Lost in Translation (II)

Ragazzi, ho scritto un articolo bellissimo chiamato Lost in Translation e basta, solo che non sono riuscita a postarvelo perchè ho pensato troppo prima di premere “publish”. E dopo non ce l’ ho più fatta a rendere pubblico il modo in cui mi sto sentendo.

Tutto il resto… è qualcosa che non riesco a raccontare. La magnificenza di una Londra che ci offre uno splendido bel tempo (nonostante il capriccioso temporale di oggi pomeriggio), i fan di Micheal Jackson ieri notte a Trafalgar Square, i rintocchi di un illuminato Big Bang, i nostri andirivieni per Soho, i “thirsty thursdays”, l’ uomo della metro che ci grida “last train”, le mille persone con cui ho parlato in questa settimana, tutte con una storia diversa, il modo in cui pronunciano il mio nome, il passo con cui percorro la strada per tornare a casa, che somiglia sempre più al passo che ho (avevo…. uaaaaaaaa) a Milano.

La frase che c’è sulla custodia – reclame della mia Oyster card (Bambino Oyster…):


Ma sapete, al momento non ne sono più tanto convinta.

Io, ed è questa la cosa che più mi sconvolge.

Scusate se scrivo poco… è che al momento è così.

Happy you’re gone a tutti.

Stay Tuned

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Lost in Translation (II)

Just Three Days

Dear all,

ci sarebbe troppo da raccontare circa questi tre giorni (venerdì – sabato – domenica), cosicchè mi scorderei di sicuro qualcosa. Intorno a me c’è un ambiente molto positivo. Per ora la città l’ ho sempre girata da sola (come potete vedere dalle foto di Facebook). E’ una cosa che uno dovrebbe fare, quando arriva in una città nuova. Impadronirsi degli spazi, tipo.

La prima cosa che comprai a Portobello Road furono degli ometti di plastica per poter finalmente appendere le robe… e rimasi un bel po’ seduta sul bordo della fontana di Piccadilly Circus..

Colazioni da Starbucks e pranzo sushi a due passi da Regent Street… diciamo che

mi sto trattando bene, finalmente.

Per tutti quelli che si preoccupavano per me… don’t worry, sto fin troppo bene.

Anzi, forse… dovreste… preoccuparvi per voi.

Mi piace stare qui.

Stay Tuned

Just Three Days

First Night In London

Dear all,

innannzitutto vi ringrazio infinitamente per quello che avete tirato in piedi ieri sera: è stato bello avere l’occasione di salutare tutti. Grazie a quelli che hanno gloriosamente partecipato, grazie ai quattro mitici “amministratori dell’evento nascosto di facebook”. Grazie per le manifestazioni d’affetto (ricambiato). Non preoccupatevi: è solo un arrivederci, spero di non deludervi mai. Vi voglio bene. Inutile spendere altre parole…. l’incredibile congiuntura fine di cinque anni di Poli più partenza per due mesi e mezzo e poi per altri sei si meritava una serata come questa. Io spero di meritarmi degli amici come voi.

Oggi, sono arrivata a Londra, ed è stato il primo giorno di un periodo che probabilmente sarà bellissimo.

Mi svegliai alle otto dopo cinque ore di sonno, con fatica e con l’ aiuto dei miei chiusi la valigia/transatlantico, levando alcune cose per poter fare ciò. Dopodichè, ci recammo alla Malpensa, ove mia mamma disse: “Aeroporti d’argento… ormai son diventati d’oro” e si sbizzarrì dunque in citazioni colte.

La donna del check – in Lufthansa rabbrividì alla vista del peso della mia valigia e le applicò sopra il cartello HEAVY – 31 KILI, comunicandomi una spesa di extra-luggage di 10 euro al kilo per ogni kilo di troppo, e i kili di troppo erano 11. I kili di troppo, un problema grave…. Disse poi che poteva ridurre la spesa fingendo che i kili di troppo fossero solo 5, al che, mi disse di levare pure delle cose se volevo. Così, io e mia madre ci ingegnammo per far dimagrire questa valigia in favore di un secondo bagaglio a mano (il magico eastpak verde) che la tipa mi avrebbe fatto passare. Il primo indiziato fu il libro di marketing, che ormai è già stato in Francia e in Austria (forse più di una volta), per fortuna non in Brasile perchè sarebbe stato quantomeno stucchevole. Un libro di Into the Wild e paio di All Stars dopo, la valigia passava senza problemi, chiesi alla tipa se avrei avuto problemi perchè avevo due bagagli a mano e lei, con un gesto più che eloquente della mano, disse: “Vai e basta….”.

E fu così che.

Un’ ora e mezza dopo giunsi a Londra.

Mi sedetti sulla valigia e fumai una sigaretta fuori da Heatrhow. Ivi, mi si avvicinarono due ragazze per chiedermi l’accendino. E poi, sostenendo di essere di Milano nonostante un accento più che slavo tradisse il fatto che non lo fossero per niente, mi chiesero se sapevo dove prendere un taxi (NB: I taxi erano di fronte a noi). Al che, dissi loro che non avrei preso il taxi perchè costava tipo 70 £, ma che avrei preso la metro. Ovviamente, presero la metro anche loro.

Svariate fermate e svariati “Please mind the gap between the train and the platform” dopo, e con la benevolenza di baldi giovani che mi aiutarono con la valigia quando c’era da fare le scale immobili, mi ritrovai in questo delizioso luogo che è la mia nuova casa, a Barbican Hall.

La giovine receptionista orientale mi mostrò la mia stanza e il mio bagnetto e mi disse tutti i nomi e le nazionalità dei miei vicini di piano. Ovviamente non ricordo neanche un nome, ricordo solo che c’è una tipa inglese, un tipo francese, uno cinese e poi boh. Ancora non li ho visti, quindi sarà solo nei prossimi giorni che potrò introdurvi questi pacchiani personaggi.
Dopo ciò, la giovine receptionista orientale mi spiegò ove andare a comprare beni di prima necessità quali le lenzuola. Orbene, mi mandò in un posto (fortunatamente facilmente raggiungibile a piedi) chiamato Argos, dove, come lei mi aveva spiegato, tu devi scegliere su un catalogo le cose che vuoi, e poi loro te le portano dal magazzino. La spiegazione a parole non mi aveva molto reso chiara l’idea di un tipo di negozio che da noi non esiste. In pratica, vendevano qualsiasi cosa, da un coltellino svizzero a un Ipod. dovevi solo sfogliare un catalogo lungo come otto bibbie, guardare le foto, e scrivere il codice di quel che volevi. Andata al capitolo “nuvole e lenzuola”, scelsi questo completo cuscino più piumone e queste mitiche lenzuola sexy black and lime con copri-piumone offerta speciale due al prezzo di uno cioèèèèè. Mi venne troppo in mente Max quando vidi il copri-piumone dell’Arsenal. Consegnato il mio foglietto scritto con matitine tipo Ikea, andai a pagare e poi andai al bancone, ove chiamarono il mio numero e mi consegnarono – per fortuna – davvero quel che avevo ordinato. Fu un’esperienza surreale. Surreale ma bella.

Con in mano il piumone e il cuscino avvolti in questo cellophane e le varie lenzuola, andai poi a fare la spesa, e poi tornai a casa con gioia e pronta ad uscire di nuovo per imparare la prima strada che devo imparare a fare senza cartina: quella per andare al lavoro. Prima, però, mi fermai da Starbucks, dove la mia inequivocabile pronuncia della parola “Cappuccino”, rivelò immediatamente all’inserviente rastone che ero italiana. E fu così che lui mi disse “Ecco tieni il cappuccino”… e io gli dissi “Grazie…”.

Camminai tra strade che ora mi sembrano tutte nuove, e alla fine di tutto questo saranno familiare, giunsi all’ufficio e poi tornai di nuovo indietro. Anche perchè – ahimè – avevo freddino. Mi fermai anche a mangiare nel frattempo. Mangiare da sola non fu bellissimo, anche perchè nel frattempo mi era venuta la tremarella credendo per un attimo di aver perso la tessera-chiave della stanza, che invece per fortuna ritrovai.

A casa, sistemai la camera, semi-disfai le valigie, ebbi un momento di panico temendo che il mio convertitore per le spine elettriche non funzionasse (e invece no, c’era il trucco) e infine mi dedicai a Skype e or ora alla Stanza Bianca, e quindi a voi. Infatti, in un’evidenza dei fatti più che sconcertante che mi dice che le persone che conoscerò nei prossimi 10 mesi probabilmente avranno forti difficoltà di lingua nel leggere la Stanza Bianca ( e in un’evidenza dei fatti più che sconcertante che mi dice che non scriverò mai la Stanza Bianca in nessun’ altra lingua perchè l’effetto non sarebbe lo stesso, lost in translation…), questo blog rimarrà un regalo che farò a chi c’era fin da quando ho iniziato a scriverlo. E forse per la prima volta è veramente utile, dunque, visto che io sono lontana dagli occhi, lontana dal cuore.

We both can both can speak in tongues, until the universe is done and the course of time has run, direbbe Brian Molko. E anche Don’t give in to yesterday, we can build a new tomorrow, today.

Infatti, ieri correvo all’impazzata tra Bovisa e Piola per dare due esami in un sol dì, oggi vivo da sola in centro a Londra e di colpo tutto è diverso. Pensavo che mi sarebbe venuta la tristezza la prima sera, e invece no.

Sono contenta di essere qui.

E poi, finchè c’è la Stanza Bianca, anche se mi trovo nella perfida Albione, è come se avessi sempre qualcuno con cui parlare.

Goodnight from London.

Stay Tuned

First Night In London

Santa Rabbia

Non è formalmente elegante, ma è l’ unico modo alle volte.

Tutte le chitarre che avrei voluto distruggere sul pavimento.

One week.

Tempo zero.

Quando il freddo brucia tutto.

—

Grazie a tutti quelli che quest’ anno e in questi giorni hanno capito i miei no.

Mentre corro vi penso.

Stay Tuned

Santa Rabbia

The Show Must Go On

Credo che sia pressochè impossibile, per i lettori della StanzaBianca di lunga data, non avere neanche lontanamente idea di che cosa sia lo spettacolo di Chiuhy, il magico pseudo – musical creato e recitato dalla mia classe delle medie, e da me citato su questo sito tutti gli anni in corrispondenza del 7 giugno. Per i “nuovi” lettori, ammesso che ce ne siano, suggerita ricerca dei suddetti articoli passati, per trama e motivi dell’ importanza di tutto ciò.

Vi ho sempre raccontato la magnificenza dovuta al fatto che noi, poco più che bambini, creammo quello spettacolo, recitammo, suonammo, ci esibimmo su un palcoscenico e raccogliemmo, naturalmente, un sacco di applausi.

Chiuhy, la storia di un successo, una storia di successo.

Ma non vi ho mai detto che c’è stato un momento in cui stavamo per mandare all’ aria tutto. Era, credo, metà aprile, più o meno. Lo spettacolo aveva già una sua forma, i suoi dialoghi, una colonna sonora, delle mezze scenografie. Tra di noi, nessuno aveva l’ ambizione di diventare musicista o attore, ma, tutti i venerdì o anche più spesso, c’era il tour de force delle prove, musicali e di recitazione. In uno di quei venerdì, in cui eravamo vestiti in tuta perchè poi avevamo educazione fisica, stavamo provando nel corridoio davanti alla palestra, come sempre. Forse, ci stavamo impegnando un po’ meno del solito. Comunque, scaturì una discussione su quanti scalini Fra dovesse salire prima di buttarsi dalla Statua della Libertà (pfff), seguirono attimi di imbarazzo e silenzio e alla fine la prof disse: Ragazzi… a questo punto… se volete lasciar perdere ditelo… pensateci.

Oggi, sono passati dieci anni da Chihuy.

Dieci anni dalla fine da palcoscenico della nostra infanzia.

Circa una settimana dopo lo scazzo, infatti, la prof venne in classe e noi, con l’ aria grave che potevano avere venticinque ragazzini di terza media, dicemmo Prof… ci abbiamo pensato… Lo spettacolo si fa. Si deve fare.

The Show Must Go On, come diceva l’ ultima canzone della colonna sonora dello spettacolo.

Finire uno spettacolo dicendo che lo spettacolo deve continuare.

Dieci anni da Chihuy e dieci giorni prima di partire.

7 Giugno.

Stay Tuned

The Show Must Go On

La Fine della Festa

Non riusciamo ancora a staccarci dalle orecchie questo meraviglioso Cd dei Placebo e intanto di soppiatto è arrivato giugno, che è sempre stato un mese non adatto ai deboli di cuore. E quest’ anno non lo vedrò neanche per intero.

Credo che nei prossimi giorni scriverò solo articoli molto belli, visto che è da un sacco che non scrivo niente ma elaboro un sacco. Ve l’ avevo detto, sono un po’ Placebo anche io.

A poco più di due settimane dalla mia dipartita, vi faccio riflettere sul fatto che forse, è sempre meglio andare via un attimo prima che la festa finisca. Chi rimane fino alla fine vede i festeggiati, fino a poco prima smaglianti, costretti a mettere via, pulire, accertarsi che la folla evacui senza danni, e senza dimenticare di salutare nessuno. Arriva il momento in cui tutti se ne sono andati e chi ha dato la festa è costretto a portare avanti e indietro piatti e bicchieri e pulire per terra, nel silenzio improvviso che sembra amplificato in constrasto con la poco antecedente presenza di chiacchiere e musica. C’era chi aveva esagerato e crollava sul divano in preda a una botta alcoolica, o chiedeva il sostegno del sant’uomo del momento (nel nostro caso, sempre Siro) per “ritirare fuori l’ allegria, solo con una forma diversa”. E c’erano quelli che, proprio perchè avevano bevuto, tiravano fuori la frase di troppo, perchè è vero che in vino veritas, ma i “Billy Billy Billy” diverbio non sono mai stati il massimo, alla fine di una festa. E’ come un fallo a gamba tesa nei minuti di recupero. Nervosismo, stress. Magari perchè la squadra sta già perdendo. Bastava contenersi, o aspettare 10 minuti in più. Ma non si può piangere sul vino o sulla birra versata. Nemmeno per lo sbagliato che, per quanto sbagliato fosse, ormai è andato giù. E poi, se piangi ti si scioglie il trucco, ma anche questo può capitare, alla fine di una festa.

Poi c’erano quelli che tornavano a casa cantando con l’autoradio (i Blink 182, tipo) e restavano a parlare in macchina sotto casa di qualcuno. Ore. Immersi in quella vaga atmosfera provinciale da canzone di Max Pezzali, perchè noi siamo amici veramente, cioè.

Io sono stata un po’ tutte queste cose.

Ma, nel momento in cui me ne vado via segando solo l’ ultimo mese di cinque anni di Politecnico, penso.

Forse sarebbe stato più furbo essere tra quelli che andavano via a metà perchè “altroimpegno” (in realtà alle 23 postavano su Facebook o gli equivalenti dell’ epoca) o che non venivano proprio per non fare il regalo, e quindi riuscivano a non dover aiutare il padrone di casa a pulire, e a non vedere lo scempio dei loro amici (o conoscenti, chiaro) ubriachi al punto di non essere più divertenti ma oserei dire pathetic, e anche da non finire a ciarlare in macchina, perchè poi arriva sempre quel po’ di malinconia, osservando il cielo dal parabrezza, perchè ti rendi conto che quando stai commentando una serata, bella o brutta che sia stata, è già passato, è già ricordo, e, come direbbe il Caulfield, “Non raccontare mai niente a nessuno altrimenti poi finisci per sentire la mancanza di tutti.” Anche se tendenzialmente la memoria è più generosa di quanto pensiamo perchè ci fa ricordare la parte della festa in cui ci siamo divertiti.

Metafora gigante, chiaro.

E’ che quest’ anno, aspettando di partire e non sopportando di vedere la fine, ho cercato di guardarla dal vetro, per lo più.

Giugno.

 

How many times?
Now I can’t look you in the eyes…
My mind… my my my my mind…

Bellissima, la adoro.

Mentre lo scrivevo, stavo ascoltando questa.

Stay Tuned

La Fine della Festa