Canto di Natale

Stick boy noticed that his Christmas tree
looked healthier than he did

(Tim Burton – Stick Boy’s Festive Season)

E’ semplice ma, ma non dire che
la vita ti prende soltanto alle spalle
ti ha preso in un giorno che ti senti inutile
Coriandoli a Natale

e magari ancora troppo stanco per ricominciare
ma scommetto che poi tu te ne andrai

(Subsonica / Gigi Rastagno – Coriandoli a Natale)

Sto con le quattro capriole di fumo del focolare

(Giuseppe Ungaretti – Natale)

Solitario mio triste Natale, che incominciò in un giorno del ponte dei morti in cui passando in macchina lungo il solito viale, notai che nel parcheggio dell’ ipermercato già si stagliava verso il cielo un grosso albero di metallo, pronto ad essere acceso e a illuminare, con i suoi puntini gialli, la notte malinconica di chi su quel viale ci lavora: prostitute, parcheggiatori dello stadio e del palazzetto dello sport, venditori di panini da camioncino emananti quel forte odore di salsa e carne che mi ricordano di quando anch’ io ero un tifoso accanito e tornando a casa avevo l’ impressione che la sciarpa della mia squadra del cuore portasse anch’ essa l’ odore di quei panini, oltre a quella del sudore che accompagnava la mia passione in quelle giornate votate al dio pallone, un dio nel quale pochi anni dopo avrei smesso di credere proprio come ho smesso di credere al dio vero, quello in cui tutti o quasi credono, o almeno dicono di credere, più per comodità, più perchè non hanno voglia, a mio parere, di soffermarsi veramente a riflettere sulla sua esistenza e sull’ influenza che la suddetta può avere su di noi, che in fondo possiamo anche vantarci di essere gli unici esseri fatti di carne e sangue ma dotati di pensiero, ma spingendo troppo a fondo questo pensiero, ce ne possiamo servire solo per renderci conto che siamo troppo piccoli per competere con il grande cielo nero che si distende sopra di noi.

Solitario mio triste Natale, che prende forma mentre sotto questo cielo nero cammino, mentre le mie Doctor Martens lasciano orme imprecise sulla neve, mentre penso che quell’ albero di Natale di metallo che fin dai primi di Novembre si stagliava in su dal viale, forse serviva per ricordare a tutti che c’ era ancora qualcosa per cui valesse la pena vivere, perchè tutti mentre percorrevano in macchina il viale la mattina presto, così presto che non ci poteva essere ancora il sole, e percorrevano in macchina il viale la sera tardi, così tardi che era già andato via il sole, potessero ricordarsi che presto ci sarebbe stato qualcosa di più di una giornata uguale a quella precedente, lavoro o scuola o ufficio, svegliarsi presto e bere un pessimo cappuccino, fare la propria strada di tutti i giorni tenendo la radio accesa ma senza ascoltarla veramente, tornare tardi con un mal di testa opprimente e aspettare una cena davanti al telegiornale acceso ma senza guardarlo veramente, e magari sentire la propria anima smuoversi solo per quei pochi istanti in cui, passando a fianco all’ albero illuminato, ci si potessero immaginare biscotti al burro e al miele, i canditi del panettone, i datteri, le carte luccicanti dei regali sognati dai bambini, le canzoni e il tintinnare artefatto di una slitta intervallato alla calda risata di un grasso signore barbuto che in realtà non esiste, e scoprire la sua inesistenza è per molti bambini un trauma, come arrivare alla conclusione dell’ inesistenza di dio può essere per molti che bambini non lo sono più.

Solitario mio triste Natale, che come ogni anno io ho aspettato da quando vidi quell’ albero di metallo sul viale in poi, sperando che Novembre mi portasse qualcosa di più del grigio e della nebbia e del poter tornare a indossare sciarpa, guanti e cappotto col bavero alzato. L’ ho aspettato pensando ai regali, mettendo da parte il valore dei miei soldi e della fatica che mi era costata guadagnarli, pensando solo a comprare qualcosa che facesse felici le persone che li avrebbero ricevuti, qualcosa che li avrebbe colpiti, qualcosa che li avrebbe portati a ricordarsi di me, quello che nelle foto non c’ era, o se c’ era non sorrideva. L’ ho aspettato addobbando il mio albero in casa, scendendo in cantina per ritrovare, come ogni anno, i miei fedeli addobbi in una scatola, e pensando che nel giro di poche settimane di nuovo li avrei riposti nella stessa scatola, pensando a come sarebbe stato il me stesso dell’ anno dopo, il me stesso che quegli addobbi li avrebbe ritrovati uguali, e chiedendomi se gli occhi miei che si sarebbero specchiati in quelle palline colorate, sarebbero stati gli stessi dell’ anno prima, o se sarebbero stati solo più sconsolati e disillusi. L’ ho aspettato tra i cartelloni e i Babbi Natale finti dei centri commerciali, dietro le cui barbe si nascondono studenti universitari come me, sognatori di oggi e disoccupati di domani, che per qualche settimana ridono e agitano campanelle e distribuiscono caramelle ai bambini, prima di passare delle vacanze talmente uguali da non poterle distinguere: un Natale a rimpinzarsi coi noiosi parenti adulti, magari rallegrato solo dalla presenza di qualche cugino coetaneo la cui simpatia ci torna alla mente solo in occasione delle feste, mandando auguri asettici agli amici con un messaggio uguale per tutti sul cellulare, l’ attesa di un Capodanno da poter raccontare ingigantito rispetto alla realtà, un Capodanno in cui nei racconti tutti avranno bevuto di più di quanto abbiano bevuto realmente, in cui i fuochi d’ artificio saranno stati più esplosivi e meravigliosi di quanto siano stati realmente, in cui tutti si saranno divertiti di più di quanto sia accaduto realmente, e tutti avranno pensato, una volta ancora, che dal Primo Gennaio in poi la vita sarebbe stata diversa, per poi accorgersi, dopo aver passato l’ intero Primo Gennaio a dormire, che tutto sarebbe stato esattamente uguale, il cielo grigio uguale, il paesaggio fuori dalle finestre della propria stanza uguale, il contenuto dei propri cassetti ed armadi uguale, il libro sul comodino uguale, e le pagine del proprio diario bianche ma da riempire con una storia uguale, e i restanti giorni delle vacanze da impegnare sui libri, illuminati da una luce artificiale, nell’ attesa della sessione d’ esame invernale, la prossima cosa in attesa della quale avrebbero dovuto vivere, chiedendosi se ne valesse davvero la pena.

Solitario mio triste Natale, sono uscito di casa poco prima di Mezzanotte, e alla televisione c’ erano i soliti film della Vigilia, e c’era quel Canto di Natale coi personaggi della Walt Disney che vedevo da bambino, poco prima che mi rendessi conto che dire “Tu sembri un romanzo di Dickens” potesse essere un offesa per una persona, e nel Canto di Natale c’erano il Fantasma dei Natali Passati, il Fantasma del Natale Presente, il Fantasma dei Natali Futuri.

Solitario mio triste Natale, i miei Fantasmi dei Natali Passati sono i miei parenti che facevano a gara a chi mi avrebbe fatto il regalo più bello, quando ero l’ unico nipote prediletto e ancora non si sapeva che l’ adolescenza mi avrebbe portato in dono un temperamento solitario e un’ indole taciturna, pessimista, disfattista. I miei Fantasmi dei Natali Passati sono le cene della Vigilia e i pranzi in trenta intorno a un tavolo, il fuoco di un caminetto, i cioccolatini del calendario dell’ avvento, i pomeriggi della Novena in Chiesa e le recite della scuola materna, i bambini vestiti da Re Magi, di cui uno con il viso pitturato, le stoffe rosse e verdi e mio zio vestito da Babbo Natale. I miei Fantasmi dei Natali passati sono il senso di una grande famiglia che si è perso a poco a poco, sono le briciole che restavano dopo quelle cene e quei pranzi, sono la cenere che rimaneva quando bruciavamo le carte dei regali in quel caminetto, sono i brandelli di cartone in cui riducevo il calendario dell’ avvento una volta finiti i cioccolatini, sono le fotografie ancora cartacee che ci facevamo, per poi sfogliarle ogni anno e scoprire che gli adulti ogni anno erano più vecchi, i bambini ogni anno più adulti, e anche se era Dicembre, all’ inizio sembrava sempre che facesse lo stesso caldo. Il Fantasma dei miei Natali Passati è quel caldo, che mi è parso vanificarsi ogni anno più rapidamente, mentre tornavo a casa mia, specchiandomi non più nelle palline colorate degli addobbi, ma nel finestrino del sedile posteriore della macchina di mio padre.

Solitario mio triste Natale, il mio Fantasma del Natale Presente sei tu, tu che mi sei davanti ma quando mi volto a guardarti non ci sei più e mi fai star male, tu che hai camminato con me nelle vie illuminate della mia città guardando le vetrine e tenendomi distrattamente la mano, e avevo l’ impressione che più io te la stringevo, più tu tentavi di sfuggire. Il mio Fantasma del Natale Presente sei tu, tu che mi tieni in un cassetto e mi tiri fuori solo quando serve,  tu che sei il tipo di persona che passa il Natale in posti esotici, dove è estate, con gli occhiali da sole e il costume da bagno, mentre a me piace sentirmi ghiacciare le mani, trascinare i passi nella neve, tirare su il bavero del cappotto camminando tra la neve sciolta e l’ asfalto. Il mio Fantasma del Natale Presente sei tu, che se ti regalo un libro non lo leggerai, e se lo leggerai non lo capirai, che se ti regalo un disco non lo ascolterai, e se lo ascolterai non lo capirai, tu che mi stai accanto ma non ti piacciono le cose che piacciono a me, e non capisci il mio modo di essere, così come a me non piacciono le cose che piacciono a te, e non capisco il tuo modo di essere. Il mio Fantasma del Natale Presente sei tu, perchè è stare con te che mi fa sentire così solo.

Solitario mio triste Natale, il mio Fantasma dei Natali Futuri sono io, io che percorro nella notte la via innevata che separa casa mia dalla Chiesa, perchè a pochi minuti dalla Mezzanotte sto andando in chiesa, da solo, per sentire il profumo dell’ incenso e ascoltare le canzoni che sembrano cantate dagli angeli, il suono profondo delle note di un organo e le parole di una Messa che sembra recitata in una lingua che non è la mia, per scaldarmi le mani stringendo le mani di sconosciuti, per guardare verso l’ altare per avere almeno la sensazione di guardare verso qualcosa, per avere almeno per un attimo la sensazione che tutto abbia un senso. Il mio Fantasma dei Natali Futuri sono io, io che esco dalla Chiesa che Natale è iniziato solo da un’ ora, e che quel senso penso di non averlo trovato, e per tornare a ripetermi che io non credo, che sono solo un uomo troppo piccolo di fronte al tempo che mi fa essere solo una fotografia in bianco e nero sul fondo di un cassetto, e allo spazio di un cielo nero che mi sovrasta fino a schiacciarmi come io schiaccio la neve che si lascia sciogliere sotto le suole consumate delle mie Doctor Martens. Un uomo troppo piccolo fatto di carne e sangue, una carne consumata dal desiderio di qualcosa che non c’è, e sangue che sembrerà solo una macchia incandescente di ceralacca sul bianco immacolato della neve resa argentata dalla luce del mattino del giorno di Natale.

Stay Tuned

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