La Fine della Festa

Non riusciamo ancora a staccarci dalle orecchie questo meraviglioso Cd dei Placebo e intanto di soppiatto è arrivato giugno, che è sempre stato un mese non adatto ai deboli di cuore. E quest’ anno non lo vedrò neanche per intero.

Credo che nei prossimi giorni scriverò solo articoli molto belli, visto che è da un sacco che non scrivo niente ma elaboro un sacco. Ve l’ avevo detto, sono un po’ Placebo anche io.

A poco più di due settimane dalla mia dipartita, vi faccio riflettere sul fatto che forse, è sempre meglio andare via un attimo prima che la festa finisca. Chi rimane fino alla fine vede i festeggiati, fino a poco prima smaglianti, costretti a mettere via, pulire, accertarsi che la folla evacui senza danni, e senza dimenticare di salutare nessuno. Arriva il momento in cui tutti se ne sono andati e chi ha dato la festa è costretto a portare avanti e indietro piatti e bicchieri e pulire per terra, nel silenzio improvviso che sembra amplificato in constrasto con la poco antecedente presenza di chiacchiere e musica. C’era chi aveva esagerato e crollava sul divano in preda a una botta alcoolica, o chiedeva il sostegno del sant’uomo del momento (nel nostro caso, sempre Siro) per “ritirare fuori l’ allegria, solo con una forma diversa”. E c’erano quelli che, proprio perchè avevano bevuto, tiravano fuori la frase di troppo, perchè è vero che in vino veritas, ma i “Billy Billy Billy” diverbio non sono mai stati il massimo, alla fine di una festa. E’ come un fallo a gamba tesa nei minuti di recupero. Nervosismo, stress. Magari perchè la squadra sta già perdendo. Bastava contenersi, o aspettare 10 minuti in più. Ma non si può piangere sul vino o sulla birra versata. Nemmeno per lo sbagliato che, per quanto sbagliato fosse, ormai è andato giù. E poi, se piangi ti si scioglie il trucco, ma anche questo può capitare, alla fine di una festa.

Poi c’erano quelli che tornavano a casa cantando con l’autoradio (i Blink 182, tipo) e restavano a parlare in macchina sotto casa di qualcuno. Ore. Immersi in quella vaga atmosfera provinciale da canzone di Max Pezzali, perchè noi siamo amici veramente, cioè.

Io sono stata un po’ tutte queste cose.

Ma, nel momento in cui me ne vado via segando solo l’ ultimo mese di cinque anni di Politecnico, penso.

Forse sarebbe stato più furbo essere tra quelli che andavano via a metà perchè “altroimpegno” (in realtà alle 23 postavano su Facebook o gli equivalenti dell’ epoca) o che non venivano proprio per non fare il regalo, e quindi riuscivano a non dover aiutare il padrone di casa a pulire, e a non vedere lo scempio dei loro amici (o conoscenti, chiaro) ubriachi al punto di non essere più divertenti ma oserei dire pathetic, e anche da non finire a ciarlare in macchina, perchè poi arriva sempre quel po’ di malinconia, osservando il cielo dal parabrezza, perchè ti rendi conto che quando stai commentando una serata, bella o brutta che sia stata, è già passato, è già ricordo, e, come direbbe il Caulfield, “Non raccontare mai niente a nessuno altrimenti poi finisci per sentire la mancanza di tutti.” Anche se tendenzialmente la memoria è più generosa di quanto pensiamo perchè ci fa ricordare la parte della festa in cui ci siamo divertiti.

Metafora gigante, chiaro.

E’ che quest’ anno, aspettando di partire e non sopportando di vedere la fine, ho cercato di guardarla dal vetro, per lo più.

Giugno.

 

How many times?
Now I can’t look you in the eyes…
My mind… my my my my mind…

Bellissima, la adoro.

Mentre lo scrivevo, stavo ascoltando questa.

Stay Tuned

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La Fine della Festa