio. Londra, la città dove bisogna sempre portare sia l’ ombrello che gli occhiali da sole. Dove non sai mai che tempo fa nè che tempo farà nel giro dei prossimi dieci minuti. Come direbbe la gente su Facebook : “I like it”. E’ un po’ come me.

Questa Paternoster Square così bella dove sto lasciando un pezzo di cuore e quest’ inquadratura iniziale di Harry Potter con Saint Paul Cathedral e io che stavolta nel cinema pensavo “Dove lavoro io, troppo…”, perchè è ormai il posto che vedo più spesso nella mia vita. Ma lo sarà ancora per lo stesso tempo che ho già passato qui.

E per lo stesso tempo che ho già passato qui, ancora guarderò da quelle vetrate dell’ufficio attraverso le quali oggi ho visto un uomo appeso fuori, mentre puliva il vetro, e penserò:

“Sta cambiando il tempo”.

E già non mi ricordo com’era, o meglio, com’ero, prima che arrivassi qui. Quando ancora tutto aveva solo la forma di uno scherzo.

Sono diversi i motivi per cui non voglio tornare. Li conosco, ma non li vedo attraverso il vetro.

Per ora vedo solo la City, e vedo che cambia il tempo.

Stay Tuned.

Placebo Live @Roundhouse London

Tutto cominciò quando pochi giorni prima di partire per l’Inghilterra scoprii che anche i Placebo avrebbero partecipato all’ ItunesMusic Festival 2009 a Londra, manifestazione durante la quale diversi gruppi, anche molto famosi come gli Oasis e i Franz Ferdinand (già visti quest’ anno a Milano, come ben sapete) si sarebbero alternati sul palco del Roundhouse (tra Camden Town e Chalk Farm, sulla Northern Line) tra il primo e il 31 luglio. Ovviamente io ero già fan della magica pagina di Facebook dalla quale si poteva applicare per vincere i biglietti, e non appena ho visto che i Placebo si sarebbero esibiti il giorno dopo il mio compleanno, ho fatto domanda, pressochè sicura, vista la mia fortuna sfacciata e un destino che è sempre mio complice in questi giochini ciclici, che avrei vinto i biglietti per andarli a vedere.

Così fu.

Martedì, uscita dall’ ufficio, con la mia collega Sarah mi recai sotto la pioggia al Roundhouse, mentre in metropolitana lei scriveva su un foglietto dei posti fichi in cui andare a bere.  Arrivammo che non pioveva più, entrammo senza problemi (nonostante il mio timore dovuto al fatto che potessero in realtà partecipare al concorso solo i “residenti nel Regno Unito”) e, dopo una birra all’aperto durante la quale Sarah mi faceva notare la pacchianità di alcuni personaggi tipicamente da Camden (come Ale mi aveva detto), entrammo e ci avvicinammo al palco, dove si esibiva lo sconosciuto gruppo di supporto, i General Fiasco. Sarah mi disse che lei non li capiva mentre cantavano perchè avevano forte accento irlandese. E se non li capiva lei…

I General Fiasco, come nella miglior tradizione delle band inutili, regalarono spillette con scritto “Let’s get wasted” e, scopiazzando i Glasvegas, gli Artic Monkeys e lo stile brit pop, lasciarono il palco ma non lasciarono traccia.

Poco dopo su quel palco arrivarono Brian Molko, con gilet, camicia bianca, e capelli legati, Stefan Olsdal altissimo con una canottiera argentata, e la new entry Steve Forrest, vestito di tatuaggi, che Sarah non esitò a definire “quite hot”. Confermo.

Apertura identica all’apertura dell’ album nuovo, Kitty Litter per prima, mentre a me veniva in mente la macchina di Killer che correva un mese esatto fa verso il Politecnico mentre cantavamo I need a change of skin. Seconda Ashtray Heart, con il pubblico che si divertiva a cantare Cenicero, Cenicero… Io ovviamente a quel punto ero già pazza e cantavo a leap of faith I could not take, a promise that I could not make ma soprattutto alla fine mi è venuta ancora in mente la macchina di Killer quando c’era “la parte porno”:

I tore the muscle from your chest
And used it to stub out cigarettes
I listened to your screams of pleasure
And I watch the bedsheets turn blood red

Ua…

Seguiva Battle for the Sun e qui apice perchè è risaputo che Dream Brother, My Killer, My Lover, siamo lo Stivo, la Dottoressa Killer ed io (per chi non l’avesse capito, io sono Lover). Allora tentai di chiamare lo Stivo per fargli sentire il ritornello ma quel babu non mi rispose. I am the bones you couldn’t break….. In compenso, mi fece uno squillo dopo e potei richiamarlo per fagli sentire la hit number four: for what it’s worth, che per alcuni è la preferita, a me sinceramente musicalmente non piace tanto, ma il testo ci sta. Oddio, c’è una canzone in questo cd dove il testo non mi si addica? End of The Century, I said my goodbyes…. Got no friends, got no lover.

Dopo quest’ apertura pazza, arrivava una retrospettiva sul passato con Sleeping with ghosts, cosa che mi faceva assai sorridere in quanto avevo appena usato la frase soulmate never die su Face, e per un articolo bellissimo sul mio compleanno che non ho postato mai.

Arrivava poi  Speak in Tongues, una delle prime canzoni che lo Stivo mi citò, dopo aver ascoltato l’ album, dicendo che mi si addiceva. Se non altro per Kitty came back home from on the island, but Kitty came on home without a name. Ma soprattutto a questo punto sorge spontaneo chiedersi chi sia Kitty. She and me is history of violence, but…

Don’t give in to yesterday direi. We can build a new tomorrow today, tipo.

A furor di popolo (?) seguiva Follow the Cops Back Home, proprio come sulla scaletta di Sheffield che mi aveva fatto vedere lo Stivo. Versione che non mi è piaciuta molto a dire il vero, la fanno diversa da come è sul cd e da come la facevano nel tour di Meds. Ciò non mi ha impedito di dire “Uaaaa” all’ inizio. Sarah mi ha chiesto “Your favourite“? In realtà, oggettivamente non è mai stata una delle loro canzoni più belle. Soggettivamente, però, è sempre Cows back home, alla fine.

Eppoi, vabbè, Every me every you.

Pensavo che il tutto finisse lì, in quanto era un concerto gratis.

E invece no. Special Needs. Remember me…

Dopo queste tre perle che risvegliavano il mio cuoricino cenicero,  si tornava all’ album nuovo, con Devil in details. Come back to haunt me, come what may… Si può dire che ormai avessi perso la voce ma pensai comunque alla Cla quando ci fu Never ending why, forse la prima di questo Cd che mi aveva colpito e sicuramente la prima che avevo citato sulla StanzaBianca. Sugli schermi scorrevano immagini del Body in the Lake.

E poi eccola, la canzone che incalza pericolosamente Cops back home nella classifica delle più  ascoltate del mio Itunes: Happy you’re gone. E anche qui sono partiti flashback su quello che io ero, ovvero un pulcino non ancora anoressico (adesso, come un anno fa a quest’ ora, sì… grazie per la definizione a chi di dovere) che andava avanti e indrè tra Leonardo e Bovisa (vi rendete conto che nella mia vita c’è stata la Bovisa? Rimossa!) ma soprattutto i rientri in tangenziale dalla biblioteca di Lambrate dopo aver studiato con la Vale. Segni di un’epoca che non c’è mai stata e canzone più ascoltata alla mia finestra londinese, nonchè canzone cantata urlando in macchina di Killer un mese fa a quest’ora, quando ero happy I was going. Partiva, d’obbligo, telefonata allo Stivo, senonchè il mio numero UK mi tradiva e finivo il credito. Lui completava per sms la frase mancante: My mind, my my my mind……..

Seguiva Meds, altra canzone che, non so perchè, non ho mai amato molto (iniziavo ad ascoltare l’ album omonimo da Infra Red). Stessa cosa per Come Undone, alla quale avrei preferito l’ heart that hurts is a heart that works di Bright Lights, o almeno un Julien you’re a slow motion suicide, ma evidentemente c’era bisogno di una canzone lenta.

Per fortuna arrivava Special K senza esitations nè delays, e Song to Say Goodbye, preceduta però dalla precisazione di Brian: This is not a Goodbye.

Finta uscita d’ordinanza.  Rientro con flash verdi che facevano pensare ovviamente alla canzone che apriva il tour di Meds: Infra-Red. ‘Cause I can see in the dark.

E poi, mentre lo scontato finale sembrava The bitter end, arrivava invece in chiusura un’altra canzone che non ho mai amato molto, Taste in Men. E quindi poi, in fondo, invece che chiudere con Goodbye o Bitter End, chiudono dicendo Come back to me awhile.

Dunque, che dire: molto del nuovo album (giustamente, eppoi è bellissimo, anzi avrei gradito anche Breath Underwater magari). Mi spiace per i fans di Kings of Medicine, non credo che la facciano live. Stupid me to believe I that I could trust in stupid you. Ma tanto a me non fa impazzire. Delusione anche per chi si aspetta molte canzoni vecchie, ma secondo me quelle che fanno sono azzeccate. Bella scaletta, col cambio di batterista e col cambio di direzione dettato dal nuovo album, è giusto così.

Inutile dire che a questo punto amo ancora di più il nuovo album, che mi mette una grande gioia e carica ogni volta che lo ascolto. E’ l’ album che in totale risulta il mio più ascoltato. Ed è l’ album che mi ricorderà di Londra, inevitabilmente. E sì perchè ci sarà un giorno in cui tutto questo sarà un ricordo.

Se non si vede, amo questa band. C’è stato un momento, quando Hewitt se n’era andato, in cui avevo pensato che non avrebbero più fatto nulla. E invece.

Ho visto i Placebo in tre paesi diversi.

E li rivedrò in un futuro che adesso sembra lontano ma che arriverà presto, e farà sembrare lontano il concerto di questa settimana. Perchè, se ci pensate, è già un mese che io sono qui. E, mentre mi sembra di essere arrivata ieri e di sentirmi più italiana all’estero rispetto a quando sono in Italia, tutto quello che c’era prima mi sembra dieci anni fa.

Ma tra poco, aspetto visite, come back to haunt me, come what may.

Tornerò? A promise that I could not make…

Cosa sto ascoltando adesso?

‘Cause every word from you is a lie…. my mind…

My, my my mind…

A che cosa sto pensando?

E’ stato bello.

E ho visto i Placebo prima di tutti quelli che dicevano i Placebo vengono in Italia (ma a Verona) pochi giorni dopo il tuo comple, ma tu non ci sei sei a Londra gnè gnè gnè.

Ho vinto io…

Stay Tuned

English Summer Rain

seems to last for ages.

Erano mesi che aspettavo di scriverlo. Ebbene, dopo una sfilza di giornate poco londinesi e molto Milanesi, Londra da lunedì mi ha regalato la pioggia, anche se, a dire il vero, ne ho presa proprio poca, l’ ho più che altro vista dai vetri dell’ ufficio.

La pioggia di Londra è diversa. E’ più sottile. E continua, poi smette un attimo, poi riprende. L’unica volta in cui mi è capitato di essere fuori mentre pioveva, non ho neanche aperto l’ ombrello. Perchè sembra il tipo di pioggia che non ti bagna.

Londra, dove anche la pioggia è diversa.

Ma soprattutto non credo che anche i protagonisti di Harry Potter abbiano pensato che la pioggia di Londra non bagni, a giudicare dalle foto della premiere di Leicester Square di ieri sera. Per i fan (miei, non di Harry Potter) che mi hanno chiesto ciò: no, non c’ero. La gente con le faccie da Grifondoro era in coda dalla mattina e anche uscendo da lavoro e catapultandomi là, non ce l’ avrei fatta a vedere Harry, Ron, Hermione e compagnia bella. Sicuramente andrò a vedere il film appena esce. Che poi, come avvenne anche due anni fa, esce pochi giorni dopo il mio compleanno. Il 15 luglio.

Ma.

Il titolo di questo articolo è il titolo di una canzone dei Placebo, ed il 14 luglio i Placebo suonano a Londra per l’ Itunes Music Festival. Puoi entrare solo se vinci il biglietto. E, signori, beh, io lo vinsi. Pur essendomi candidata al premio con entrambi i miei indirizzi mail, indovinate qual è stato l’ indirizzo fortunato?

Remember me, Hermione.

Ma lo sapevo già, era ovvio, era così che doveva andare.

Nell’ anno in cui ho sempre comprato biglietti dispari per tutti i concerti (per gli stessi Placebo, per il futuro), adesso ne ho vinti due, e non so nemmeno chi, delle persone che conosco qui, possa essere interessato a venire.

Ma non importa questo, non è destino, è amore.

Ma più che altro tutto questo è follia…………..

Always stays the same, nothing ever changes.

English summer rain,
seems to last
for ages.

Fall apart and start again.

Oggi, per scampare alla pioggia, mi sono dedicata in pieno allo shopping. E’ una cosa che da gioia.

Non torno più.

Stay Tuned.

Younger than America

Oggi, mentre facevo merenda da Starbucks appena uscita da lavoro, in questa assolata Paternoster Square

ho pensato che è difficile che mi capiti in futuro di fare ancora una bella vita come quella che faccio qui. Una vita piena di stereotipi, a partire da questi cappuccini in bicchieri di cartone, le sale riunioni con il maxischermo, i pranzi nelle vaschette davanti al pc che fanno tanto film americano. I miei colleghi che si alzano in ufficio e mangiano un sacco di dolciumi mentre si fermano tutti per vedere giocare Murray, e il giovedì che ormai è diventato il mio giorno preferito della settimana, grazie al mitico thirsty thursday post lavoro, il mio coinquilino di cucina, gli altri stagisti, o almeno, quelli dei quali riesco a ricordare il nome nonostante ora non ci facciano più portare le targhette come ai welcoming events.

Il fatto che qui nessuno porti gli occhiali da sole e io sia tipo l’unica, le bellissime lenzuola nere che ho comprato da Argos, e il fatto di decidere che fare del mio weekend, quando di tutta questa gente non rimane più nulla resto solo io, e Londra. Londra, con le sue immensità, i monumenti tenuti bene, la metro enorme e labirintica, con le sue scale mobili che vanno verso il centro della terra, i cartelloni dei musical, le scritte SANYO e TDK di Piccadilly Circus. Lo sfarzo di Regent Street coi suoi negozi, in questo centro così denso di culture, di ristoranti, coi suoi mille stimoli, e le periferie con le casettine tipicamente nordeuropee, le periferie tristi come quelle che fanno da scenografia a Skins, i neri, gli indiani, i cinesi, l’ inlgese diverso che ciascuno di queste persone parla, il mio inglese imparato dai telefilm americani che ora non so più che accento stia prendendo (però, ho vinto la gara del TOEFL con la Wifol).

Londra abbastanza grande per perdersi è, stranamente, un posto dove sentirsi straniero è molto difficile. O almeno, questa è una sensazione che non ho mai provato, qui. Ma forse, un po’ come tutti i posti, dipende un po’ da come li prendi. Alla Bovisa, magari sì, lì mi sentivo straniera. E ho detto che non è un posto che avrà il mio cuore.

Londra, invece, sì, sarà una terra di mezzo dove lascerò il mio cuore.

Per un sacco di motivi, già lo so.

Perchè può allo stesso tempo farti perdere e affascinarti, regalarti mille opportunità e poi portartele via, in strade che dopo una cert’ ora possono non sembrare più tanto amiche, o nelle ragazze sedute per terra fuori dai pub, in tutta la loro eleganza british, nel caldo di una metro che va verso la periferia, negli angoli più disordinati delle bancarelle di Portobello Road, nel momento in cui l’ unico che ti fa compagnia è un inserviente di un fast food. Nero, cinese, indiano. Italiano.

Lucky me, sono entrata a Londra dall’ ingresso principale, perchè il destino ha voluto così.

From a bedroom window I was anyone dicevano gli Idlewild tristi dell’ over-listened Warning / Promises, di quando ero appunto alla finestra di casa mia e vedevo il solito paesaggio tutti i giorni. E quando sono alla finestra della mia camera di qui, a dire il vero non vedo nulla, ma penso che in fondo non è il destino che muove le cose e le persone ma, molto probabilmente, c’è una forza molto più grande a muovere tutto.

Si chiama amore.

Detto da una che ha passato praticamente tutto l’ultimo anno con l’unica compagnia di un’ingombrante se stessa, vuol dire. In questa solitudine che tra le mille cose da fare pesa di meno, capisco le persone che preferiscono essere iperattive perchè  non hanno tempo di pensare.

Grazie Londra, mi hai salvato.

Ma sul desktop del mio pc in ufficio ho messo una foto, che poi mi han chiesto: “This is Milano Druomo, isn’t it?”

“Duomo.”

E poi a spiegargli che avevo fatto la foto quando è venuto a trovarmi Tijl perchè altrimenti non avrei mai fatto una foto al Duomo di Milano. No, non è vero, prima gli ho venduto la storia che avevo fatto la foto ’cause I was leaving forever…

Anzi, foreva….

Younger than America, dicono gli Idlewild di oggi, anch’essi, come i Placebo, tornati con un Cd troppo felice (ma perchè i miei gruppi preferiti sembrano seguire le parabole della mia vita? Empatia e Mistero…) rispetto a come li ricordavo, e questa era la canzone che ascoltavo oggi in Paternoster Square.

Una canzone della quale ancora non capisco le parole, perchè non trovo le lyrics. Se lo vedo scritto, almeno capisco meglio.

E anche Take me back to the islands, che probabilmente sarà quello che in un giorno in fondo non molto lontano penserò.

Mentre amo questo posto che mi fa pensare che la vecchia Europa abbia ancora qualcosa da dire, molto di più da qui che da una Milano che ahimè, in confronto a Londra mi sembra misera. E il pensiero va agli Afterhours, mentre mi accorgo che in fondo a Milano manca l’essere cool veramente. Questo, Londra ce l’ ha. Milano is just pretending.

Per questo, quando tornerò, probabilmente dirò: “Me la ricordavo più bella“.

Ma visto che ogni storia segue un filo e il mio era un filo dell’ago di Cadorna, è ancora la mia. Anche se Milano me l’hanno presentata, contro Londra ci sono andata a sbattere per caso e poi, ho cercato di scoprirla per conto mio.

Younger than America, Buon viaggio.

Peace & Love.

Stay Tuned

Laundry Service

Oggi ho fatto il bucato nella lavanderia qui di sotto. Stare seduta nella lavanderia ascoltando i Placebo (stranamente sono un po’ l’unica cosa che riesco ad ascoltare, visto che non so perchè gli Idlewild hanno fatto questo album strano e tintinnante che per ora non mi va giù…) o senza ascoltare niente, quando era finita la batteria dell’ Ipod, mi ha messo tristezza. E’ stato senza dubbio il momento più triste da quando sono a Londra. Non so perchè.

Poi dopo ho visto questo.

 

Great lies to tell small kids.

Di Andy Riley,  quello dei coniglietti suicidi (via Killer, as usual).

Assurdo ma mi piace.

Come spesso accade.

Luglio….

Stay Tuned.