Siamo Tornati

Siamo tornati. Non abbiamo ancora finito di lamentarci del fatto che le estati non siano più lunghe come quando eravamo al liceo, che già siamo tornati a bere tisane e a guardare i telefilm sul divano con la copertina. Nel 2017 avevo voglia di fare un sacco di cose, e soprattutto avevo voglia di scrivere un sacco di cose. Una delle cose che volevo fare era creare una newsletter, ma poi è subentrata la vita e tutte le cose che volevo fare a partire da gennaio sono diventate cose che avrei cominciato a fare a partire da settembre. Ma non ho avuto le forze di creare una newsletter, quindi siamo ancora qui.

Quest’estate sono stata in Malesia e a Singapore e un paio di persone quando sono tornata mi hanno detto «Bellissime le tue foto di Bali». È andato tutto bene nonostante per la prima volta, dopo tanti anni di viaggi, abbia avuto l’ansia per diverse cose, tipo che mi pungesse qualche insetto strano o che perdessimo l’aereo da Kuala Lumpur a Parigi a causa di ritardi a Kota Bharu (il nostro scalo intermedio tornando dalle Isole Perhentian), o ancora che cadesse uno dei voli interni che dovevamo prendere, perché il giorno prima della partenza ho avuto la bella idea di leggere l’articolo «Perché cadono gli aerei nel sudest asiatico». Inoltre l’ultima notte che abbiamo trascorso alle Perhentian c’è stato il temporale, quindi per tutta la notte ho pensato che si sarebbe ribaltata la barca e saremmo morti tutti, ipotesi peraltro non così lontana dalla realtà dal momento che, una volta arrivati al porto (il tragitto era andato bene e non aveva piovuto), il barcaiolo ci ha detto che qualche giorno prima una barca si era ribaltata nel porto sovraffollato, ed era morto uno. Nel caso fosse successo, saremmo morti con le persone che erano in barca con noi, ovvero:

  • una famiglia olandese composta da lui che sembrava Don Draper ma più brutto, lei che credeva di aver perso l’iPhone in hotel ma poi l’ha ritrovato, due bambine di cui una anoressica e una col mal di mare
  • due francesi tamarri di cui lui con la maglia della Juventus ma senza nome e numero, lei zarrissima che si faceva mille selfie con duckface
  • varie ed eventuali (persone che non mi ricordo)

Un altro dei motivi per cui pensavo di poter morire durante queste vacanze erano attentati vari a Parigi o a Nizza o a Istambul, aeroporto in cui eravamo di passaggio nel volo intercontinentale. Invece no. Tutto è andato bene e sono tornata normalmente al lavoro, anzi ho anche finito di montare il secondo filmino delle vacanze in Islanda con in sottofondo la musica dei Sigur Rós. Si tratta precisamente delle vacanze di un anno fa.

Sennò bello, Malesia e Singapore, ve lo consiglio.

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Proprio perché eravamo a Singapore due giorni e abbiamo seguito le dritte della Lonely Planet, ci siamo ritrovate in un quartiere pseudo hipster dove però di pomeriggio molti posti erano chiusi e siamo andate in una libreria che si chiamava Books Actually. Qui c’erano molti libri deliziosi e un gatto prevalentemente bianco, magro e con gli occhi grandi.

(Questo. Dice su Instagram che si chiama Cake.)

Volevamo assolutamente comprare un libro che ci facesse capire qualcosa di più su Singapore e allo stesso tempo avesse una copertina bella, e alla fine abbiamo preso Balik Kampung 3C: Central Corridor, una raccolta di racconti curata da Verena Tay, che fa parte di un progetto più grande: una serie di libri che raccontano i diversi quartieri di Singapore attraverso gli occhi di autori che ci hanno vissuto. Un filo conduttore sotteso a molti di questi racconti è la malinconia. In parallelo, però, spicca una tematica che è inevitabilmente al centro della vita della città / isola: l’intreccio non sempre riuscito tra culture, la convivenza portata avanti mantenendo le distanze, la questione sempre aperta dell’identità. Se state preparando un viaggio a Singapore, leggetevi una di queste raccolte di racconti. Quella con la copertina che preferite.

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Infine, visto che quest’estate è stata anche caratterizzata dall’uscita della stagione 7 della serie TV più seguita al mondo (credo, o forse è solo la percezione che ho io da dentro la mia filter bubble), non posso non terminare con «my two cents» su Game of Thrones (serie che, come gli aficionados di questo blog forse ricorderanno, in realtà ho iniziato a seguire recuperandone tutte le puntate nel 2015). Innanzitutto, posso dirlo, al diavolo il binge-watching: vederla tutti insieme con le puntate che uscivano a cadenza regolare è stato bello. È stata bella anche l’ansia degli spoiler, perché, in un certo senso, faceva parte del gioco e della ragione per cui alle serie ci si appassiona da sempre, cioè (nei miei ricordi) da quando se il giorno dopo la puntata di Dawson’s Creek arrivavi a scuola senza averla vista, non potevi parlarne con gli altri ed eri out. Poi, mi è sembrato che un po’ tutti abbiano sentito l’urgenza di rimarcare come HBO, forte della distanza guadagnata sui libri, mai completati, avesse fatto scadere la serie in un’accozzaglia di poveracciate scontate e figlie dei desideri dei fan sui forum. I miei due cent saranno un po’ controcorrente rispetto a questo pensiero: a me la stagione è piaciuta proprio perché succedevano sempre cose, le storyline principali hanno preso la piega (buonista e banale) che speravo ed alcune scene ricche di azione e fantasy hanno avuto su di me un effetto wow. Che poi quando uno si mette a vedere la TV la sera a casa, non è che deve fare una roba cerebrale per forza. Insomma, ci può anche stare. Viva Game of Thrones, quindi.

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Per finire, una gif.

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Stay Tuned

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Siamo Tornati

18.

L’abbronzatura le rendeva ancora più evidenti. Correvano sotto le braccia, dove i bicipiti non si erano mai trasformati in muscoli. Quelle strisce bianche che gli ricordavano gli sguardi schifati delle ragazze, puntati sul cuscinetto di grasso sopra la cintura, i pettorali flaccidi, le braccia molli. In quei giorni di fronte lucida e capelli perennemente bagnati, le macchie di sudore sulla polo, in corrispondenza delle pieghe del suo corpo, l’avevano guardato impietose dallo specchio e l’avevano obbligato a prendere la decisione che gli avrebbe cambiato la vita. Era il primo giorno di vacanze dopo la fine della scuola.
Nessuno l’aveva riconosciuto quando era tornato a scuola a settembre; per tre mesi si era negato ai suoi pochi amici e dopo un’estate di esercizi e di digiuni persino loro avevano stentato a riconoscerlo. Per non far preoccupare sua madre aveva usato la scusa del caldo: «Mi fa passare la fame».
Il corpo di Andrea si era asciugato, il torace ballava in una polo troppo grande, le cosce non si toccavano più tra di loro. Le braccia erano le prime a mostrare i segni di quell’estate di resistenza e reclusione, esibendo smagliature bianche che, sfilata la maglia, si sarebbero potute ritrovare sotto l’ombelico e sui fianchi. Portare i segni di come era evaso dal suo vecchio corpo era per Andrea motivo di orgoglio. Ma scoprirsi carino e iniziare ad accorgersi che le ragazze lo trovassero tale gli aveva aperto un mondo troppo grande per non essere esplorato. Il quarto anno di liceo gli era passato attraverso con una leggerezza che non aveva mai conosciuto negli anni passati, e ora fissava immobile i risultati appesi fuori dalla scuola, le scarpe da tennis incollate all’asfalto bollente.

. . .

Caterina si dondolava sul gonfiabile a forma di fenicottero che galleggiava al centro della piscina. Con i capelli castani tirati su, gli occhiali sulla fronte e avvolta da più strati di crema solare, interpretava a suo modo l’evasione dall’afa di una pianura che d’estate diventava gialla e asfissiante. Ad interrompere il suo galleggiare, solo il fastidio che aveva provato nel sentire il rumore di una bicicletta appoggiata al cancello dell’ingresso, e della porta a vetri che si era aperta per lasciar affacciare sua madre che le diceva «C’è Andrea per te».
Lui era apparso così, la fronte sudata e i capelli appiccicosi. Lei, sbattendo i piedi nell’acqua aveva condotto il gonfiabile a bordo piscina ed era scesa senza bagnarsi, si era infilata un paio di shorts color menta, e un po’ si era ritratta quando lui le aveva posato una mano umida di sudore su un fianco per salutarla. Andrea aveva la testa bassa e lei, senza intonazione, gli aveva detto «Vuoi qualcosa».
Mentre la tartaruga che viveva nel giardino scavava dietro a una pianta per poi fermarsi a guardarli immobile, Caterina aveva finto che la bocciatura di Andrea non fosse importante, gli aveva offerto una limonata ghiacciata ma si era poi sottratta dall’abbraccio di lui perché «Fa troppo caldo».
Fingendo di passare sopra quello che per lei era a tutti gli effetti un fallimento, aveva trascinato una sdraio all’ombra per lui, muovendosi con passi rapidi, quasi in punta di piedi, sulle piastrelle di cotto roventi. Andrea era il suo primo ragazzo, e lei si ricordava come era prima – il ragazzo grasso, che tutte prendevano in giro – ma questo non aveva avuto importanza nel momento in cui lui si era mostrato l’unico capace di passare sopra al tempo che lei dedicava in maniera quasi marziale allo studio e all’obbligo di sottoporsi fin da subito agli interrogatori dei suoi genitori. Lui si era tolto la maglietta e si era addormentato all’ombra, declinando la proposta di farsi prima un bagno in piscina – «Non ho il costume» – mentre Caterina, la pelle che sapeva di crema solare, era salita in camera, con la scusa di andare a prendere un libro.
Ma una volta di sopra, mentre un fascio di luce sottile ma insistente filtrava dalle tende che pendevano immobili nell’afa, Caterina non aveva resistito alla sua più grande tentazione. Anziché recuperare dallo scaffale una delle letture estive assegnate dai professori, aveva estratto dal fondo di un cassetto il diario di Emma, la sua lettura preferita di quell’inizio estate, e si era lasciata andare a pancia in giù sul letto, i polpacci striati da quell’unico fascio di luce. Emma scriveva raffiche di parole, schiaffi alla reputazione della maggior parte delle persone in orbita intorno alle loro vite di liceali. In perenne lite con la madre, aveva confidato il proprio diario all’amica per paura che i genitori, trovandolo, lo leggessero. «Ti direi di non leggerlo, ma so che lo farai».
Impossibile da rifiutare come un frutto fresco dopo una giornata trascorsa su una spiaggia assolata, quel quaderno arancione che Emma chiamava diario aveva aperto a Caterina gli abissi dell’amica fino al punto di non ritorno: quello in cui non sarebbe più riuscita a considerarla tale. Arrivata ad uno dei numerosi passaggi in cui Emma raccontava di come si sentiva in presenza di un ragazzo la cui identità restava misteriosa, Caterina aveva forzato sui bordi del quaderno con i polpastrelli umidi di crema, costringendolo a stare aperto mentre la sua mano destra si infilava sotto la pancia a tormentare il bottone dei pantaloncini color menta.

. . .

Emma era sdraiata nel prato, la testa appoggiata sulla borsa di tela ripiegata e i folti capelli rossi sparsi tutt’intorno. Contava i giorni che mancavano alla partenza, l’anno in America l’avrebbe salvata dalla sua famiglia e da quella pianura troppo banale persino per essere sulle carte geografiche. Non era dispiaciuta per ciò che avrebbe lasciato alle proprie spalle, in fondo nulla le importava davvero. Si sentiva solo un po’ in colpa solo per non aver detto nulla a Caterina; l’amica l’avrebbe scoperto leggendo fino in fondo il diario che le aveva lasciato.

Emma leggeva il libro che Alberto le aveva prestato, spostandosi verso il grande albero man mano che il sole avanzava. La sua pelle tempestata di lentiggini non le permetteva di restare troppo a lungo sdraiata al sole. Il primo messaggio di Alberto aveva interrotto la sua lettura, ma Emma aveva atteso deliberatamente un secondo, e poi un terzo messaggio, prima di rispondere, circa un’ora dopo. A diciotto anni appena compiuti, Emma sapeva di essere un pianeta intorno a cui tutti giravano come satelliti disperati. Le era bastato mettere a punto alcuni dettagli: il modo di toccarsi i capelli, la cadenza nel parlare, l’andatura, la scelta di vestiti che lasciassero scoperti i punti giusti. Pensava che nessuno, in fondo, fosse alla sua altezza, ma forse con Alberto era diverso.
Si annoiava, quindi aveva deciso di raggiungerlo a casa di lui, che le aveva aperto a torso nudo, dicendo «Scusa, è che fa molto caldo. Non pensavo fossi tu». Lei si era seduta sul divano, lasciando cadere i sandali per terra e rannicchiandosi tra i cuscini, mentre lui tirava fuori dal frigo due birre ghiacciate. Lei aveva iniziato a parlare del libro, per sembrare più grande e per darsi un tono, lui la sentiva parlare ma non la ascoltava veramente, perso nel disegno formato dalle ossa delle sue clavicole, dalle lentiggini che le screziavano le spalle, dalla pelle liscia di quel viso imperfetto. Era sollevato dal fatto che ormai lei avesse compiuto diciotto anni, e gli occhi gli si stavano annebbiando al punto da non riuscire più a controllarsi. Così, alla prima pausa, senza fare domande si era sporto in avanti per baciarla.

. . .

Quando Andrea si era svegliato, Caterina l’aveva congedato rapidamente, dicendo che aveva da fare, che avrebbe visto Emma a fine giornata. Non erano tornati a parlare della bocciatura, ma Andrea aveva capito che il giudizio di Caterina nei suoi confronti era ormai compromesso, come se la ragazza avesse visto nel suo primo fallimento scolastico l’ombra di un’incapacità di riuscire che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Aveva tentato di salutarla con un bacio che lei prontamente aveva rifiutato offrendogli la guancia, ed era poi scappato via in bici, gli auricolari nelle orecchie, la vista appannata dalla cortina di umidità che il caldo e il sudore stavano creando sulle lenti degli occhiali da sole. Era già diretto a tutta velocità verso il canale, mentre la macchia di sudore si allargava sulla sua schiena, sotto lo zainetto, e Caterina si tuffava nella piscina e, tornata di slancio fuori dall’acqua, cercava di scrollarsi di dosso un capitolo che ormai nella sua testa sentiva concluso.

. . .

Alberto si era pentito subito. L’aveva capito dal modo in cui Emma si era ritratta e, infilandosi in fretta i sandali, si era diretta verso la porta con lo sguardo dimesso e implorante da animaletto ferito. Lui si era scusato, accennando un passo per avvicinarsi, scusarsi, rincuorarla, ma urtando il tavolino aveva fatto cadere una birra, e mentre la bottiglia rotolava per terra spruzzandogli i piedi con la schiuma, Emma si era chiusa la porta alle spalle, uscendo di slancio. Affacciatosi alla finestra, l’aveva vista allontanarsi a passo svelto, il braccio destro avvolto intorno al torace come ad abbracciare sé stessa, il sinistro che già portava il cellulare all’orecchio.

Aveva deciso di uscire a fare un giro in macchina; aria condizionata, musica a tutto volume e un po’ di velocità, per allontanare i pensieri. Si era accomodato sul sedile con i boxer, una maglietta bianca e un paio di scarpe da tennis consumate. Non aveva in programma di incontrare nessuno, d’altra parte nessuno avrebbe capito il modo in cui pensava di essere ormai al sicuro, con l’arrivo dell’estate e la partenza imminente di Emma. Consapevole del fatto che l’età di lei avrebbe potuto essere un problema, si era sentito sollevato all’idea che lei avesse compiuto diciott’anni, ma aveva sottovalutato la capacità di Emma di apparire molto più sfrontata di quello che in realtà quel pomeriggio gli aveva rivelato. Stava pensando al libro che lei aveva abbandonato sul tavolino accanto all’altra bottiglia di birra, quella che era rimasta in piedi. Aveva guardato un momento il cruscotto per cambiare canzone, ed era così che aveva finito per investirlo.

Andrea non si era accorto dell’auto in arrivo sulla strada perpendicolare al canale. La musica aveva coperto tutto, e ad un certo punto aveva solo pensato che un tornado l’avesse fatto volare via. Gli auricolari si erano staccati dalle orecchie, c’era stato un rumore forte, e ora era per terra, dolorante. Non sentiva più la gamba sinistra. Strozzando in gola un urlo di dolore, i palmi delle mani piantati sulla strada che sembrava sul punto di fondersi, si era girato verso la macchina che l’aveva investito, da cui era sceso un uomo coi boxer che si era tirato su gli occhiali da sole sulla fronte. Gli occhiali di Andrea erano volati un metro e mezzo più lontano, e stringendo le palpebre per mettere a fuoco quell’uomo tra le gocce di sudore e i giochi di luce della calura, con un sussulto l’aveva riconosciuto: «Professore».

Questo racconto fa parte di C A L D O, una raccolta pubblicata da Finzioni Magazine nel luglio 2017. Oltre al mio, contiene racconti di Francesca Modena, Silvia Pelizzari, Andrea Meregalli, Giulia Muscatelli, Antonella Airoldi, Michela Capra, Federico Tamburini. Potete scaricarla gratuitamente qui.

Stay Tuned

18.

Torna

E mi pare di vederti ancora, con la sciarpa che mettevi quando eravamo al liceo e andavamo in manifestazione a gridare gli slogan sotto le finestre di quelli che non ci ascoltavano, a tirare le uova. Di quando tu ed io eravamo giovani, adolescenti con i capelli spettinati e abiti comprati ai mercati degli alternativi lungo i navigli, nei sabati pomeriggi degli inverni freddi e del cielo grigio di una Milano che sono sicuro tu abbia amato moltissimo, anche se non hai mai voluto ammetterlo.

I pomeriggi sui motorini e fuori dalla biblioteca a fumare le sigarette fatte a mano, e i mangianastri con le cassette che ci passavamo e che duplicavi con il tuo stereo vecchio, che ascoltavamo nella macchina di tua madre, di quando hai preso la patente e mi sei venuto a prendere fuori da scuola parcheggiando su un divieto di fermata o al sabato sera sui parcheggi quelli nei posti riservati ai residenti.

I nostri ritorni notturni, le lunghe sere a parlare in macchina, le lunghe sere a parlare di niente, delle ragazze che non ci volevano, della mia moto sempre rotta, di questo o quel film del cinema di nicchia e mai, durante quelle sere, avevo visto nei tuoi occhi, sebbene li avessi sempre visti tristi, l’idea di andartene via un giorno. Ti ho sempre visto come quello che si stringeva nelle spalle e si tirava su la sciarpa a coprirsi la faccia solo per cercare di difendersi dal pensiero che fosse qualcun altro di importante ad andarsene via dalla tua vita, presto o tardi, ma per sempre.

Le tue mani in tasca che comunque erano sempre fredde, le cuffie nelle orecchie.
Le biciclette legate ai pali della luce, con il cellophane a righe bianche e rosse tra i raggi, i coni di plastica rubati dai lavori stradali per allestire improbabili discoteche nei saloni dei sottosuoli dei centri sociali, i pomeriggi distesi al parco e i giornali letti sotto il banco la mattina.
I concerti dei gruppi alternativi di rock italiano e la tua maglietta nera con su scritto NO.

Manchi, adesso che a dividerci ci sono più di mille chilometri e persino una striscia di mare. Dopo anni in cui ti ho visto chiuderti in te stesso, tu che avevi deciso contro la tua natura di studiare una scienza fatta di numeri e di formule che il mio cervello troppo umanistico, o forse semplicemente troppo umano, si è sempre rifiutato di capire.

Tu che non ti cambiavi nemmeno le scarpe da tennis quelle rotte, quelle che avevi alle superiori, perché ci eri affezionato.

Tu che, ossessionato dalla tua privacy, persino in vacanza non sopportavi di dover dividere la tua stanza con me.

Adesso condividi un appartamento con cinque persone che vengono da quattro paesi diversi e che non sanno neanche pronunciare bene il tuo nome.

E mi racconti che mandi una media di cento mail al giorno, e la tua vita è scandita da un calendario di outlook pieno di meeting, di briefing, di training, di brainstorming session.

Esci di casa con un paio di scarpe da tennis e il vestito del lavoro, e te le cambi e ti metti le scarpe eleganti quando entri in ufficio, e ti rimetti le scarpe da tennis per andare in palestra a correre con i tuoi colleghi guardando la BBC nello schermo davanti a te e lo smartphone ogni tanto perché non si sa mai che il tuo boss ti scriva una mail di quelle con «Urgent» nell’oggetto.

I tuoi ormai quasi mille amici di Facebook, mentre diminuisce drasticamente tra di loro la percentuale di quelli con un nome italiano, e hai smesso di fumare perché lì non è politicamente corretto e i fumatori fumano nascosti negli angoli tra i palazzi, nelle rientranze, che se cammini a passo svelto per la strada con il tuo bicchiere di cartone con dentro un caffè che fa schifo, passi davanti a una rientranza e di colpo di spaventi perché dentro c’è una persona e pensi: O mio dio, è un assassino di un film di Hitchcock. No: è un poveretto che fuma da solo.

Le tue serate nei club che ti costano più in ritorno in taxi che nel bere.

I tuoi pranzi nelle vaschette di plastica davanti agli otto schermi colorati del tuo computer, l’insalata scondita o il tramezzino di pan carré con la salsa di tonno ed un formaggio che non sa di niente, o la pasta col sugo pronto la sera, quando apri Facebook e mentre crolli dal sonno vedi le nostre foto ritoccate con effetti finto lomo per far sembrare la nostra vita un poco più interessante.
Hai mandato all’aria tutto quello che una volta eri, mentre noi siamo rimasti sempre uguali.

Le domeniche a piedi o in bicicletta in cui ci si accorge che Milano è bella. Le zanzare d’estate sui ponti dei navigli, l’asfalto che si scioglie e parcheggiare la moto sui tombini. Gli occhiali da sole portati a oltranza per non far vedere le occhiaie delle notti passate insonni a pensare a cosa fare della nostra vita. L’università da cui non siamo mai usciti, per fare i dottorati, per vedere che ora le matricole sono giovani, sono nate negli anni Novanta, anni dei quali noi abbiamo già dei ricordi.
Tu che un giorno guardando fuori dalla finestra della tua stanza hai visto il vuoto, e sei diventato un fuggiasco, e non sei più contro corrente neanche in questo, visto che adesso anche dei giovani che emigrano si parla tanto, i cervelli in fuga sono di moda.

I tuoi momenti di malinconia quando dalla finestra della tua casa nuova ascolti le canzoni che ascoltavi quando tornavi in macchina con noi, accovacciato sul sedile posteriore della mia macchina o davanti a darmi indicazioni con la cartina illuminata dal vetro del tuo cellulare che avevi prima. Quando non esistevano i navigatori satellitari e le strade si facevano a memoria o a caso.
I libri che leggevi in treno, i libri che scrivevi in treno.

E ogni volta che torni per poco, noi che cerchiamo di capire se sei veramente felice o no.
Della tua fuga in quel mondo dorato dove i giovani hanno successo e sono la ruota motrice, non la ruota di scorta.

Del nostro restare in questo mondo d’asfalto e di tricolori calpestati.

E il risultato di tutto questo è che né io né te abbiamo più qualcuno con cui restare in macchina a parlare per ore nei sabati sera che diventano domeniche mattina.

E poi pomeriggi della domenica in cui non saper cosa fare.

La cosa che resta uguale, è che nessuno di noi sa cosa sarà tra dieci anni, io per la paura che niente si evolva e che la mia vita diventi un lavoro di routine e uno scialbo patto matrimoniale senza emozioni, tu per la paura che tutto si evolva troppo, e la tua vita diventi un filo di Arianna che si srotola da solo portandoti troppo lontano dal posto in cui una volta, ma ora sempre meno spesso e con sempre meno convinzione, dicevi di voler tornare.

Ti invidio un po’, tuttavia non farei cambio.

Non so se ci voglia più coraggio per andare o per restare.

E con quelli che incontro al solito pub parlo di te come di un eroe di guerra, con toni orgogliosi, e mi illumino quando vedo che, tra le centinaia di mail che mandi al giorno, una è ancora per me, per parlare di calcio, dei libri in italiano che vuoi che ti spedisca, delle sigarette fatte a mano che non sei più capace di farti.

Per chiedermi come stanno gli altri, gli amici e le ragazze che un tempo non ti volevano e che ora sicuramente ti rimpiangono.

Com’è difficile dirti in bocca al lupo, salutami Londra e stammi bene, quando tutto quello che vorrei dirti è

torna in Italia,

torna a Milano,

torna.

 

Straight outta 2011, quando Vasco Brondi nuoceva gravemente alla salute.
Stay Tuned.

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Lavanderia Automatica

Che i panni sporchi si lavano in casa, o almeno, così era sempre stato.
La lavanderia automatica era stata il primo posto in cui si era sentita veramente sola. Fino a quel momento, tutto il resto era andato bene: il viaggio, la casa, la città, il lavoro. Gli amici, eh. Gli amici. Quelli erano in Italia, su Skype, una o due sere su sette.

Una sera si era trovata davanti l’inconfutabile fatto: la mancanza di magliette. Si era reso necessario fare questo borsone ed andare alla lavanderia automatica. In tasca, solo le monete, le chiavi e la sua musica.
Tardo pomeriggio e ormai era buio pesto da qualche ora, poche persone in giro e no, non sembravano svedesi. La lavanderia automatica era ancora illuminata. La luce al neon sfondava la vetrina e creava una piccola aureola sulla strada, sul marciapiede nero.

Era aperta fino a mezzanotte, tra il call center e il kebabbaro. Dentro, seduto su una panchina, c’era solo un ragazzo con una felpa rossa con il cappuccio tirato su, sulla testa, e un sacco vuoto, sgonfiato, ai piedi. Leggeva. Uno di quei gialli, uno di quei libri che a lei, a leggerlo quando era buio e poi a dover tornare a casa da sola a piedi, avrebbe fatto paura.

Si avvicinò ad una delle lavatrici, gettò il borsone a terra ed iniziò a tirare fuori i suoi vestiti ed introdurli attraverso l’oblò, uno per uno. Nella maglietta verde vide il primo giorno delle vacanze, in Spagna, qualche anno prima. Gli esami erano appena finiti e Davide quell’estate le sembrava più bello di sempre, coi capelli biondo cenere e gli occhi azzurri. E lei ora era in quella stupida lavanderia a gettoni, non sapeva neanche più che fine avesse fatto, Davide.

Nella camicia bianca vide il primo colloquio di lavoro. Si rivide arrossire, giocherellare con un bottone di quella camicia. Risentì il tono asettico della voce dell’impiegata delle risorse umane che le diceva «Mi dispiace informarla che». C’erano stati tanti «No», prima di quell’aereo di sola andata.

La lavatrice iniziò a girare e rimescolare i suoi ricordi a ritmo regolare, il rumore del cestello che si intrecciava con quello della lavatrice in cui giravano i panni del ragazzo con il cappuccio rosso. Lui continuava a leggere. Lei, senza dire nulla, gli si sedette accanto.

Tirò fuori dalla tasca la sua musica e scelse una canzone che la fece subito diventare triste. O forse, scelse proprio quella canzone perché triste, lo era già. Continuava a fissare le macchie di colore che giravano dentro all’oblò.

In quel momento il ragazzo col cappuccio rosso chiuse il libro e la guardò.

 

Piccola delizia dall’ottobre 2013.

Stay Tuned

Lavanderia Automatica

Oggi mi annoio

È difficile spiegare quello che lei era. Io me ne accorgevo da tante cose, per esempio quando di notte si alzava, le gambe magre e la camicia da notte ampia, e apriva il frigo. Dallo sportello aperto usciva la luce e lei, in piedi, prendeva qualcosa. Io non riuscivo mai a vedere cosa. La casa in cui vivevo da studente era molto piccola ma dal divano l’interno del frigo non si vedeva.
La bestia nei suoi occhi era talmente affamata da convincermi a traslocare. Non era stato facile assemblare tutti quegli scatoloni al pensiero di mia madre su quel letto di ospedale. Mio padre non me l’avrebbe mai perdonato, ma in quel momento era l’unica cosa che potessi fare. Un giorno mi aveva chiamato e mi aveva detto «La mamma è morta. E tu ti sei portato via pure la macchina».

Lei era una sfinge e semplicemente aveva detto «Vai tu, non mi piacciono i funerali». Quando ero tornato a casa lei non c’era, ma l’orologio sul comodino non era il mio. Il caricabatterie del cellulare di un altro.

Quando ho preso tutte quelle pastiglie mio padre pensava che avessi tentato di uccidermi, ma non era vero. Volevo semplicemente dormire. Erano passati circa sei mesi, e ancora non riuscivo a dormire più di due-tre ore per notte. La rabbia era troppa, la rabbia di quando nonostante tutto era stata lei a tenersi la casa. Avevo trovato una camera in un dormitorio, e mi mancavano ancora quattro esami. Un semestre intero, e qualche giorno prima dell’ultima prova avevo veramente bisogno di dormire. Non ci riuscivo più, risucchiato dalle immagini di quando avevamo litigato e io me n’ero andato, e nonostante tutto qualche settimana dopo mi aveva invitato per parlare e mi aveva chiesto di prestarle la macchina; il semestre non l’avrebbe finito e dopo poco anche lei avrebbe traslocato. Non ero stato io a spingerla contro il tavolino di vetro, era caduta da sola. Si era alzata con il sangue che colava da un polpaccio e mi aveva tirato contro qualcosa, forse un un libro, mentre cercavo di calmarla. Quella notte avevo veramente, veramente bisogno di dormire.

Oggi mi annoio. È la prima volta che la sblocco su Facebook, dopo sette anni. Non ho più visto né saputo nulla. Dal suo profilo non si vede quasi niente, solo una foto dove ha i capelli di un colore diverso rispetto a quello che mi ricordavo io, e non ride. Visibile solo il nome dell’università, la stessa dove ci siamo conosciuti. Non si riesce a capire nient’altro. Ma oggi mi annoio e devo saperlo. Le chiedo l’amicizia.

Stay Tuned

Oggi mi annoio

Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Le case uguali

Scorgere foto delle case degli amici su Facebook e Instagram, e bloccare il consueto slide down verso il fondo della timeline per soffermarmi sui dettagli delle immagini e per individuare tutti gli arredi dell’Ikea che presto o tardi nella vita ho incrociato anche io. Lo faccio in maniera automatica anche con le case di AirBnb, e credo lo facciano tutti. Adesso che siamo invecchiati non è più come prima, cioè a sfondo delle nostre foto casalinghe non ci sono più sedie quadri e tappeti palesemente scelti da qualcuno con trent’anni più di noi, ma ci sono – tendenzialmente – arredi scelti da noi, nelle case arredate da noi, oppure arredi scelti da persone che affittano case pensando che il target di affittuario ideale siamo noi.

Noi è quel tipo di persona le cui papille gustative sensibili all’interior design si emozionano per le New York tiles, i tavoloni di legno un po’ grezzi, le sedie stile industrial o «da vecchia scuola elementare» o ancora copie accettabili delle Victoria Ghost. Insomma, tutte quelle scelte di arredamento a cui su Instagram si possano attribuire hashtag destinati a mettere uno accanto all’altro e far sembrare uguali il salone un AirBnb di Amsterdam che ho prenotato due anni fa e un posto che fa il ramen a Boston dove ho mangiato l’inverno scorso.

Tutto questo mi è venuto in mente perché in settimana ho festeggiato l’anniversario della casa in cui vivo da due anni, e che presto diventerà la casa in cui ho vissuto più a lungo dopo casa dei miei in Italia. Io che ero abituata all’idea che una casa fosse quella, punto, per la vita. Che quello che mettevi in cantina quando avevi otto anni ti sarebbe ricapitato in mano durante un momento di raptus di ordine e pulizie (o qualche ricerca compulsiva di chissà quale aggeggio effettuata dieci anni dopo), perché semplicemente, tutto era lì, la tua vita era lì. Il concetto di trasloco inteso come «spostamento di una vita» a quell’epoca non mi apparteneva.

È stato solo dopo che ho iniziato ad entrare nell’ottica degli spazi piccoli e limitati nel tempo, in cui avrei potuto avere poche cose e dovuto buttare tutto quello che non usavo da più di dieci mesi, essere pronta a sbaraccare tutto nel giro di un anno, e soprattutto a mettere i miei vestiti in armadi che non fossero miei e riempire almeno le pareti di robe ritagliate e attaccate con lo scotch per dare un minimo di personalizzazione a scatole provvisorie che poi sarebbero diventate la casa di qualcun altro. Era come se il concetto stesso di casa fosse diventato più sfuggente, meno importante.

IKEA
Foto Ikea.com, ma come blog di arredamento e “vita indoor” vi consiglio vivamente thesocialitefamily.com

Poi è arrivata questa casa, la prima con qualche possibilità di essere considerata un po’ più definitiva. E, con essa, l’emozione di poter scegliere come arredarla, che colori darle, quale divano o quali quadri sarebbero stati i protagonisti delle stanze. Ed è bello, se non che poi ti rendi conto che in realtà la tua testa è formattata su un catalogo Ikea o qualcosa di simile, e quindi va a finire che i tuoi amici hanno lo stesso lampadario e le stesse mensole Lack e che la casa del tuo ex collega che lavora a Singapore ha la stessa vetrinetta Fabrikör di casa tua e pure le stesse poltroncine che avevi nella tua casa di Londra nel 2012. E poi capisci che in realtà tutte le case sono uguali e quindi boh, che in realtà non hai una casa solo tua e speciale o che, forse, abiti in una filter bubble delle case, un pattern che ti ospita un po’ dappertutto.

Stay Tuned

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Parte delle cose che ho detto sono state scritte meglio su Pagina 99. Ricordo che quando ho letto questo articolo ho pensato «È tutto vero»: Il mondo piatto dell’estetica AirBnb, Pagina 99

Cose che ho scritto e fatto nell’ultimo mesetto mentre non scrivevo sulla Stanza Bianca: un paio di articoli a quattro mani su Rivista Undici, questo pezzo in inglese su Tony Cascarino, e lancio di un travel blog come progetto parallelo, Eat the Road, che potete seguire anche su Facebook e Instagram.

Le case uguali