Valentine

La bambina aprì gli occhi e lo guardò, e a lui sembrò che quello sguardo fosse lo sguardo di una creatura non umana. Lei era qualcosa di più, forse.

Giacomo si guardava intorno: ricordava di aver già visto quella stanza.

Le pareti erano nere, e, anche se non c’erano finestre, una luce verdastra vi entrava, illuminando di striscio un tavolo d’ebano, quadrato, posto al centro. Guardando in alto, sembrava non ci fosse soffitto, ma solo una coltre di fumo denso.

Lei era più bassa di lui di almeno due spanne, ma l’ intensità del suo sguardo sembrava celare, dietro il viso infantile dei suoi dieci anni, qualcosa che a tratti pareva malvagio, a tratti divino. Qualcosa, comunque, di perfetto ed intangibile.

Giacomo guardava tutto con aria distante, la sua indolenza cronica e il suo sguardo vacuo davano a lei l’ impressione che lui fosse sempre un po’ assente e si limitasse a lievitare sulle cose del mondo.

Lei, che prima gli dava le spalle, si voltò e lo fissò.

“Noi costruiamo mondi. – disse lei, quasi sottovoce – E con la stessa facilità li distruggiamo.”

Lui non poteva sentirla, leggeva le parole sulle sue labbra. Contrasse le sopracciglia, si rabbuiò. Poi, con gesti teatrali e volutamente ricercati, compose nell’ aria le parole: “Non fare così, ti prego. Tu mi fai paura quando fai così.”

Lei non conosceva quel linguaggio, ma comunque capì. Volse il palmo aperto della sua mano destra verso di lui, come se stesse per stregarlo con un incantesimo, e, avanzando passo dopo passo verso Giacomo, continuò.

“Noi cadiamo sempre in piedi. Noi in qualche modo arriviamo sempre dove vogliamo. Noi avremo sempre più freddo degli altri, perchè stiamo più in alto.”

Lui indietreggiava, strascicando i passi nella polvere, senza voltarsi indietro, ma continuando a guardare lei negli occhi.

“Noi crediamo di non aver bisogno di nessuno, ma le nostre spalle forse non saranno mai abbastanza grosse. Però, noi non abbiamo quasi mai paura, forse perchè non abbiamo coscienza.”

Un altro passo indietro di lui.
“Noi un giorno crediamo di sapere tutto, e il giorno dopo non sappiamo più niente. Noi siamo capaci di amare e odiare con la stessa intensità.”

Giacomo andò a sbattere contro il tavolo, e cadde.

Lei lo guardò dall’ alto in basso e, puntando l’ indice verso di lui, disse: “Noi siamo così, uno spettacolo per chi ci vede da fuori, ma vuoti dentro.”

Lui alzò gli occhi verso di lei, li socchiuse, perchè si trovava in un punto in cui cadeva la luce e, lentamente, compose nell’ aria le parole: “Tu lo dici.”

E fu allora che lei lo scavalcò, si mise in piedi sul tavolo e, guardando verso il soffitto, un soffitto che forse non c’era, là, dove l’ aria e il fumo sembravano perdersi in un cielo infinito e nero, si mise le mani sulle orecchie, quasi non volesse udire lei stessa quello che stava per dire e iniziò ad urlare “NOI SIAMO QUELLI CHE NON SARANNO MAI FELICI, PERCHè QUANDO SONO TROPPO FELICI SONO INQUIETI E STANNO AD ASPETTARE UNA NUOVA CADUTA, CERTI CHE ARRIVERà!”.

Un vortice si era formato, il vento soffiava e il fumo sembrava risucchiarla, girando a spirale intorno a lei tra le quattro pareti, mentre la luce verdastra illuminava le sue guance pallide conferendole un’ aria eterea ma a tratti spettrale.

Giacomo si buttò in ginocchio davanti al tavolo, si mise anche lui le mani sulle orecchie: la voce di lei era forte, pungente, a tratti capace di fargli vibrare il diaframma:persino lui poteva sentirla. Fu definitivamente convinto che lei non era umana.
Con gesti confusi, compose ancora le parole: “Ti prego, non fare questo. Quando fai questo, tu mi fai paura.”
Sentì che stava per piangere, e, sempre in ginocchio sul pavimento, strisciò sotto il tavolo e lì si rannicchiò, toccando con la testa il suolo sporco di polvere.

“NO – urlò nuovamente lei, verso il buco nero del cielo – IO VOGLIO ESSERE UNA SCATOLA!”

Poi, si accasciò sul tavolo e rimase lì, sdraiata su un fianco, gli occhi spalancati, il viso tagliato da uno spiraglio di luce, la mano bianca e gelida posata sul piano del tavolo.

La voce di lei era lacerante, insieme a quell’ ultima sua frase, lui sentì una fitta alla testa, e un dolore incredibile al petto. Fu come essere colpito da un fulmine.

Giacomo tentò di parlare, come preso da una crisi epilettica non sembrava più in grado di coordinare i suoi movimenti e dunque di esprimersi a gesti come aveva fatto fino a quel momento, quindi, si mise le mani sul petto e, con la fronte rivolta al pavimento, disse “TU SARAI SEMPRE UNA SCATOLA APERTA.”

Ma il suo fu un grido muto.

Poi, lei chiuse gli occhi e fu il buio.

——

Uuuuuuuuuuuu!!

(Zuccherifici ovunque, scusate. Sono circondata!)

I’m killing time on Valentine’s
Waiting for the day to end…

(placebo – taste in men)

Stay Tuned

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