Lost in Translation (II)

Ragazzi, ho scritto un articolo bellissimo chiamato Lost in Translation e basta, solo che non sono riuscita a postarvelo perchè ho pensato troppo prima di premere “publish”. E dopo non ce l’ ho più fatta a rendere pubblico il modo in cui mi sto sentendo.

Tutto il resto… è qualcosa che non riesco a raccontare. La magnificenza di una Londra che ci offre uno splendido bel tempo (nonostante il capriccioso temporale di oggi pomeriggio), i fan di Micheal Jackson ieri notte a Trafalgar Square, i rintocchi di un illuminato Big Bang, i nostri andirivieni per Soho, i “thirsty thursdays”, l’ uomo della metro che ci grida “last train”, le mille persone con cui ho parlato in questa settimana, tutte con una storia diversa, il modo in cui pronunciano il mio nome, il passo con cui percorro la strada per tornare a casa, che somiglia sempre più al passo che ho (avevo…. uaaaaaaaa) a Milano.

La frase che c’è sulla custodia – reclame della mia Oyster card (Bambino Oyster…):


Ma sapete, al momento non ne sono più tanto convinta.

Io, ed è questa la cosa che più mi sconvolge.

Scusate se scrivo poco… è che al momento è così.

Happy you’re gone a tutti.

Stay Tuned

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