Mese: giugno 2006

La corda di Obelix – Cronache del Pomeriggio della Domenica

Due sabati fa andai al Parco Increa a Brugherio con varia gente. In cotale locus amoenus, c’ era una fiera in cui si vendevano prodotti di artigianato alquanto bizzarri, e un manipolo di fanatici del medioevo aveva allestito un campo con tende, focolare e gente che mangiava seduta per terra, simulando un accampamento di guerrieri medioevali. Roba da giochi di ruolo live, ed è inutile che sprechi il mio tempo a dire cosa penso di ciò, perchè già lo sapete. La cosa grave è che la maggior parte di questi individui erano persone adulte, ma comunque non è su costoro che mi devo soffermare.

Dopo una visita a una bancarella dove un uomo in tenuta da stregone vendeva draghi colorati, la Sara ha indicato a me e Stefano un uomo panciuto con baffoni da Obelix, che indossava un kilt scozzese. O meglio, ha indicato noi a lui, dicendogli di farci provare il gioco che aveva fatto lei nel pomeriggio con una sua amica.
Nonostante i nostri inziali sguardi impietriti e terrorizzati, alla fine io e Stivo abbiamo acconsentito, e così Obelix ci ha legati insieme. Praticamente, sia io che Stivo avevamo delle cordicelle con nodo scorsoio (tipo quello di un cappio) legate ai polsi, e le nostre cordicelle erano incrociate tra loro. Così, avevamo i polsi legati e allo stesso tempo eravamo legati insieme. Dopodichè Obelix ci ha detto: una sola regola, non vi potete sfilare la corda dal polso, una sola soluzione, raggiungibile in quattro modi.

Con queste preziose indicazioni, anche se inizialmente non ci siamo soffermati troppo sul loro senso, io e Stivo abbiamo macchinosamente tentato di slegarci, ma, dopo una lunga serie di avvitamenti, contorsioni, passaggi l’ uno sotto la corda dell’ altro, fermamente convinti che ci saremmo riusciti da soli, senza i suggerimenti della Sara, che nel pomeriggio era riuscita a liberarsi, eravamo ancora legati, e abbiamo detto ai nostri amici di lasciarci stare, orgogliosi e sicuri che avremmo trovato la soluzione anche da soli, forti della nostra intelligenza da ingegnere che ha fatto il liceo classico e filosofo che ha fatto il liceo scientifico.

Dopo un po’, arrivati alla disperazione, con lo Stivo che prendeva a male parole la Fabiana che ci distraeva (”Andiamo a fare un tatuaggio all’ hennè?” “Fabiana! Non vedi che sono occupato!!!!!”), abbiamo accettato il suggerimento della Sara: una sola soluzione, quattro possibilità, significava che tutto doveva partire da una mano, e le mani in gioco erano quattro. Poi, imbeccati da Gigi, che ci osservava beffardo, e da Fra, che faceva anche lui le sue supposizioni, abbiamo capito che potevamo allargare il nodo scorsoio che avevamo ai polsi (doveva farlo uno di noi da una sola mano) senza però toglierci il cordino dal polso, e tentare di creare uno spazio abbastanza grande affichè uno di noi due potesse passarci dentro e liberarsi slegandosi dall’ altro.

Nonostante questa intuizione, dopo numerosi tentativi miei di allargare il cappio e di passarci dentro io o di farci passare dentro Stivo, eravamo ancora nella situazione di partenza, alla quale ritornavamo sconsolati ogni volta, dopo esserci ingarbugliati ancora di più in seguito ai nostri bislacchi tentativi.

Anche le coppie di giocatori accanto a noi cercavano di slegarsi, e noi li osservavamo cercando di capire come potessero fare e che strategia stessero adottando, ma ormai più niente poteva aiutarci, neanche la Sara ricordava i movimenti esatti con cui si era slegata dalla sua amica quel pomeriggio.

Ormai era passato troppo tempo, i nostri amici si prendevano gioco di noi ed erano stanchi di aspettare e di guardarci e nonostante noi, testardamente, non volessimo ammettere di aver perso, abbiamo convenuto che era meglio arrendersi, rendendo felici i nostri amici, che così hanno potuto andare a prendersi da bere.

Quando, rassegnati e mortificati per non essere stati capaci di avere la meglio su due stupidi pezzi di spago, abbiamo riconsegnato i cordini a Obelix, lui ci ha detto: vi arrendete? Comunque la soluzione non posso dirvela, altrimenti si rovina il gioco.

Aveva ragione.

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La morale di questa storia è: a volte ci sentiamo legati a qualcuno. Non si sa perchè sia così, anzi, il motivo di ciò può essere talmente difficile da scovare, anche per chi è abituato a ragionare, come un ingegnere che ha fatto il liceo classico e un filosofo che ha fatto il liceo scientifico, che a volte si scopre alla fine essere una ragione irrazionale, incomprensilbile ed insensata quanto un uomo di più di cinquant’ anni che sembra Obelix, vestito con il kilt al Parco Increa a Brugherio. Dal momento che ad un certo punto ti sembra tutto assurdo e pazzesco, provi a slegarti, e magari i tuoi amici che ti stanno a guardare cercano di darti consigli per farlo, oppure di farti distrarre, e tu sei convinto che una soluzione ci sia, che sei forte e intelligente e quindi alla fine ti libererai, capirai qual è. Però, di base hai le mani legate, e allora forse non ti rimane che arrenderti, e quando tornerai a interrogarti sul senso del tutto, la ragione non ci sarà, o meglio, l’ Obelix di turno ti dirà che è meglio non sapere niente della soluzione, perchè altrimenti il gioco della corda che ti lega perderebbe tutto il suo fascino.

E avrà ragione.

Stay Tuned

Aeroporti D’Argento – Cronache dell’Insonnia (III)

Una volta vidi un film che iniziava e finiva con scene filmate all’ aeroporto di London Heathrow. Il film era Love Actually e neanche mi piacque troppo, per la sua eccessiva sdolcinatezza da commedia natalizia inglese, però, l’ idea dell’ aeroporto era bella. Alla fine, l’ aeroporto è il luogo da cui si parte e a cui si arriva. E il viaggio che ci sta in mezzo non lo si compie sulla terraferma, nella nostra rassicurante auto o sulle rotaie di un treno, percorso predefinito dalle quali non si può uscire. Se si parte da un aeroporto, il viaggio si compie in volo.

La cosa bella delle scene riprese all’ inizio e alla fine di quel film, era vedere le persone che si salutano prima che una di loro parta per il viaggio, e che si salutano quando invece qualcuno ritorna da un viaggio. Bisognerebbe sempre partire con l’ idea di non tornare. Il che comunque è sempre un po’ vero, perchè quando uno parte e vede cose nuove, prova cose nuove, potrebbe non tornare più uguale. Quindi, in un certo senso, se da un viaggio si torna diversi, non si torna mai davvero. Si torna fisicamente a casa, ma non si è come si era prima. Accompagnare un amico all’ aeroporto mette sempre un po’ di malinconia, per questo. Magari starà via per poco tempo, per una vacanza, e allora forse saremo anche un po’ invidiosi nel pensare, tornando soli a casa in macchina dopo averlo lasciato lì, che lui vedrà una parte di mondo dove noi non andremo ora e forse non andremo mai, e che lui invece vedrà, forse una volta soltanto nella sua vita, e senza di noi. Magari invece starà via per molto tempo, e allora forse sì, abbiamo paura che non torni più, o che torni diverso, perchè per tanto tempo non lo vedremo, e allora avremo paura che si dimentichi di noi, o che noi stessi potremmo dimenticarcelo. E allora, poi, le cose potrebbero non essere più uguali. E, per quanto a volte abbiamo voglia di cambiare, tutto, di colpo, e un viaggio, magari in volo, sembra la soluzione, alla fine abbiamo sempre un po’ paura. Paura di cadere, paura di non ritrovare, tornando, le cose che abbiamo lasciato a terra. O a casa.

Il momento del ritorno, è anch’ esso un volo. Ed è bello pensare che, quando atterreremo, ci sarà qualcuno ad aspettarci per abbracciarci. Qualcuno che ci ascolterà raccontare con toni immaginifici e colorati com’ era il mondo in cui siamo stati partendo, e che loro non hanno potuto vedere perchè erano ancora lì, fermi, e, forse, sempre uguali. Ci si sente un po’ orgogliosi nel dire io ho visto, che poi è come dire io ho vissuto qualcosa che tu no. Perchè tu hai avuto paura di volare, hai avuto paura di partire, di andare in un posto che non fosse casa tua, dove le tue cose non sono belle ordinate nei cassetti che hai aperto mille e mille volte da quando eri bambino in poi, ma dove il disordine e la sensazione di sentirti spiazzato possono provocarti una vertigine.
Ma, quando prendi l’ aereo del ritorno, mentre stai volando, forse pensi a chi potrebbe esserci ad aspettarti a terra, e hai paura che qualcuno non ci sarà. Perchè nel frattempo magari qualcun altro è partito, qualcun altro ha preso il volo, e se casa tua ti sembrava un posto rassicurante, senza quel qualcuno potrebbe non esserlo più. E allora, se non avevi avuto paura di partire, ora potresti forse avere paura di tornare.
Andare all’ aeroporto ad aspettare un amico che torna, è emozionante. Sarai felice di rivederlo ed abbracciarlo, e curioso di vederlo aprire i suoi bagagli e tirare fuori quello che ha trovato là, nel posto dove è stato senza di te. Davanti a una birra al solito pub, lo ascolterai raccontare le cose che ha visto e che ha vissuto mentre tu restavi a casa, con gli stessi orari, la stessa colazione, la stessa metropolitana e lo stesso panorama di sempre quando ti affacciavi al balcone. E disegnerai nella tua mente con auree immaginifiche e colorate tutte le cose che ti racconterà, e forse penserai che sia ora che parta anche tu. O ti sbalordirai nel trovarlo nuovo, e avrai ancora più paura di volare perchè forse, quando ritornerai, potresti essere diverso anche tu, e a te tutto sommato, gli stesi orari, la stessa colazione, la stessa metropolitana e lo stesso panorama di sempre quando ti affacci dal balcone vanno bene, hanno un che di rassicurante e corrispondono al migliore dei mondi possibili, perchè sono un mondo in cui tutte le cose stanno negli stessi cassetti che hai aperto mille e mille volte quando eri bambino.

Sono belli anche se a volte sembrano un po’ freddi, i nuovi terminal d’ aeroporti d’ argento, con i loro corridoi infiniti, le scale mobili e i tapis roulant che ti portano, volente o nolente, ai gate. E i tabelloni neri con le cifre che girano, ti ricorderanno che in ogni istante c’è un aereo che parte, gente che si muove, come girano le caselle girano per il mondo le persone. Chi viaggia per lavoro, chi per studio, chi per vacanza e chi per amore. Chi parte per un giorno, chi per mesi, chi per sempre. Chi parte per lasciare tutto e chi parte con qualcuno nel cuore. Girano le caselle dei tabelloni dell’ aeroporto e vagano i pensieri delle persone. E questi ultimi vagano nelle nuvole, come gli aerei una volta in volo.

I nastri trasportatori dove si mettono le valigie al check in, e poi, al ritorno, i nastri trasportatori da cui ognuno, di valigia, prenderà la sua. E sarà più pesante o più leggera di com’ era quando era partito, ma, di sicuro, non conterrà esattamente le stesse cose che conteneva all’ andata. Alcune si saranno consumate, altre nuove saranno state acquistate.

Quante persone passano in un giorno in un grande aeroporto d’ argento, quante persone si abbracceranno per dirsi arrivederci o addio, o quante per dire bentornato mi sei mancato.

è questo il fascino degli aeroporti d’ argento, e mi piacerebbe stare lì, come l’ uomo solitario di un film, a vivere lì dentro, unico uomo statico in un posto dove tutti si muovono, a osservare, capire, guardare, dal grande occhio del terminale, e provare a immaginare le storie di ogni passeggero e i motivi del suo viaggiare. Del suo partire, del suo tornare.

(l’ aeroporto nella foto è di Stoccolma)

Cronaca dell’ insonnia, dunque, e l’ ho sempre detto che scrivere la notte è più bello, e da quando ho il portatile in camera è ahimè una tentazione troppo forte per occupare quel tempo che l’ insonnia mi mangia, quando non riesci nè a dormire nè a impegnarti in nessuna attività produttiva che non sia scrivere o pensare, dove il pensare, d’ estate, avviene davanti alla finestra, seduta a gambe incrociate, nella contemplazione del lampione acceso davanti all’ oratorio. Quello che, se mi sdraio senza abbassare la tapparella, mi spara la luce in faccia.

Ringrazio quelli che hanno apprezzato il mio articolo sulla maturità, che ha causato scene di fanatismo da parte dei miei ex compagni di classe (sei immensamente Giuliaaaaaaaaa) perchè, come previsto, certi miei articoli nel mio stile (ahimè simile allo stile dell’ ultimo articolo del Bartolomeo) sono ancora capaci di sollevare la malinconia zucchina nei loro attuali cuori impietriti di Bocconiani, medici, letterati colti da cineforum dove fanno solo film muti slavi de 1950 and so on.

Io non dormo di notte (nè studio) per darvi da leggere e far meditare anche voi su cose a cui magari non ripensereste, poi rileggo e mi dico brava da sola per l’ avvicendarsi cadenzato delle parole e dei pensieri che suscitano nella mia mente tali parole e potrebbero suscitare anche in voi, poi mi drogo per dormire, abbasso la tapparella per non avere il lampione in faccia e mi sveglio domani che non mi ricordo quello che ho pensato e quello che ho scritto.

Poi la mattina mi aspettano gli stessi orari, la stessa colazione, la stessa metropolitana e lo stesso panorama di sempre quando mi affaccio alla finestra e mi contattate voi, mi dite ho letto quello che hai scritto, wow, bello, mi ha fatto venire in mente questo, questo e quello, mi ha dato emozioni a cui magari non avrei pensato o che avrei dimenticato. O a cui, semplicemente, non avrei fatto caso, perso negli stessi orari, nella stessa colazione, nella stessa metropolitana e nello stesso panorama di sempre quando mi affaccio alla finestra.

E io dirò sì, ma l’ ho scritto ieri notte, e forse stamattina già non ha più un senso.
Come non ha senso che c’ è qualcuno che si droga per dormire e qualcuno che si droga per non dormire.

O forse sì.

Comunque sia, dentro o fuori gli aeroporti d’ argento, questa è la vita.

Stay Tuned

Carta, Fumo Cenere e Cartine

Stamattina, nella ricerca di nuovi fogli da usare come brutta, ho fatto pulizia tra gli appunti vecchi. Rivedere i libri e le prove d’ esame su cui hai studiato mesi, o forse più di un anno fa, fa sempre un certo effetto. Perchè ti ricordi di com’ eri e di com’ era quando studiavi quelle cose. Ad esempio, le prove d’ esame di Info 2 mi ricordano gli interni della macchina di Gigi e l’ aria condizionata, di quando a giugno 2005 tornavamo a casa dal Politecnico sentendo Mesmerize dei System Of a Down, e il resto è storia. Ed ero io che dicevo che ogni esame ha la sua storia.
Un giorno lessi una frase di Pinketts che ora non posso citarvi perchè la mia agenda delle citazioni è altrove, che parlava di lenzuola e fantasmi e buchi degli occhi di questi fantasmi, che poi sarebbero le bruciature di marche di sigarette che non fumiamo più. Un po’ come le Camel Lights che fumavo prima di Natale. Magari ci sarà un giorno in cui, delle Philip Morris, penserò questo.
La Giada non fuma più le Philip Morris.

Riguardare i fogli con gli esercizi vecchi, che ai tempi di quell’ esame sapevi fare e che adesso forse non sapresti fare più, pensare che ormai non ti servono e usare la stessa carta per fare dietro esercizi di materie nuove, è un po’ come prendere i biglietti della metro di viaggi che hai fatto e usarli per fare il filtro. Prima di strapparli e arrotolarli, guardi la data e dici: dove stavo andando con questo biglietto, come, quando, perchè e con chi. O stavo andando a fare un esame, e ai tempi di quell’ esame era così. E punto, a capo, si torna in cima a questo articolo. Tutto gira e va a cerchio, un po’ come quando si rolla giù una sigaretta, che prima non ero capace e poi per necessità si impara, e venerdì la Giada mi guardava attonita farlo, seduta a gambe incrociate nella mia stanza, e diceva “Adesso mi sa che anch’ io inizio a farmi le sigarette così”.

Non bisogna dimenticarsi di bruciare la bandiera.
Che, detto così, sembra un po’ una blasfemia verso lo stato.
In realtà, è che sennò fumi la carta.

E invece no, fumi sempre il solito veleno, finchè non arriva il biglietto dell’ ATM. Che, nel frattempo, ha preso un colore marroncino, e allora lo schiacci e lo butti giù dal balcone. E, dopo averlo visto volare, guardi giù per vedere se riesci ancora a distinguerlo nell’ erba o in strada, ma, ormai, non riesci più a vederlo.

Stay Tuned