Il Gioco della Torre (II)

Vi dissi un giorno, e più precisamente qui, che once upon a time there was un principe dal mantello nero di nome boh, in quanto il nome in realtà non ve lo dissi. E non vi dissi altresì che il tempo che passò sulla torre d’ argilla non lo passò tutto da solo.

Infatti, nello stesso time del once upon di cui sopra, poco lontano da lui viveva un principe dal mantello bianco, di nome boh, perchè se non ha nome il principe dal mantello nero, mi pare giusto che neanche il principe dal mantello bianco abbia un nome.

Il principe dal mantello bianco aveva una corte che sarebbe bello definire con aggettivi con tante lettere tipo favolosa e lussureggiante, con giardini d’ erba voglio e alberi di zucchero filato, stagni di crema di caramello e ninfee di biscotto al miele, ma basta così, altrimenti invece che la dimora di un principe dal mantello bianco, sembra la fabbrica di Willy Wonka.

Inutile e superfluo quasi quanto dire “inutile e superfluo” insieme, dato che vogliono dire la stessa cosa, è stare a spiegare che sulla corte del principe con il mantello bianco ma senza un nome, splendeva sempre il sole.

Gioiosi e rubicondi esserini (No! Non gli Oompa Loompa! Vi ho già detto che non era Willy Wonka!) si agitavano tutto il giorno nei pressi del castello, giocavano a volano nei prati d’ erba voglio, facevano il bagno negli stagni di caramello, e bevevano Burrobirra che neanche al castello di Hogwarts.

Vivere lì, era un po’ come quando nelle fiabe si dice “Vissero felici e contenti per sempre”: tutti avevano sempre stampata sul viso un’ espressione beata e spensierata, e facevano grandi girotondi cantando “Love Generation” di Bob Sinclar.

Il principe dal mantello bianco era felice, però, a volte, osservando dal cornicione di anice della sua stanza ciò che accadeva nella torre e nel giardino, provava un folle sentimento di noia. D’ altra parte, lo dicevano anche i Linea 77: too much happiness makes kids paranoid.

E fu così che un giorno, all’ improvviso, decise di partire. Non portò niente con sé e non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, in quanto non era mai uscito dalle sue alte mura di meringa glassata, tuttavia decise di partire e basta, e a chi gli chiedesse il motivo di ciò, voltandosi di sfuggita rispondeva: “Non lo so, ma non mi aspettate.”

Cammina cammina, il principe oltrepassò lande desolate, paludi, selve piene di rovi, boschi con alberi con le dita ossute, e si spaventò non poco, perchè non aveva mai visto niente di tutto ciò. Ma, nel suo percorso, non incontrò mai nessun essere umano. Gli alberi avevano occhi e una bocca, ma non erano creature con cui egli ritenesse opportuno parlare.

La notte, il principe si fermava a dormire rannicchiato per terra, e poi, la mattina, cercava sempre di ripulire come meglio poteva il suo mantello, che così, risultava sempre bianco, immacolato, quasi inquietante nella sua purezza, nonostante tutti i luoghi tetri che il principe aveva attraversato.

Cammina cammina di nuovo, il principe dal mantello bianco giunse infine davanti a un’ imponente costruzione circondata dalle nubi: trattavasi di quattro torri. Tre, dietro, più alte e imponenti, ma dall’ aspetto diroccato e a tratti spettrale, una più nuova, sul davanti, con davanzali con i fiori e sul tetto la parabola di Sky.

Il principe fece spallucce, felice di aver trovato qualche segno di umanità, decise di optare per il meno peggio e bussò alla porta della torre più bassa. Oh, beh, in realtà suonò al videocitofono.

“Sali?” rispose il principe dal mantello nero.

“Ciao.- disse il principe dal mantello bianco. – Ma tu vivi da solo?”

“Sì – rispose il principe dal mantello nero. – E allora?”

“No, niente, così – disse di nuovo il principe dal mantello bianco – Bello il tuo mantello argento.”

“Oh beh – rispose il principe dal mantello nero, guardandosi le spalle e tirando avanti un lembo del mantello per guardarsi – In realtà lo metto solo quando vengo qui, il mio mantello è sempre stato nero. O forse sei tu che adesso lo vedi argento, perchè la luce dei tuoi occhi lo vede argento. In realtà, io sono un principe dal mantello nero.”

“Ah…” disse il principe dal mantello bianco, e poi iniziò a girare nella torre, guardandosi in giro.

Si soffermò, in particolare, davanti alla scacchiera d’ ebano e avorio. La guardava incuriosito, con insistenza.

“Vuoi giocare?�? gli chiese il principe dal mantello nero.

“Oh, volentieri. – rispose l’ altro – Una volta ero bravo, ma ora ho dimenticato come si fa.”

“Non preoccuparti – disse il principe dal mantello nero – Io non sono affatto capace.”

“Quindi vincerò io!” ribattè il principe dal mantello bianco, e poi si lasciò andare a una risata cristallina.

Il principe dal mantello nero sorrise, cosa che accadeva di rado, e prese posto di fronte alla scacchiera.

“Ovviamente, dato che io sono bianco – disse il principe dal mantello bianco – Io prenderò il bianco. Tu, che dici di esser nero, anche se io ti vedo argento, prenderai il nero.”

Il principe dal mantello nero annuì. “E allora dai – disse – Tocca a te iniziar per primo.”

Il principe dal mantello bianco guardò il principe dal mantello nero.

Poi mosse il primo pedone.

Le foglie caddero, l’ inverno ghiacciò tutto, la primavera tornò a ridare colore al mondo circostante, ma ancora la partita non era terminata. Il principe dal mantello bianco e il principe dal mantello nero ancora erano lì, nella torre che poi si rivelò essere d’ argilla, a giocare a scacchi. E la cosa strana era che ormai la lentezza delle mosse, e il fatto che passassero più tempo a guardarsi o a parlar tra loro la mattina dopo colazione, o la sera prima di coricarsi, faceva pensare che avessero perso interesse a sopraffarsi l’ un l’ altro, la partita era diventata una scusa, i pezzi giacevano immobili in realtà da tempo, perchè tutti e due dicevano di dover pensare alle mosse per giorni, e così il tempo passava, le stagioni trascorrevano, e loro erano ancora lì, a crogiolarsi intorno alla scacchiera ormai impolverata e ad aspettare che arrivasse l’ estate.

L’ estate, puntuale come tutti gli anni, arrivò. E fu allora che le fondamenta della torre cominciarono ad accusare segni di cedimento.
“Ehi guarda – disse un giorno il principe dal mantello bianco – Sembra che la torre si stia sciogliendo. Sembra proprio che stia sprofondando sotto terra.”

Il principe dal mantello nero guardò giù. “Certo – disse – Sono giorni che me ne sono accorto. Sto cercando di far in modo che non cada, ma non ti ho detto niente per non farti spaventare. Tranquillo, presto sarà tutto a posto. Puoi aiutarmi a sistemare la torre, se vuoi.”

“Oh no. – rispose il principe dal mantello bianco – Non ne ho nessuna intenzione. Si sporcherebbe il mio mantello. E, d’ altra parte, da solo non credo che ce la farai, quindi prima o poi cadrò anch’ io. E se cadrò nel fango mi si sporcherà il mantello comunque, quindi io penso che adesso me ne dovrò andare.”

“Ma – disse il principe dal mantello nero – C’ è la partita da finire.”

Il principe dal mantello bianco rimase interdetto a osservare la scacchiera. La fissava intensamente, al punto che una piccola ruga gli si formò sulla fronte, e i suoi occhi limpidi sembravano rapiti. Ma infine disse “No, io devo andare. Puoi sistemare da solo. Tanto anche se si sporca il tuo mantello, non si vede. È già nero, l’ hai detto tu. Forse a ben guardare, in effetti è nero. Non so come abbia fatto a vederlo argento per tutto questo tempo.”

Il principe dal mantello nero lo accompagnò alla porta, il principe dal mantello bianco girò la chiave nella serratura, spinse la maniglia, e uscì. Iniziò a camminare, di nuovo verso la sua corte, la corte dallo zucchero filato, lo stagno di caramello, le cui mura di meringa, ne era sicuro, non sarebbero mai crollate.

Il principe dal mantello nero corse su per le scale della sua torre ormai in disfacimento, per tentare di osservare dall’ alto il principe dal mantello bianco, vedere dove era arrivato nel suo percorso.

Il principe dal mantello bianco era poco davanti a un bosco dentro al quale stava per sparire alla vista. Aveva camminato a capo chino, perchè voleva rendere impossibile ogni tipo di ripensamento, ormai aveva deciso di andare, e doveva restare fermo nel suo proposito e andare. Però, per un attimo, come Orfeo, si voltò.

Vide il principe dal mantello nero che lo osservava dall’ alto della sua torre. Forse, sarà stato il riflesso, da lì, il mantello gli sembrava ancora un po’ d’ argento.

Sulle labbra del principe dal mantello bianco si potevano leggere le parole “Non mi dimenticherò di aver giocato a scacchi con te.”, prima che facesse il passo in più, entrasse nella selva e scomparisse alla vista del principe dal mantello nero.

Per sempre?

Questo non è mio compito dirvelo.

Il principe dal mantello nero avvertì uno scossone decisivo dalle fondamenta della sua torre proprio in quel momento. La torre si accasciò su se stessa e lui si ritrovò giù, seduto nel fango. Si guardò le spalle, ed effettivamente non c’erano più bagliori argentei nel suo mantello. Era proprio un mantello nero.

Per giorni vagò nelle macerie e trovò solo una cosa, la sua scacchiera. Con tutti i pezzi. Non voleva tenere la scacchiera con sé quando sarebbe tornato a vivere nelle vecchie torri, perchè averla sempre sotto gli occhi gli avrebbe continuamente ricordato il principe dal mantello bianco, e si sarebbe sentito solo.

Allora, ricompose i pezzi, sistemò la scacchiera proprio come l’ avevano lasciata loro, e la chiuse dentro una scatola, così com’ era. Poi scese e seppellì la scatola dove sorgeva la torre e pensò che, un giorno, se il principe dal mantello bianco avesse voluto tornare a trovarlo, si sarebbe ricordato di dov’ era la torre poi caduta, e in quel punto avrebbe trovato la scatola e si sarebbe ricordato di lui.

E alzando gli occhi e vedendo le altre torri avrebbe saputo dove trovarlo.

La storia del principe dal mantello nero e del principe dal mantello bianco si risolse dunque in una scatola, che forse nessuno dei due avrebbe aperto mai più, ma entrambi avrebbero sempre saputo che era lì.

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Scritto la sera del 20 agosto mentre mia mamma vedeva un film, mio papà leggeva Faletti, e io ascoltavo gli A Perfect Circle.

Stay Tuned

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Il Gioco della Torre (II)

“Tutto si dimentica prima o poi”

Yesterday

G.A. : Sai adesso inizia (nome di telefilm che non conosco)

Me : ????

G.A. : Massì, sai quel telefilm…. ? Maddai non sai niente? Non hai mai visto la pubblicità?
Me: Io non guardo la Tv…

G.A. : Almeno sai chi è Luca di Risio?

Me: -.-

G.A. : Ecco in quel telefilm c’è quella canzone che ha fatto lui che è la versione italiana della canzone inglese di Name Surname… sai chi è vero?

Me: =_=

G.A. : Ma non sai niente!!! Ha fatto TelefilmTitle!!

Me: ????????????!!?!??!?!

G.A. Uffaaaaaaaaaaaa!!! Come fai a non averlo mai visto?? C’è Jesse McCarthy… Almeno sai chi è?

Me (rassegnata): sì…

G.A. : Ah menomale… ma davvero non hai mai visto TelefilmTitle?

Me (sempre più rassegnata): no…

G.A. : …Eeeeeh io e te non possiamo comunicare!!!
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Today

Me: La vita è difficile…

G.A. : Dovevi fare filosofia…

Me: …

G.A. : E allora perchè hai fatto ingegneria informatica?

Me: Non farmi queste domande….

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Me: e cosa vuol dire genus?

G.A. : Genere..

Me: Oppure..

(come al solito per pigrizia non guarda sul vocabolario ma spara a caso…)

G.A. : Stirpe!!

Me : 0_0 Mamma mia troppo brava, tra un po’ me lo insegnerai te il latino…

G.A: : Vabè, magari quando sarò in quinta..

Me: Eh si, perchè ormai me lo sarò dimenticato…

G.A. (con aria grave) : Tutto si dimentica prima o poi…

……

*_*

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Alla fine ti voglio bene, Giovine Allieva!!

=)

Stay Tuned

“Tutto si dimentica prima o poi”