Il Gioco della Torre – Cronache dell’Insonnia (IV)

Il gioco della torre è quel gioco che dice: tra A e B, chi butti dalla Torre? La maggior parte delle volte la risposta è chiara e scontata, ma forse per questo troppo affrettata. Il problema è che, una volta che lo si fa, difficilmente si può tornare indietro.

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Once upon a time there was un principe dal mantello nero, che viveva in una landa cupa e tenebrosa, in un castello cupo e tenebroso, era cupo e tenebroso anche lui, and so on.

Egli era solito mostrarsi benevolo e bendisposto verso il mondo, tuttavia, la maggior parte del suo tempo lo trascorreva sulle tre torri del suo castello. Erano torri di pietra dura, molto alte, dalle quali egli amava osservare tutto dall’ alto. Era persuaso che questo fosse un segno concreto della sua posizione di dominio. Vagava su e giù da una torre all’ altra, lungo le ripide scale a chiocciola, così difendeva se stesso e scrutava impietoso il mondo dalle feritoie del suo castello.

E, da quelle torri, senza remore poteva buttare tutto: non aveva bisogno di stare a pensare per decidere cosa buttare: buttava e basta, e le torri erano talmente alte, che già a metà volo, non era più possibile per lui vedere ciò che aveva appena buttato giù.

Per lui, niente avrebbe retto a quell’ altezza, forse, niente era degno.

Passavano i giorni e si susseguivano i temporali, e il principe iniziava ad essere triste. Si rendeva conto che le pareti del suo castello erano troppo grigie e dure, e non riusciva più a stare bene su nessuna delle sue torri. Una era invasa da spifferi gelidi, capace di congelarti le ossa con un soffio. Una aveva le serrature difettose: in quella torre, si faceva troppa fatica ad aprire le porte. Sulla terza torre, forse, non prendeva la wireless.

Un giorno, esasperato, il principe scese a terra. Cominciò a piovere, come al solito, e lui lasciò affondare i suoi stivali nel terreno e, strizzando gli occhi, cominciò a guardare ai suoi piedi. Il suo mantello era ormai fradicio, non gli stava più nemmeno su il bavero. Si chinò a toccare per terra.

E fu lì che decise che avrebbe iniziato a costruire una nuova torre.

I giorni passavano, si avvicinava la primavera, e il principe dedicava tutto il suo tempo alla costruzione della nuova torre. Voleva plasmarla secondo i suoi gusti, così, avrebbe potuto trascorrere lì tutto il suo tempo, e sarebbe stato finalmente felice. E pensava che quando sarebbe stata finita, per entrarci si sarebbe fregiato di un mantello d’ argento, anziché del solito mantello nero. Forse nella nuova torre avrebbe avuto una stanza con il televisore al plasma, e una scacchiera d’ ebano e avorio.
Nel frattempo, lasciava che le altre torri andassero in rovina. Polvere e ragnatele. O, come direbbero i Finley, Fumo e Cenere.

Quando finalmente la torre fu pronta, il principe mise il famoso mantello d’ argento e si trasferì a vivere lì. Questa torre gli pareva più alta delle altre tre, e quindi, da lì, gli sembrava di essere più alto ancora, e di guardare dall’ alto anche le vecchie torri che, arcigne, dure e solide come sempre, lo guardavano, e a volte sembravano quasi rimproverarlo.

Dalla nuova torre, buttava cose con ancor più facilità, e occorreva ancor meno tempo affinchè ciò che aveva gettato scomparisse nel vuoto.

Ma il tempo passò, arrivò l’ estate, e le fondamenta della nuova torre accusavano i segni del caldo. Piano piano, il principe si rese conto che era come se la torre stesse sprofondando nella terra. Come se si stesse sciogliendo.

E così fu.

Un giorno il principe si svegliò e si rese conto di essere per terra. E che il suo mantello d’argento, sporcandosi, era diventato nero di nuovo.

Si arrabbiò con se stesso per la sua decisione insensata, si chiedeva come fosse stato tanto stupido da costruire una torre d’ argilla.

Si stese a terra e cercò intorno a se i resti di ciò che ricordava di aver buttato dall’ ultima torre, ma attorno a sé vide solo un deserto inerme.

Cercò poi di scorgere nuovamente il sole e, voltandosi, vide su di sé l’ ombra delle tre grandi torri di pietra. Era consapevole che non c’era che una soluzione: doveva tornare a vivere in quelle tre torri. Fu dura salirci di nuovo, non era più abituato a quei gradini, che sembravano ancora più ripidi di come li ricordava. Dovette togliere le ragnatele, la polvere, e anche il fumo e la cenere.

Lì non c’era tivù al plasma, né la scacchiera di ebano e avorio. Anzi, una era invasa da spifferi gelidi, una aveva le serrature difettose e sulla terza, forse, non prendeva la wireless.

Però è la vita, e forse ai principi con un mantello nero non è concesso altro che questo.

Ognuno interpreti come vuole, e faccia come creda.

Anzi, dal momento che si parla di argilla e robe malleabili simili, faccia come creta.

Stay Tuned

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