Coffee & TV

So give me coffee and TV
Peacefully
I’ve seen so much, I’m going blind
And I’m brain-dead virtually
Sociability
is hard enough for me
take me away from this big bad world
and agree to marry me
so we can start over again.


Blur, Coffee and TV
(Viva i Blur abbasso gli Oasis)

Stay Tuned.

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Coffee & TV

Il Giocattolo Perfetto – Cronache dell’Insonnia (II)

C’ era una volta una bambina. Quando era molto piccola, le venne regalato un giocattolo. Questo giocattolo andava montato, e la bambina perse molto del suo tempo a montare il suo giocattolo. Quando diventò un po’ più grandicella e capì come doveva fare, finì finalmente di mettere a punto il giocattolo. E se ne affezionò moltissimo.
Era la prima cosa nella quale aveva messo impegno ed entusiasmo. Portava il suo giocattolo dovunque. E si vantava sempre di possederlo. Anche se cresceva e tutti le dicevano che non era più ora di trascinarselo sempre in giro, la bambina, anche se ormai dovrei parlare di una ragazzina, andava troppo fiera del suo gioco. Si fermava spesso a guardare le foto della sua infanzia. In tutte queste foto, aveva sempre stretto in mano il suo giocattolo.
Tutti le dicevano “Il tuo vecchio giocattolo si sta usurando. Presto si romperà. Oltretutto, ora che sei grande non è più adatto a te”.
Ma quello restava sempre il suo giocattolo preferito, per l’ impegno che ci aveva messo a costruirlo,e perchè era quello che aveva da più tempo. Era il suo giocattolo perfetto.
Il tempo passava e il giocattolo si stava rompendo. Ma con accorgimenti certosini, lei cercava sempre di riaggiustarlo. Sistemava gli ingranaggi e li oliava se non giravano più insieme. Un giorno trovò un nuovo ingranaggio fico che poteva aiutare il suo giocattolo a funzionare meglio, e ce lo montò sopra.
Un giorno l’ uomo nero prese questo giocattolo e lo tirò forte contro un muro. Come quando Draco Malfoy tira la ricordella di Neville Paciock. Il giocattolo si crepò e si spaccò a metà.
Inutile dire che la bambina ci restò molto male.

Si chiuse in camera sua in modo da non far vedere quanto stava male.
Qui prese la colla.
E cercò il modo di rimettere insieme ancora tutto.

Capolinea: tutti i passeggeri sono pregati di scendere dal treno.
NB: nella frase precedente sostituite la parola danno alla parola
linea
.

Stay Tuned

Il Giocattolo Perfetto – Cronache dell’Insonnia (II)

20

Visto che il mio vecchio blog è andato perso, ho aperto questa sezione per rispolverare vecchi articoli e cose che meritano di restare vive. Questo è l’ articolo che avevo pubblicato il giorno del mio compleanno.

Ho 20 anni, due genitori stupendi, nessun fratello ma tanti amici, alcuni dei quali li ho conosciuti quando avevo la metà degli anni che ho ora. Li altri li ho conosciuti al Politecnico, e anche se li conosco da tanti mesi quanti sono gli anni da cui conosco gli altri, voglio tanto bbbene anche a loro. Ho una zia che ora è in vacanza e, anche se non me lo sarei aspettata, ora che non c’è mi manca, e ho altri zii sparsi che però è come se non avessi, due cugine, una grande e una piccola, che non vedo mai, e una nonna sola che cucina bene, e gli altri nonni non ce li ho più, e quando li penso mi viene un nodo alla gola, sarebbe stato bello se mi avessero vista compiere 20 anni.
Ho 20 anni, e mi piace scrivere, ho un diploma di liceo classico preso con 100 che però non vale niente, e un fantasma nei colonnati dello Zucchi di Monza. Da grande farò l’ ingegnere informatico e stamattina ho avuto un esame di analisi 2 e il Politecnico quando c’è la luce giusta sembra proprio un bel posto.
Ho 20 anni, un I Pod con dentro 2526 canzoni e un biglietto del concerto dei Placebo del 26 ottobre 2003 a Milano appeso in camera. Ho un pianoforte che prende la polvere e il Chiaro di Luna di Beethoven a memoria nelle dita dallo spettacolo di Chiuhy di terza media.
Ho 20 anni, due pezzi di ferro nella gamba sinistra, cinque buchi nelle orecchie e un tatuaggio con dietro una storia e sotto una cicatrice da sette punti.
Ho 20 anni, una memoria precisa e fotografica, e l’ossessione a ricordare date e particolari avvenimenti. Dunque, ho 20 anni e tanti ricordi, e se si comincia a tirarli fuori in certe sere nostalgiche, posso andare avanti fino al mattino.
Ho 20 anni e avevo una tartaruga che poi è morta, ho avuto dei pesci rossi poi gettati in una fontana al parco, un cavallo che poi è impazzito e non si può certo dire che ami gli animali.
Ho 20 anni e ho scritto due libri, uno più stupido quando ero piccola, e uno più bello quando ero malata, che però ho lasciato a metà, e tutti e due non li riesco più a leggere. Sono arrivata seconda ad un concorso inutile e ora che ho 20 anni forse è ora di smetterla con questo sogno adolescenziale di scrivere.
Ho 20 anni e un brutto rapporto con l’amore, mi sono innamorata (o forse ho solo creduto di) tre volte, tre volte con esiti disastrosi, forse quattro, forse cinque, ma non sono sicura e comunque vada ora che ho 20 anni starò più attenta. Non ho mai odiato davvero, sono sicuramente stata odiata, ho ucciso e sono stata uccisa solo due volte da due persone diverse che ora sono state completamente rimosse dalla mia vita, e da queste due storie ho imparato tante cose, e adesso che ho 20 anni cose del genere non succederanno mai più.
Ho 20 anni, una volta sono tornata a casa alle 5 del mattino e nevicava, una volta mi sono addormentata per terra ad una festa, una volta ho vomitato perché avevo fumato troppo, in gita ho fatto la gara della vodka alla goccia e ho vinto, ma avevo le vertigini e la vodka è finita nel water dell’ hotel la mattina dopo. Quando ho preso la patente sono andata fuori da scuola quando la mia classe usciva e ho riccompagnato a casa i miei amici.
Ho 20 anni e ho perso la fede, anche se a volte è bello pensare che ci sia una sorta di spirito naturale, un qualcosa che ci unisce tutti, più grande di noi, che alla fine cosa siamo? Puntini che vogliono fare della loro vita qualcosa di grande pur essendo infinitamente piccoli..
Ho 20 anni, sempre pochi soldi nel cellulare, un computer costantemente acceso, e da troppo tempo non riesco a leggere un libro per intero. Conosco tante persone e tante storie, e il mio articolo sull’ ultimo numero del giornale della scuola era lungo cinque pagine, forse sei forse di più, e alcuni quando l’hanno letto hanno pianto.
Ho 20 anni e non è più tempo di piangere se non passo gli esami, non è più tempo di fare il personaggio decadente da romanzo, non è più tempo di scrivere diari e letterine, non è più tempo di gruppi gruppetti e gruppettini di amici da telefilm americano, non è più tempo di lasciar trapelare i fatti miei al solo scopo di generare scalpore e sensazionalismo, non è più tempo di bruschi scatti nel mio modo di intendere la vita e di gesti avventati, non è più il tempo di fregarmene del fatto che dovrei impegnarmi un po’ di più per la mia famiglia.
Ho 20 anni e non è più tempo di gelosie, di litigate, di frecciate e di folli idee. Ho 20 anni e a volte ho paura che non sia più tempo neanche di grandi amicizie, che il tempo cambi le cose e che le cose cambino le persone, ma per fortuna ci sono cose e persone che nonostante il tempo, ancora non sono cambiate.
Ho 20 anni e ho visto mezzo mondo, ma di mezzo mondo non mi ricordo niente perché ero troppo piccola quando l’ho visto.
Ho 20 anni e penso di essere diventata grande non per il tempo che effettivamente è passato, ma per le cose attraverso le quali sono passata.
Ho 20 anni, l’ adolescenza è matematicamente finita, però ci sono ancora tante cose da fare, progetti da realizzare e a cui dedicarmi, posti da vedere, persone da conoscere e amici con cui condividere o a cui raccontare tutto quello che ancora succederà.
Ho 20 anni e ci sono ancora tante pagine vuote.

Oggi le mie mani sembrano d’avorio, è l’ inizio di una nuova era anche per me.
Oggi è mattino e mi ha afferrato lucido.
Se fossimo noi ad esser sbagliati? Se fossimo noi pazzi e malati? Hai il coraggio o no?
Cose semplici e banali per riconciliarmi con gli anni sprecati e dentro ci sei tu.
Grazie a tutti, per davvero, siamo alla fine, e ho perso l’ inizio, ma ho un senso in più.

(Afterhours, “Cose semplici e banali”)
Stay Tuned.

20

Mio Stupido Nemico

Lo odio, mi fa perdere un sacco di tempo. Eppure, se non fosse per lui non sentirei più un sacco di persone, non ne avrei conosciute molte altre, non avrei avuto occasione di parlare sinceramente con altre ancora.
È il locus amoenus dove le persone si mettono costantemente Non al computer fin da quando accedono. Ed è così impossibile che la gente non capisca che la maggior parte delle volte, quando sono su Non al Computer ci sono. Dove se blocchi una persona e non vuoi che questa lo sappia, ti devi mettere d’ accordo con tutti gli altri contatti comuni o bloccare tutti gli altri contatti comuni. Sono entrambe strategie distruttive.
Dove è necessario disattivare i suoni, pena esaurimento nervoso, specialmente dopo l’ introduzione di questi nuovi trilli.
Dove dimmi che avatar hai e ti dirò chi sei, e grazie a dio questi nuovi Meego Dinamici non hanno avuto affatto successo. Non li usa nessuno.
Dove ognuno si sente un po’ protagonista del Grande Fratello comunicando al mondo notizie sulla propria vita attraverso un nick che vedono tutti gli altri, facendo sapere che canzone sta ascoltando, e un domani, forse, come pronosticai quando uscì il “turn on what I’ m listening to“, piazzando una webcam perennemente accesa sulla postazione del proprio pc, visibile ai propri contatti. Assurdità colossale? Visti i tempi che corrono, forse neanche troppo.
Un mondo dove il modo più facile per essere contattato da chiunque è mettere un nick del tipo “sono incazzato, non mi parlate2. È matematicamente assicurato che entro cinque secondi dal vostro ingresso almeno il 70% dei vostri contatti vi contatterà per chiedervi che cosa vi è successo.
Dove gli esosi hanno due contatti e, con l’ opzione poligamy (esiste la patch, cercatela…) li aprono insieme dallo stesso pc. Riescono così a fare una cosa molto utile: parlare con se stessi attraverso i propri due contatti e passarsi le faccine da quello principale a quello neonato. Avere tante emoticons è segno di fighezza messengeristica. Le emoticons sono le migliori amiche del chattatore: il chattatore assiduo fatica ad avere dialoghi reali con le persone, perché ha problemi a trovare le parole. La presenza di uno schermo tra lui e il suo interlocutore e la possibilità di ricorrere a delle faccine colorate, gli rendono più semplice la comunicazione con la gente. E dunque più faccine hai, più figo sei.
Le frasi dette in fretta terminano solitamente con ù, perché la ù è vicina al tasto invio, e la si prende dentro quando si mandano i messaggi. Le battute non si capiscono al primo colpo. Non si capisce se uno è incazzato. Non si capisce se uno è serio. Insomma, fondamentalmente, non si capisce quasi un cazzo. “Difficoltà inappianabili finchè si useranno tecnologie di messaggistica testuali”, disse un giorno un amico mio in vena di osservazioni colte.
Se ti mandano un link e tu per sbaglio lo clicchi, ti fa sparire la pagina web che stavi leggendo con attenzione. (O, cosa che capitava spesso a me, la pagina dove stavi scrivendo un articolo nuovo sul blog, che chiudendosi si porta via tutte le parole che avevi già messo giù).
Chiaramente, se hai lasciato tutto il giorno acceso perché qualcuno ti stava passando un file, sicuramente cadrà la linea poco prima che la colonnina sia diventata del tutto verde. E siccome non si può ripartire da dove eravamo rimasti, bisogna rifare il transfer tutto da capo.
Se hai duecento finestre aperte e sbagli finestra quando scrivi, puoi fare gaffes imperdonabili. Se vai in un’ altra stanza e lasci il computer ai genitori con le finestre aperte e qualcuno ti scrive, quel qualcuno può fare gaffes altrettanto imperdonabili.
Le parole hanno un colore e un font. Si cerca di averlo il più diverso possibile da quello usato dai nostri contatti, altrimenti sarà dura capire che cosa sto dicendo io e che cosa stai dicendo tu.
Un mondo variegato e colorato, insomma. Un mondo in cui è facile perdersi, ma soprattutto perdere tempo. È un po’ come andare giù in piazzetta e vedere se c’è qualche amico con cui scambiare quattro chiacchiere. Di negativo ha che le persone le devi conoscere dal vivo, per capirle veramente. Di positivo ha che se tu sei in Erasmus dall’ altra parte del mondo, puoi scendere nella stessa piazzetta del tuo amico che è un pantofolaio e abita ancora a Monza. Due fusi orari diversi, una sola finestra di MSN.
Dà dipendenza, senza dubbio. E non sempre lo amo. Per questo MSN è il Mio Stupido Nemico. Tuttavia lo ammetto: MSN è parte della mia vita. E così è per molte persone che conosco. O meglio, che conosco bene anche perché ho avuto occasione di entrare in contatto con loro avendo il loro contatto.
Ho una novantina di contatti. Al centesimo in regalo l’ orsacchiotto.

Stay Tuned.

Mio Stupido Nemico

La Forma della Vita

Mentre è ormai appurato che a segnali, vabbè, la gente fa casino (e sono le prime due ore del lunedì, cercate di capire) e che a calcolo la gente se ne va (”studio le dispense!” dicono tutti… vabbè…), vi sottopongo un’ illustre riflessione sulla forma della vita.

Per alcuni la vita parte in salita. All’ inizio si fatica ad andare su. Ma se la vita mantiene questo andamento, si arriverà più in alto degli altri.
Devono stare attenti quelli che iniziano in discesa, invece. Se seguite il ragionamento che ho fatto per la salita e lo capovolgete di centottanta gradi, capite subito perchè.
Qualcuno diceva che la vita è fatta a scale, c’ è chi scende, c’ è chi sale.
Ma quest’ ultima affermazione comprende la presenza di più di un individuo. Guardiamo il singolo: la vita sinusoide sarebbe una palla. Sempre ad alti e bassi. Depressione, esaltazione, depressione, esaltazione. Forse la vita di una rockstar, di un artista, di un poeta, è così. Se una persona appartenente a una delle categorie che ho appena citato muore nella depressione, viene esaltato post mortem e la sua faccia finisce sulle magliette, il suo nome nelle citazioni, le sue opere al Moma di New York. Al contrario, se il cantante/artista/poeta muore nell’ esaltazione, forse avrà un po’ meno fascino sui posteri, ma sicuramente da vecchio avrà un portafogli ben foderato. é l’ eterna diatriba tra il denaro e la gloria.
Io, che ho una mentalità da eroe omerico, sarei più per la gloria.
L’ onda quadra è lo stesso della sinusoide ma con più spigoli. Gli spigoli sono appuntiti, se ci vai contro e ti pesti una gamba ti fai male. Quindi non piacciono a nessuno.
La vita a linea retta è una noia mortale. Trascorsa in un’ attesa da deserto dei Tartari, aspettando che qualcosa si muova, ma niente.
La vita a parabola, se ha la concavità rivolta verso l’ alto, ti fa essere un vecchietto saggio. Uno di quei vecchi che dicono: “Ne ho passate tante, ma ora guarda come sono felice.” Se la concavità invece è rivolta verso il basso, la vita a parabola ti fa essere un vecchietto strapenato che vive in una casa sporca, con una coperta e una stufetta elettrica. Un vecchio che dice: “Da giovane me la sono goduta, ma ora guarda come sono ridotto!”
La vita esponenziale è una vita spericolata. é una vita come Steve McQueen.
La vita, o meglio tutte le vite umane insieme sono un cerchio. Si nasce, si cresce, si invecchia e si muore. E per ognuno che muore, c’ è uno che nasce, poi cresce, poi invecchia e poi

Dicono che il cerchio sia la figura perfetta e non so se è vero.
Ma se cerchio dev’essere, speriamo almeno che non sia un circolo vizioso.

Stay Tuned.

La Forma della Vita

Elogio di Alessandro Del Piero

Sto scrivendo dopo la doppietta di Alessandro Del Piero in Champions League contro il Rapid di Vienna. Con questi due gol, Del Piero raggiunge quota 182 in maglia bianconera, eguagliando così una celebre leggenda bianconera: Giampiero Boniperti. E ha buone probabilità di superarlo. Magari toccando quota duecento.
Ho iniziato a seguire il calcio quando avevo nove anni. Del Piero è l’ unico giocatore che sia rimasto alla Juventus, da allora. Era il campionato 1994/95, la Juve di Vialli e Ravanelli e del primo Lippi riconquistava uno scudetto che da nove anni mancava sulle maglie bianconere. E in quella squadra, c’era un giovane molto promettente. Il suo nome era, appunto, Alessandro Del Piero. Poi c’ è stata la Champions League 1995/96, e venne coniato il termine “Gol alla Del Piero” per un particolare tiro ad effetto del limite dell’ area, con il quale centrò il sette contro Borussia Dortmund, Steaua Bucarest e Glascow Rangers nella fase preliminare. Alex era ormai una celebrità, un talento riconosciuto a livello mondiale. E dico mondiale, non europeo, perché grazie al suo gol di Tokio, il 26 novembre 1996, la Juve conquistò la Coppa Intercontinentale, e i giapponesi lo premiarono come migliore in campo e se ne innamorarono.
Ma la sua carriera non è stata forse così sfolgorante come avrebbe potuto. Sfortunato in nazionale, dove viene sempre straziato da duelli con i suoi concorrenti per il ruolo di numero dieci (Baggio, Totti…), viene colpito anche da un grave infortunio nel novembre 1998. Così, un anno che aveva inziato molto bene (1997/98, suo record di gol in campionato, ventuno. Avevo l’ abbonamento al Delle Alpi in quella stagione, ed era veramente impressionante vederlo giocare) e continuato malino con una finale di Champions malamente persa contro un inferiore Real e un mondiale opaco, finisce sui lettini della sala operatoria per il suo ginocchio saltato a Udine. Sarà un caso, la Juve senza di lui si sfascia. Lippi se ne va. Arrivano gli anni bui di Ancelotti. Poi di nuovo Lippi e nuove vittorie, e ora la Juve stratosferica di Capello.
Alex fa fatica a tornare di nuovo protagonista, davanti a giocatori del calibro di Nedved, Trezeguet, Ibrahimovic. Nonostante i suoi meriti sul campo siano inferiori a quelli degli anni passati (ammesso che questo sia vero, perché i suoi gol li ha sempre fatti, e quest’ anno anche dei gol decisivi), bisogna riconoscere che Alex ha i suoi meriti come uomo. Non è mai stato affetto da manie di protagonismo e ha accettato le decisioni degli allenatori senza scatenare polemiche sui giornali. È sempre stato attento alla sua riservatezza e, lontano dalle copertine dei giornali scandalistici, ha sposato la sua ragazza, una commessa di Torino, alla larga dai riflettori, mentre altri hanno mobilitato intere città per giorni. E, in un calcio che più che calcio è mercato, è rimasto sempre fedele alla stessa bandiera. Nonostante la durezza di Capello e la forte concorrenza in attacco, quest’ anno si sta ritagliando i suoi spazi con umiltà, come se fosse l’ ultimo arrivato. Come se non ci fossero più di dieci anni al servizio della Vecchia Signora e tanti gol (centoottantadue, e alcuni molto pesanti, determinanti per la conquista di trofei in Italia, in Europa, nel Mondo) a rendere il suo nome più luccicante di quello degli altri.
Forse il suo viso pulito non è più un viso da sponsor, e forse sono altri gli altisonanti nomi che fanno breccia nei sogni dei giovani tifosi. Forse la sua figurina non è più tra le più ambite dai bambini.
Ma Alex ha avuto carattere, ha sopportato critiche, è andato avanti sulla sua strada. E sulla sua strada c’ è sempre stata la Juve. Una grande squadra, che in quanto tale pretende tanto. Penso che Alex abbia dato tutto ciò che poteva dare. E che a livello umano debba essere stimato perché si è tenuto lontano dalla figura del calciatore-fotomodello-donnaiolo che ultimamente va tanto di moda.

Chapeau, Alex. Dieci e lode, come il numero che porti sulle spalle.

Non so se finirai la tua carriera in quel Giappone dove ti adorano e dove forse ti pagherebbero bene anche quando avrai 7-8 anni in più dell’ età media dei giocatori del loro campionato. Non so se, una volta appese le scarpe al chiodo, ti ritroverai con un incarico ancora nella grande famiglia Juve. Ti auguro il meglio, per quello che hai dato alla squadra che seguo fin da quando ero bambina.
Nonostante la patina intellettuale che cerco di darmi, ci sono sempre i momenti in cui l’ occhio freddo e razionalista con cui guardo a questo calcio di bambocci viziati lascia posto a un cuore che si scalda ancora per le maglie bianconere. È un calcio fatto di fatica, di fango, di partite che diventano pezzi di storia, che vengono ricordate da migliaia di persone. È un calcio fatto di emozioni sincere. È il calcio fatto dalle persone come te.

Stay Tuned.

Elogio di Alessandro Del Piero