Mese: marzo 2006

The Day After(hours)

E così, è andata esattamente come mi aspettavo: le manie esterofile degli Afterhours e l’ evidente ubriacatura di Manuel Agnelli (nonchè la sua neanche troppo velata presunzione) hanno fatto sì che uscissi dall’ Alcatraz con un’ espressione poco convinta.
Con grande furbizia, Manuel ha illuso il suo pubblico, cominciando il concerto con una carrellata di hits storici, dicendo che “avevano riacquistato il loro significato”, e così ecco l’ apertura con l’ inattesissima Sinfonia dei Topi, seguita da una serie di pezzi da Hai paura del buio? che facevano ben sperare sul proseguimento.
Poi, però, una volta giunto sul palco Greg Dulli, sono arrivate le famigerate canzoni di Ballads for little hyenas. Ovvero, le canzoni dell’ ultimo cd, Ballate per piccole iene, cantate in inglese. La mia speranza che facessero solo metà canzone in inglese e il resto in italiano, per venire incontro al pubblico, è stata vana. Oltretutto, dato che in Italia nessuno si prende la briga di ascoltare la versione inglese di brani che ti entrano molto di più in testa in italiano, tutti cantavano in italiano sopra la melodia, Manuel si scazzava e rispondeva in maniera ironica a chi, dalle prime file, chiedeva la versione originale dei brani, and so on.
Tra l’ altro, un altro piccolo problema è stato il fatto che, in alternanza a questi brani in inglese, la scaletta non prevesse qualche bel pezzo movimentato “da concerto”, ma pezzi lenti e malinconici quali Quello che non c’è, Milano Circonvallazione Esterna, o la classica canzone che tutti tirano avanti in un cd, ovvero Ritorno a casa, con sottofondo da carillon da ascoltare con sguardo ebete davanti a un tramonto estivo, e racconto parlato di Manuel sulla sua infanzia. Mah. Perplessità. In tutto questo, anche una bomba sonora come Male di Miele mi è sembrata più lenta del solito.
Boh, ragazzi, non mi ricordo manco con che canzone hanno chiuso.
So solo che non hanno fatto Non è per sempre, Veleno, Non sono immaginario, Dentro Marilyn, La verità che ricordavo e Dea. Comunque.
Perlomeno hanno fatto Voglio una pelle splendida.
Lì abbiamo cantato.

Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida.
A salvarmi vieni a salvarmi, salvami, bacia il colpevole se dice la verità.

Massì.

E poi ci fu ciò che avvenne after gli After, i nostri peregrinaggi per Milano, e il coming back.

Stay Tuned.

Pioggia

Scendo in Piola alle sette, piove.

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un ciclo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia,
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo,
ottimizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove, ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

E questa non è mia, ma è di Montale. (”Piove”). E c’ è scritto Piove in assenza di Ermione se dio vuole perchè il poeta si divertiva a prendere in giro “La Pioggia nel Pineto” di D’Annunzio, in cui veniva ripetutamente citata una certa Ermione. Piove in assenza di Hermy, dunque, se dio vuole, anche se il mio nick non è più Ermione, dalla fine dell’ estate non l’ ho più usato e non so perchè. O forse lo so. Boh.

Come boh per quanta pioggia dovrà ancora cadere prima che tutto quello che sta succedendo adesso diventi ricordo, prima che queste giornate che nascono pesantissime, ma in quanto piene di impegni, rapide corrono, e forse cadono come gocce di pioggia, rivivano solo in appunti di materie che non studierò più, fogli che un giorno passeranno dalla camera alla cantina e dalla cantina all’ oblio, e foto e modi di dire e “Eeeeeehr” del prof di software, e prese in giro del mio modo di parlare e.

O tipo questa storia che m’ è venuta in mente oggi delle case, degli edifici, che non so tra quanti anni passerò davanti al Politecnico e non ci entrerò e penserò: quante volte sono stata lì dentro, quante volte i miei passi hanno calpestato quel suolo, avanti e indietro, per quante ore, con chi. O passerò davanti a quel palazzo dove ora vive la Claudia e penserò che io salivo le scale ed entravo in quell’ appartamento un po’ di tutti un po’ di nessuno, che domani, quando io mi laureerò, quando lei si laureerà, sarà rifugio per altri studenti, fuori il vecchio, avanti il nuovo, però intanto molto prima c’ ero anch’ io, a ridere e guardare la tele, o imparare le equazioni differenziali di Bernoulli, e domani ci sarà un altro, cinque, dieci, quindici anni più giovane di me, che riderà e scherzerà come me, studierà e si stancherà come me, sarà felice e si dispererà come me, e magari nel frattempo per me i giorni saranno tutti uguali, sempre impegnativi e pesanti, però, magari di cose destinate ad essere ricordate me ne succederanno un po’ di meno.
Un po’ come passare davanti alla casa di un tuo amico che non senti più, pensi se abiterà ancora lì, ti ricordi delle canzoni che ascoltavate e delle cose che vi facevano ridere. Forse non è solo una casa, quella che ti guarda, è un grande cassetto che contiene una parte dei tuoi ricordi. O forse è come il fascino delle case disabitate, ormai disastrate dal tempo, dalle piante rampicanti, dalle ragnatele e dalla polvere, illuminate da una luce tenue che filtra da una finestra, dietro le persiane rotte. Quelle case dove ti piacerebbe entrare e trovare una fotografia in bianco e nero, guardare i sorrisi di qualcuno che non sai chi sia, fantasticare pensando a come fosse la sua vita, e quasi ti sembra di ricordarla anche se in realtà tu non ne sai niente.
Niente.

Ma dove c’ eri tu, dove sei stato tu era un’ altra cosa, e allora forse ti verrà anche un po’ da piangere, a pensare ai luoghi e alle persone del tuo crescere e a dire che è vero, non sono stata sempre impeccabile, però sono stata fortunata. Perchè ho avuto la fortuna delle cose speciali e, oh, come direbbe il bambino degli Incredibili, non diciamo la banalità che ogni cosa è speciale, perchè sarebbe come dire che niente lo è.
Niente.

E allora boh, solo pioggia che cade, guardare e pensare a quanta pioggia ancora deve cadere, dire che anche se oggi c’ è un acquazzone io sto bene, perchè alle pioggie di ieri sono sopravvissuta, e a molte altre ancora sopravviverò, lasciarsi sorprendere come da un acquazzone in primavera, che un po’ ti bagna anche se forse non dovresti usare l’ ombrello.
I personaggi di Joyce usavano sempre l’ ombrello, si proteggevano dagli eventi atmosferici, così come dagli eventi della vita. Dubliner non sono, indi per cui generalmente vado senza ombrello. Le cose, anche quelle speciali, capitano proprio nei giorni in cui eri uscito senza ombrello.

E non è detto che se uno è fradicio non sia felice.

Stay Tuned.

Great Expectations

/* Nb questo è un articolo di repertorio, ovvero una sorta di coccodrillo scritto molto tempo fa in previsione di giorni in cui non avrei avuto voglia di dire niente. Oggi è stata complessivamente una bella giornata, ma è una giornata al termine della quale non ho voglia di dire niente */

Amore, ossessione, passione, emozioni spinte all’ estremo. Una storia che sembra essere senza fine e un bizzarro ma carismatico condannato a morte (DeNiro) che ritorna dal passato, con la sua figura impressionante ma allo stesso tempo ricca di fascino.

“Great Expectations”, del 1998, si ispira all’ omonimo romanzo di Charles Dickens. Ma da noi è stato tradotto come “Paradiso Perduto”, ovvero il nome del giardino in cui si incontreranno per la prima volta i protagonisti, Finn ed Estella (Hawke e Paltrow). La regia è di quell’ Alfonso Cuaron, messicano, che negli anni 2000 sconvolgerà con “Y tu mama tambièn”e il triangolo tra Maribel Verdù, Gael Garcia Bernal e Diego Luna per poi passare a dirigere ben altro trio: Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint in “Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban”.

Perchè mi è piaciuto “Great Expectations” o “Paradiso Perduto” (chiamatelo come volete..)?
Innanzitutto, per l’ inizio. Il piccolo Finn si trova per caso nel giardino della villa della signora Nora Dinsmoor, una vecchia eccentrica, e fa la conoscenza di sua nipote Estella. Questa parte del film mi ha stregata. La casa in disfacimento da nobile decadente, dove c’ è edera su tutte le pareti e colonne, dove il vento soffia nel cortile cullando le foglie morte, dove nessuno entra mai, ma tuttavia la padrona di casa passa ore e ore a truccarsi minuziosamente, è secondo me un’ ambientazione fantastica e dipinta con fare quasi fiabesco. I due bambini sono molto belli, e rappresentano un po’ quello che i personaggi saranno da grandi: Finn un po’ impacciato, ma con grandi potenzialità, Estella fredda e determinata ad ottenere quello che vuole.
Mentre Finn ritrae per la prima volta Estella, Ms Dinsmoor glielo preannuncia: lui è destinato a innamorarsi di Estella e a soffrire molto. Pur sapendo che soffrirà, non potrà rinunciare a lei.
La scena più bella del film, a mio parere, arriva solo pochi minuti dopo, quando Estella bacia Finn alla fontanella.

I ragazzi crescono, i venti di mille stagioni soffiano nel cortile e nel giardino, Estella parte e Finn… Finn va a New York e diventa un famoso pittore. Ritrova Estella, ritrova la vecchia Dinsmoor, e ritrova un uomo che da bambino gli aveva fatto molta paura ma a cui lui aveva salvato la vita. E che, nonostante tutto, forse se n’ è ricordato e ha deciso di ricambiare.

E ritrova, naturalmente, le stesse labbra, come molti anni prima a una fontanella. Molte cose sono cambiate, ma i sentimenti no. Anche le persone, però, non sono cambiate: Estella ha sempre quel fare languido che fa impazzire Finn, ma allo stesso tempo sa essere fredda e le bastano poche parole o gesti per raggelarlo.

Quando ho letto Cime Tempestose a quindici anni ho pensato “Sì, io sono mezza matta come Catherine e mi innamorerò perdutamente di uno mezzo matto come Heathcliffe, e vivremo così, una storia d’ amore tormentatissima e malatissima, lasciandoci e riprendendoci a distanza di tempo, staremo male, nel frattempo io sposerò un uomo inutile tipo Linton, soffrirò tantissimo, e alla fine di tutto morirò giovane. ”
Dunque, in un certo senso, le storie d’ amore tormentate e incredibili in cui non si rompe mai la sottile linea che continua a collegare due persone che nel frattempo non si vedono per anni o stanno insieme ad altri, sono la mia passione e so, o forse mi auguro, che per me sarà così.
Possiamo innamorarci di qualcuno che lentamente ci distruggerà, ma non siamo capaci di resistere o di dire di no. è quello che capita a Finn con Estella, è quello che capita alle persone del tipo Wuthering Heights, di cui mi vanto di far parte.

C’ è solo una cosa che non ho digerito di “Great Expectations”, e scusate se ve lo anticipo, in caso non abbiate visto il film e abbiate intenzione di vederlo.
Il finale.
Il film finisce bene.

Secondo me, doveva finir male, perchè le storie di questo tipo non finiscono mai bene.

Stay Tuned.

Nulla è per sempre

Eh si…

Allora, era per dirvi che è uscita quest’ antologia con la casa editrice Giulio Perrone. 59 racconti di scrittori emergenti che parlano principalmente di morte.

Uno dei cinquantanove racconti che ci sono lì dentro, l’ ho scritto io.
Esultiamo perchè, ufficialmente, I am on the carta stampata.
Per la prima volta scrivo qualcosa su un vero libro con tanto di copertina e prezzo.

Per questo, non mi resta che ringraziare quella persona un po’ matta che “scrive e non si capisce perchè”, fuma ottocento sigarette al giorno e che si è fatta il mazzo per fare uscire questa raccolta: grazie Flavia!

FAQ (Frequently Asked Questions)

1)Ma ti pagano per questo?
No, solo la gloria.
2)Qual è il tuo racconto che c’ è su?
Quello intitolato La Stanza Bianca
3)Dove lo trovo il libro?
Se lo volete ditelo a me, non so come sia la distribuzione di Giulio Perrone, penso che possiate trovarlo nelle librerie, ma posso farvelo arrivare in quanto autrice (0_0 glom…). Vorrei sottolineare che faccio pubblicità all’ antologia ma non perchè a me venga in tasca qualcosa! Semplicemente perchè dovete leggerlo!
4)Mi fai un autografo nella prima pagina se compero il libro?
Certo, e con la dedica anche.
5)Te la tirerai ancora di più ora?
Noooooooooooooooooooooooooooooooooooo =P

Ps: ne hanno parlato anche su Vertigine.

Stay Tuned.

Mimose et Similia

Oggi otto marzo, festa della donna. Avrei voluto ignorare cotale ricorrenza come di proposito feci con S. Valentino, tuttavia, avendo ricevuto persino degli auguri (anche da GG, che mi dice sempre che sono un uomo!) non mi è possibile ignorare la mimosiana ricorrenza. La festa delle donne non incontra il mio favore principalmente per un motivo: non è giusto pensare che le donne possano essere festeggiate solo in un giorno. Che cos’ è, solo l’ otto marzo gli uomini devono lavare i piatti al posto delle donne, perchè è festa? Questo solo per fare un esempio… La festa delle donne è una festa d’ altri tempi, una festa di quando le donne non avevano possibilità di studiare, lavorare, ottenere posizioni di prestigio. “Bei tempi…” diranno i più maschilisti fra voi. Male, molto male! Se anche i cervelli del le donne fossero stati istruiti e messi a disposizione del mondo, quanto più in fretta sarebbe progredita l’ umanità?
Non proseguo per non annoiarvi e per non generare le solite polemiche da asilo “noi siamo migliori di voi”, ecc. E anche perchè non sono una super femminista suffraggetta che fa il trenino per casa dicendo “voto alle donne” come la mamma di “Mary Poppins”. Cosa che peraltro ben sapete, se avete letto su questo blog il mio articolo elogio dei giovin fanciulli. (X).
Comunque, come ricorrenza, la festa dell’ otto marzo mi sembra un po’ passata. E una cosa che non farei mai è la classica uscita di sole donne: sono sicura che stasera ristoranti e locali pseudo trendy saranno affollati di abbondanti compagnie al femminile. E so anche che – che vergogna… – alcune andranno a vedere i California Dream Man o cose tristi e oscene di questo tipo. Che orrore. è una cosa che io non farei mai.
Anche perchè alla fine, diciamoci la verità… di che cosa possono parlare quattro-cinque ragazze che escono insieme una sera dicendo “serata per sole donne?”. Voi direste: mestruazioni, trucco e ceretta. No. Secondo me di maschi. Quindi, voglio dire, che senso ha uscire senza ragazzi per poi parlarne all time long?

Tuttavia, ringrazio tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri e che mi vogliono bene anche gli altri giorni e non solo l’ otto marzo. Sono contenta di essere una donna, per un sacco di motivi. Mi diverte essere una donna al Politecnico, dove le donne sono poche, e i motivi di ciò penso di averli già spiegati in precedenza.

Oggi, non di proposito per festeggiare, mi sono dedicata a un hobby che – dicono – è tipicamente femminile (in realtà però anche alcuni maschi ne sono affetti) e cioè lo shopping. Sono sorpresa di me stessa: alla fine ho fatto la spesa. Ho guidato nelle strade della Brianza tipo Autoroute 66 e avevo il sole in faccia. Sta veramente arrivando la primavera. Non mi ricordo più neanche quanto è bella, perche le ultime tre primavere sono state abbastanza uno schifo: nel 2003 e 2004 per colpa mia, nel 2005 perchè ho fatto l’ incidente e non potevo uscire.

Stavolta speriamo che sia una bella primavera.

Acoltate “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia. Le ragazze diranno “Eh sì, essere donna è proprio così.” I maschi diranno: “Bah, le donne sono tutte matte”.

Stay Tuned.