Pioggia

Scendo in Piola alle sette, piove.

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un ciclo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia,
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo,
ottimizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove, ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

E questa non è mia, ma è di Montale. (”Piove”). E c’ è scritto Piove in assenza di Ermione se dio vuole perchè il poeta si divertiva a prendere in giro “La Pioggia nel Pineto” di D’Annunzio, in cui veniva ripetutamente citata una certa Ermione. Piove in assenza di Hermy, dunque, se dio vuole, anche se il mio nick non è più Ermione, dalla fine dell’ estate non l’ ho più usato e non so perchè. O forse lo so. Boh.

Come boh per quanta pioggia dovrà ancora cadere prima che tutto quello che sta succedendo adesso diventi ricordo, prima che queste giornate che nascono pesantissime, ma in quanto piene di impegni, rapide corrono, e forse cadono come gocce di pioggia, rivivano solo in appunti di materie che non studierò più, fogli che un giorno passeranno dalla camera alla cantina e dalla cantina all’ oblio, e foto e modi di dire e “Eeeeeehr” del prof di software, e prese in giro del mio modo di parlare e.

O tipo questa storia che m’ è venuta in mente oggi delle case, degli edifici, che non so tra quanti anni passerò davanti al Politecnico e non ci entrerò e penserò: quante volte sono stata lì dentro, quante volte i miei passi hanno calpestato quel suolo, avanti e indietro, per quante ore, con chi. O passerò davanti a quel palazzo dove ora vive la Claudia e penserò che io salivo le scale ed entravo in quell’ appartamento un po’ di tutti un po’ di nessuno, che domani, quando io mi laureerò, quando lei si laureerà, sarà rifugio per altri studenti, fuori il vecchio, avanti il nuovo, però intanto molto prima c’ ero anch’ io, a ridere e guardare la tele, o imparare le equazioni differenziali di Bernoulli, e domani ci sarà un altro, cinque, dieci, quindici anni più giovane di me, che riderà e scherzerà come me, studierà e si stancherà come me, sarà felice e si dispererà come me, e magari nel frattempo per me i giorni saranno tutti uguali, sempre impegnativi e pesanti, però, magari di cose destinate ad essere ricordate me ne succederanno un po’ di meno.
Un po’ come passare davanti alla casa di un tuo amico che non senti più, pensi se abiterà ancora lì, ti ricordi delle canzoni che ascoltavate e delle cose che vi facevano ridere. Forse non è solo una casa, quella che ti guarda, è un grande cassetto che contiene una parte dei tuoi ricordi. O forse è come il fascino delle case disabitate, ormai disastrate dal tempo, dalle piante rampicanti, dalle ragnatele e dalla polvere, illuminate da una luce tenue che filtra da una finestra, dietro le persiane rotte. Quelle case dove ti piacerebbe entrare e trovare una fotografia in bianco e nero, guardare i sorrisi di qualcuno che non sai chi sia, fantasticare pensando a come fosse la sua vita, e quasi ti sembra di ricordarla anche se in realtà tu non ne sai niente.
Niente.

Ma dove c’ eri tu, dove sei stato tu era un’ altra cosa, e allora forse ti verrà anche un po’ da piangere, a pensare ai luoghi e alle persone del tuo crescere e a dire che è vero, non sono stata sempre impeccabile, però sono stata fortunata. Perchè ho avuto la fortuna delle cose speciali e, oh, come direbbe il bambino degli Incredibili, non diciamo la banalità che ogni cosa è speciale, perchè sarebbe come dire che niente lo è.
Niente.

E allora boh, solo pioggia che cade, guardare e pensare a quanta pioggia ancora deve cadere, dire che anche se oggi c’ è un acquazzone io sto bene, perchè alle pioggie di ieri sono sopravvissuta, e a molte altre ancora sopravviverò, lasciarsi sorprendere come da un acquazzone in primavera, che un po’ ti bagna anche se forse non dovresti usare l’ ombrello.
I personaggi di Joyce usavano sempre l’ ombrello, si proteggevano dagli eventi atmosferici, così come dagli eventi della vita. Dubliner non sono, indi per cui generalmente vado senza ombrello. Le cose, anche quelle speciali, capitano proprio nei giorni in cui eri uscito senza ombrello.

E non è detto che se uno è fradicio non sia felice.

Stay Tuned.

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