Cinque libri che voglio leggere entro fine anno

Questa lista viene da una cosa lanciata su Instagram da @nomadic_reader (credo) che io ho visto su @lascianca.

Come sempre non rispondo su Instagram perché non ho voglia di screenshottare le stories e poi scriverci dentro.

Cinque libri che voglio leggere entro fine anno.

    • La Fortezza, Jennifer Egan
    • Fiabe Islandesi, AA VV (trad. Silvia Cosimini)
    • L’assassino cieco, Margaret Atwood
    • Il libro del mareMorten A. Strøksnes
    • Città sola, Olivia Laing

Trovare il tempo sarà un problema ma ormai fuori fa freddo e fa buio presto, quindi.

Stay Tuned

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Libri che regalerei

I negozi hanno messo fuori gli addobbi e Starbucks ha fatto i bicchieri di carta rossi, questo vuol dire che ci siamo lasciati alle spalle le zucche ed è ufficialmente Natale.

Se dovessi regalare dei libri, penso che regalerei questi.

Tra quelli letti nel 2018 ma non necessariamente usciti nel 2018:

  • L’Arminuta, Donatella Di Pierantonio
  • Kafka sulla spiaggia, Haruki Murakami
  • Divorare il cielo, Paolo Giordano
  • Macerie Prime – Sei mesi dopo,  Zerocalcare
  • Parlarne tra amici, Sally Rooney
  • Le nostre anime di notte, Kent Haruf
  • Terremoto, Chiara Barzini
  • Fame, Roxane Gay
  • Una casa alla fine del mondo, Micheal Cunningham
  • Olive Kitteridge, Elizabeth Strout

Sempreverdi (se siamo amici forse ve li ho già regalati):

  • Middlesex, Jeffrey Eugenides
  • Libertà, Jonathan Franzen
  • La casa del sonno, Jonathan Coe

Potete regalarli o regalarveli da soli per leggerli durante i momenti di pace dopo i pranzi in famiglia.

Stay Tuned

Un libro che ho letto #2

Circa un mese fa ho letto, dopo troppo tempo, un libro di Michael Cunningham, autore che avevo scoperto a inizi duemila, quando in Italia uscirono il film The Hours e la traduzione italiana del romanzo da cui la pellicola era tratta. Quindi sì, in passato ho letto Le Ore, poi Dove la terra finisce (12 anni fa), e Giorni memorabili. Ma mi mancavano le prime opere di Cunningham e, non so perché, a un certo momento l’ho messo da parte e non l’ho più ripreso.

Michael Cunningham è speciale. Innanzitutto perché scrive benissimo, e poi perché riesce ad affrescare personaggi mai banali pur ritornando su tematiche ricorrenti: un certo tipo di America, l’adolescenza, le mamme che preparano la torta in cucine anni ’50/’60, l’omosessualità, la malattia, invecchiare, invecchiare in un certo tipo di America, la famiglia. Ricordo che di Le Ore mi aveva anche colpito l’intrecciarsi delle storie, il senso di circolarità, il trovare punti in comune tra tre donne per certi versi simili ma vissute in epoche e contesti diversi. A me queste cose piacciono, tanti racconti apparentemente slegati che in qualche modo si toccano, o un filo conduttore che passa attraverso più generazioni e ci accompagna in una storia dall’inizio alla fine.

Una casa alla fine del mondo è del 1990 ed è apparso in italiano nel 2003 (con Bompiani, come quasi tutte le opere di Cunningham). Il filo conduttore che ci vedo io è quello della famiglia, del dramma, dell’incompletezza. Siamo a Cleveland, Ohio, Bobby ha un fratello più grande che sperimenta con le droghe e una costellazione di sciagure pronte ad abbattersi su di lui. Jonathan apparentemente ha una famiglia più normale, dove però iniziano a intravedersi delle crepe. I due si incontrano a scuola e nasce un legame che – lo si capisce subito – è destinato a sfilacciarsi a tratti, ma senza sciogliersi mai, neanche quando da Cleveland i due si spostano a New York, Jonathan prima, Bobby poi. I due condividono il loro appartamento con l’eccentrica Clare.

Con l’entrata in scena di Clare c’è nuova figura a fare da ago da bilancia nella relazione tra i due, donna amata da entrambi e a tratti contesa, posizione che durante l’adolescenza dei protagonisti era stata propria della madre di Jonathan. Ma, soprattutto, nel momento in cui gli equilibri tra Jonathan, Bobby e Clare sembrano assestarsi, la tematica della famiglia e di una sua forma non convenzionale diventa centrale, portandoci su tematiche molto più alla moda oggi rispetto al momento dell’uscita del libro.

Un po’ perché amo le storie malinconiche in cui conosciamo i personaggi da adolescenti e ce li portiamo dietro per un numero indefinito di anni, un po’ perché questa lettura ha risvegliato la mia passione per la bella scrittura di Cunningham, Una casa alla fine del mondo ha guadagnato non pochi punti nella mia classifica personale.

Non è una cosa che faccio spesso, ma ho realizzato di averla già fatta per Cunningham nel 2005 e quindi a maggior ragione non dovrei farmi problemi a rifarlo ora: vi riporto uno scambio del romanzo che mi ha particolarmente colpita, è di quando i protagonisti lasciano il loro appartamento di New York e decidono di sbarazzarsi di alcuni mobili abbandonandoli per strada. Questa scena mi ha fatto pensare a tutte le volte che ho cambiato casa da quando vivo all’estero, a tutte le volte che ho lasciato le mie robe o ho trovato le robe lasciate da altri e le ho usate in casa mia, ma anche a tutte le volte che in giro a Parigi ho visto cose abbandonate sul marciapiede, pronte ad essere recuperate per vivere la loro seconda (o terza) vita.

Guardammo viaggiare il divano sulla Quarta Strada Est. Sul marciapiede sotto la nostra finestra un uomo e una donna in giacca di pelle lanciarono un urlo di gioia alla vista della vecchia pendola da cucina di Clare – una specie di boomerang di plastica gialla coperto di elettroni rossi e rosa.
«Non riesco a credere di essermi fatta convincere a buttar via la pendola. – disse Clare – Adesso scendo e gli dico che mi sono sbagliata».
«Lascia perdere – disse Jonathan – T’ammazzerebbero».
«Jonathan, quella pendola è un pezzo da collezione. Vale un capitale».
«Tesoro, non funziona», disse lui. «Non segna più il tempo. Lascia che se la tengano».

PS: come potete vedere dalla foto di copertina, esiste anche un film. Ma è meglio il libro, ça va sans dire.

Stay Tuned

Un libro che ho letto #1

Un paio d’anni fa, un amico con cui sono stata in vacanza in Islanda mi ha regalato un libro per Natale, accompagnato dal biglietto: «Iceland was nothing – Idee per i prossimi viaggi». Il libro era Atlante delle Isole Remote: Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò, di Judith Schalansky. Me l’ha fatto spedire per posta e l’ho ricevuto diverse settimane dopo quel Natale. È un libro bello da vedere e da tenere in mano: grande ma sottile, carta un po’ spessa, copertina rigida, scelte cromatiche e illustrazioni che fanno pensare un po’ alle mappe del tesoro dei pirati e un po’ a certi mappamondi anticati.

Più o meno così

Schalansky è nata nel 1980 a Greifswald, nell’ex DDR, e infatti nell’introduzione al libro scrive che ad un certo punto il suo paese natale «sparì dalle carte, insieme con i suoi confini, tracciati e sentiti». Dice di essere «cresciuta con l’atlante»; avendo avuto raramente occasione di viaggiare da bambina, immaginare città lontane era per lei un gioco, mentre il tempo le avrebbe poi insegnato a diffidare dei planisferi politici, abituata com’era ad un atlante che si chiamava L’atlante per tutti ma, essendo vincolato a un’ideologia, separava la Repubblica Federale di Germania dalla DDR mettendole su due pagine diverse, per evitare di disegnare il muro. A causa di questa cosa, che non mi sento di poter capire fino in fondo non avendola mai vissuta, l’autrice di Atlante delle Isole Remote sviluppa quindi una passione per altri tipi di rappresentazioni cartografiche, orientate a riprodurre la topografia fisica dei continenti, seppure con le imprecisioni dovute a gamme cromatiche limitate.

Oggi insegnante di tipografia al Potsdam Technical Institute, Schalansky inizia a cadere vittima del fascino delle isole remote proprio grazie ad un libro custodito in un armadio per grafici.

Nel risvolto della copertina scoprii un foglio staccato, di piccolo formato. Vi era raffigurata la carta di un’isola. […]. Questa macchia di terra, dai contorni così ben definiti, era assolutamente perfetta e allo stesso tempo sperduta, come il foglio staccato sulla quale era stata disegnata. Qualsiasi rapporto con la terraferma era andato smarrito. Il resto del mondo era semplicemente taciuto. Non avevo mai visto un’isola più solitaria.

Le isole remote, quelle rappresentate in un angolino, stipate in un angolo dentro la cornice di un riquadro, relegate a fondo pagina e disegnate con una scala tutta loro perché troppo lontane dalla madrepatria, diventano per l’autrice tedesca una vera passione, al punto da spingerla a raccoglierle in questo volume, con le loro stranezze e le loro leggende. Seguono le storie di queste isole, divise per macroaree geografiche e accomunate dal loro essere sperdute e dimenticate. Popolate oppure no, le isole remote hanno storie che sembrano leggendarie, fatte di prigioni, vulcani, epidemie in grado di sterminare tutti gli abitanti fino a farle diventare completamente disabitate e inospitali, mentre le visite dalla terraferma e i tentativi di raggiungerle con spedizioni, viaggi e conquiste si contano sulle dita di una mano. Atlante delle Isole Remote è come un annuario fatto di passati incredibili e coste dalla forma strana. Floreana, una delle Isole Galapagos, sembra una luna bitorzoluta. Rapa Iti, nella Polinesia Francese, ricorda un padiglione auricolare o un girino di dinosauro.

Ho trovato che questo libro sia stato un regalo azzeccato, un po’ perché sia io che questo mio amico possiamo avere la tendenza a cercare l’isolamento e a rimanere quindi affascinati da questo tipo di posti e da questo tipo di storie, un po’ perché esteticamente e al tatto trovo che sia un libro molto bello da tenere in casa e da regalare, e un po’ perché, a modo suo, è un libro che si può leggere in parte tenendo gli occhi chiusi.

Anzi, a mio parere è proprio questo l’intento di Schalansky, che d’altra parte sceglie come sottotitolo quel Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò. Questi posti sono belli e hanno fascino perché irraggiungibili e deserti, ma allora forse non è così importante sapere che davvero esistono e se davvero centinaia di anni fa ci hanno vissuto prigionieri politici o una fauna poi estinta. Quello che è importante è che attraverso le illustrazioni, i nomi in corsivo e le coordinate geografiche, l’Atlante riesca a farci visitare luoghi dove non metteremo mai piede, restituendoci però un’esperienza che ha lo stesso realismo di un sogno da cui ci siamo svegliati di soprassalto, facendoci credere di essere usciti da un libro di storia o da un videogioco. Leggendo di ciascuna di queste isole, strisciamo sulla sabbia bollente dopo aver raggiunto la riva, o compiamo passi goffi con indosso una tenuta da esploratore artico. Questo per me è un libro perfetto per i bambini un po’ cresciuti, per i solitari e per gli intrepidi, anche se c’è ancora un difetto dietro la copertina azzurra e i due centimetri abbondanti di rilegatura in tessuto nero: quello di metterci di fronte ai nostri limiti in maniera troppo lampante. Perché già sappiamo che il mondo è troppo grande e il tempo e le risorse che abbiamo a disposizione sono troppo poche per visitarlo tutto. Ma mostrare in maniera così palese che esistono posti stupefacenti e sperduti dove è praticamente impossibile andare, è allo stesso tempo ammirevole e crudele.

Cantami del diritto alla segretezza, la distanza, la timidezza
Cantami dei posti dove il Wi-Fi non arriverà mai
Mai e poi mai mai e poi mai
(cit.)

Stay Tuned.

Se siamo ancora qui

Se siamo ancora qui è probabilmente merito di Valentina, che circa un mesetto fa ha voluto ricordarci quanto internet fosse un posto migliore quando ci scrivevamo cose vere senza metterci il nostro nome e cognome. Io lei l’ho conosciuta perché nel 2011 le ho mandato delle cosette da pubblicare sul suo sito Setteperuno, e poi mi è capitato di ritrovarla su “siti di libri” e social. Ma non è questo il punto.

Il punto è che è vero: scrivere cose che non siano necessariamente né racconti né articoli per riviste online mi manca, è la cosa della me degli anni passati che mi manca di più in assoluto. Più che essere ancora all’università (quello non mi è mai mancato), più che portare costantemente le cuffie ed essere aggiornata sulla musica, più che guidare.

Mi manca un modo di comunicare che per me – devo ammetterlo: non amo le telefonate, ancora meno le videochiamate – era fondamentale e mi permetteva di fare alcune delle cose che amo di più: scrivere, e poi leggere e rileggere quello che avevo scritto io, quello che mi avevano risposto gli altri, non nei 30 secondi impiegati per postare un commento, un emoji, o cliccare like, ma nel tempo ragionato dedicato a raccontare nel modo migliore cose a volte anche insignificanti, con tutto il fascino della comunicazione asincrona, che ormai è considerata quasi una forma di maleducazione e invece era un ottimo modo per tenere le fila.

Ecco cos’era La Stanza Bianca prima della doppia spunta blu e del bollino verde della persona che puoi disturbare in tempo reale: uno spazio con poche pretese, che tra le altre cose mi ha aiutato a creare e mantenere dei contatti, e dove penso di aver pure scritto qualche cosa carina. Poi sono arrivati i nomi e i cognomi come standard su ogni profilo pubblico, l’affanno di postare continuamente per esistere. Ma agli status lunghi di Facebook non ci ho mai creduto e in generale, dopo Instagram e Whatsapp (e Cambridge Analytica), a Facebook non ci crede più nessuno. Twitter è un’altra cosa ancora, e mi piace molto di più usarlo per leggere e scoprire cose anziché per scriverci su.

Mi manca tutto questo come un tempo mi mancava casa, ma per fortuna ho sempre continuato a rinnovare il dominio di questo sito per inerzia, e quindi La Stanza Bianca è ancora qui a chiedersi cosa sarà da grande. Nella mia incapacità a saper iniziare qualcosa senza almeno una sorta di piano, credo che questo blog sarà soprattutto quello che è stato negli ultimi anni – quelli in cui ero già vecchia – cioè uno spazio che userò per scrivere principalmente di libri, in maniera assolutamente personale e trasparente (non sono un’influencer e, lo dico per quelli che ancora ogni tanto mi contattano chiedendo di recensire i loro libri su questo blog, di lettori ne ho talmente pochi che non ne vale la pena). Userò La Stanza Bianca anche per segnalare (o ripostare per intero nei casi in cui sarà possibile) articoli e racconti miei usciti su altri siti. La Stanza Bianca sarà qualcosa di simile a Just Another Point, il blog di Nellie, una delle mie “persone normali che scrivono di libri” preferite (cit.).

Ma – qui c’è una novità – ho trovato anche il coraggio, perché di mancanza di coraggio si trattava, non di tempo, di creare una newsletter. Principalmente l’ho fatto perché da circa un anno ne leggo diverse, che non sempre escono in modo regolare ma riescono ogni volta a colpirmi. Così, ho iniziato a riflettere sull’idea di scriverne una anche io. Vorrei scriverci su delle piccole cose che forse un tempo (tipo 10 anni fa) avrei scritto su La Stanza Bianca, ma più brevi e che magari, se anche a voi manca il tipo di comunicazione che ho descritto sopra, vi daranno voglia di rispondermi.

Vi potete iscrivere a questo link.

Vi prometto che la prima puntata arriverà presto.

Stay Tuned.

P.S. Hey. Se questo è il primo articolo de La Stanza Bianca che leggi perché ci siamo conosciuti da poco, ti dico due o tre cose che forse dovresti sapere. Ho iniziato a scrivere un blog nel 2004 su Splinder ma nel 2005 ho creato La Stanza Bianca, che si chiama così perché in quell’autunno è uscito un mio racconto ononimo su un’antologia. Questo blog ha avuto diversi sottotitoli, tra cui «Parole che rimbalzano sulle pareti della noia», «Brianza Rock Legend. Since 2005» e «Libri, letteratura e macchie d’inchiostro». Mi piacciono gli anelli, tenere un diario, l’Islanda. Normalmente finisco gli articoli di questo blog con «Stay Tuned».

Siamo Tornati

Siamo tornati. Non abbiamo ancora finito di lamentarci del fatto che le estati non siano più lunghe come quando eravamo al liceo, che già siamo tornati a bere tisane e a guardare i telefilm sul divano con la copertina. Nel 2017 avevo voglia di fare un sacco di cose, e soprattutto avevo voglia di scrivere un sacco di cose. Una delle cose che volevo fare era creare una newsletter, ma poi è subentrata la vita e tutte le cose che volevo fare a partire da gennaio sono diventate cose che avrei cominciato a fare a partire da settembre. Ma non ho avuto le forze di creare una newsletter, quindi siamo ancora qui.

Quest’estate sono stata in Malesia e a Singapore e un paio di persone quando sono tornata mi hanno detto «Bellissime le tue foto di Bali». È andato tutto bene nonostante per la prima volta, dopo tanti anni di viaggi, abbia avuto l’ansia per diverse cose, tipo che mi pungesse qualche insetto strano o che perdessimo l’aereo da Kuala Lumpur a Parigi a causa di ritardi a Kota Bharu (il nostro scalo intermedio tornando dalle Isole Perhentian), o ancora che cadesse uno dei voli interni che dovevamo prendere, perché il giorno prima della partenza ho avuto la bella idea di leggere l’articolo «Perché cadono gli aerei nel sudest asiatico». Inoltre l’ultima notte che abbiamo trascorso alle Perhentian c’è stato il temporale, quindi per tutta la notte ho pensato che si sarebbe ribaltata la barca e saremmo morti tutti, ipotesi peraltro non così lontana dalla realtà dal momento che, una volta arrivati al porto (il tragitto era andato bene e non aveva piovuto), il barcaiolo ci ha detto che qualche giorno prima una barca si era ribaltata nel porto sovraffollato, ed era morto uno. Nel caso fosse successo, saremmo morti con le persone che erano in barca con noi, ovvero:

  • una famiglia olandese composta da lui che sembrava Don Draper ma più brutto, lei che credeva di aver perso l’iPhone in hotel ma poi l’ha ritrovato, due bambine di cui una anoressica e una col mal di mare
  • due francesi tamarri di cui lui con la maglia della Juventus ma senza nome e numero, lei zarrissima che si faceva mille selfie con duckface
  • varie ed eventuali (persone che non mi ricordo)

Un altro dei motivi per cui pensavo di poter morire durante queste vacanze erano attentati vari a Parigi o a Nizza o a Istanbul, aeroporto in cui eravamo di passaggio nel volo intercontinentale. Invece no. Tutto è andato bene e sono tornata normalmente al lavoro, anzi ho anche finito di montare il secondo filmino delle vacanze in Islanda con in sottofondo la musica dei Sigur Rós. Si tratta precisamente delle vacanze di un anno fa.

Sennò bello, Malesia e Singapore, ve lo consiglio.

***

Proprio perché eravamo a Singapore due giorni e abbiamo seguito le dritte della Lonely Planet, ci siamo ritrovate in un quartiere pseudo hipster dove però di pomeriggio molti posti erano chiusi e siamo andate in una libreria che si chiamava Books Actually. Qui c’erano molti libri deliziosi e un gatto prevalentemente bianco, magro e con gli occhi grandi.

(Questo. Dice su Instagram che si chiama Cake.)

Volevamo assolutamente comprare un libro che ci facesse capire qualcosa di più su Singapore e allo stesso tempo avesse una copertina bella, e alla fine abbiamo preso Balik Kampung 3C: Central Corridor, una raccolta di racconti curata da Verena Tay, che fa parte di un progetto più grande: una serie di libri che raccontano i diversi quartieri di Singapore attraverso gli occhi di autori che ci hanno vissuto. Un filo conduttore sotteso a molti di questi racconti è la malinconia. In parallelo, però, spicca una tematica che è inevitabilmente al centro della vita della città / isola: l’intreccio non sempre riuscito tra culture, la convivenza portata avanti mantenendo le distanze, la questione sempre aperta dell’identità. Se state preparando un viaggio a Singapore, leggetevi una di queste raccolte di racconti. Quella con la copertina che preferite.

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Infine, visto che quest’estate è stata anche caratterizzata dall’uscita della stagione 7 della serie TV più seguita al mondo (credo, o forse è solo la percezione che ho io da dentro la mia filter bubble), non posso non terminare con «my two cents» su Game of Thrones (serie che, come gli aficionados di questo blog forse ricorderanno, in realtà ho iniziato a seguire recuperandone tutte le puntate nel 2015). Innanzitutto, posso dirlo, al diavolo il binge-watching: vederla tutti insieme con le puntate che uscivano a cadenza regolare è stato bello. È stata bella anche l’ansia degli spoiler, perché, in un certo senso, faceva parte del gioco e della ragione per cui alle serie ci si appassiona da sempre, cioè (nei miei ricordi) da quando se il giorno dopo la puntata di Dawson’s Creek arrivavi a scuola senza averla vista, non potevi parlarne con gli altri ed eri out. Poi, mi è sembrato che un po’ tutti abbiano sentito l’urgenza di rimarcare come HBO, forte della distanza guadagnata sui libri, mai completati, avesse fatto scadere la serie in un’accozzaglia di poveracciate scontate e figlie dei desideri dei fan sui forum. I miei due cent saranno un po’ controcorrente rispetto a questo pensiero: a me la stagione è piaciuta proprio perché succedevano sempre cose, le storyline principali hanno preso la piega (buonista e banale) che speravo ed alcune scene ricche di azione e fantasy hanno avuto su di me un effetto wow. Che poi quando uno si mette a vedere la TV la sera a casa, non è che deve fare una roba cerebrale per forza. Insomma, ci può anche stare. Viva Game of Thrones, quindi.

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Per finire, una gif.

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Stay Tuned

18.

L’abbronzatura le rendeva ancora più evidenti. Correvano sotto le braccia, dove i bicipiti non si erano mai trasformati in muscoli. Quelle strisce bianche che gli ricordavano gli sguardi schifati delle ragazze, puntati sul cuscinetto di grasso sopra la cintura, i pettorali flaccidi, le braccia molli. In quei giorni di fronte lucida e capelli perennemente bagnati, le macchie di sudore sulla polo, in corrispondenza delle pieghe del suo corpo, l’avevano guardato impietose dallo specchio e l’avevano obbligato a prendere la decisione che gli avrebbe cambiato la vita. Era il primo giorno di vacanze dopo la fine della scuola.
Nessuno l’aveva riconosciuto quando era tornato a scuola a settembre; per tre mesi si era negato ai suoi pochi amici e dopo un’estate di esercizi e di digiuni persino loro avevano stentato a riconoscerlo. Per non far preoccupare sua madre aveva usato la scusa del caldo: «Mi fa passare la fame».
Il corpo di Andrea si era asciugato, il torace ballava in una polo troppo grande, le cosce non si toccavano più tra di loro. Le braccia erano le prime a mostrare i segni di quell’estate di resistenza e reclusione, esibendo smagliature bianche che, sfilata la maglia, si sarebbero potute ritrovare sotto l’ombelico e sui fianchi. Portare i segni di come era evaso dal suo vecchio corpo era per Andrea motivo di orgoglio. Ma scoprirsi carino e iniziare ad accorgersi che le ragazze lo trovassero tale gli aveva aperto un mondo troppo grande per non essere esplorato. Il quarto anno di liceo gli era passato attraverso con una leggerezza che non aveva mai conosciuto negli anni passati, e ora fissava immobile i risultati appesi fuori dalla scuola, le scarpe da tennis incollate all’asfalto bollente.

. . .

Caterina si dondolava sul gonfiabile a forma di fenicottero che galleggiava al centro della piscina. Con i capelli castani tirati su, gli occhiali sulla fronte e avvolta da più strati di crema solare, interpretava a suo modo l’evasione dall’afa di una pianura che d’estate diventava gialla e asfissiante. Ad interrompere il suo galleggiare, solo il fastidio che aveva provato nel sentire il rumore di una bicicletta appoggiata al cancello dell’ingresso, e della porta a vetri che si era aperta per lasciar affacciare sua madre che le diceva «C’è Andrea per te».
Lui era apparso così, la fronte sudata e i capelli appiccicosi. Lei, sbattendo i piedi nell’acqua aveva condotto il gonfiabile a bordo piscina ed era scesa senza bagnarsi, si era infilata un paio di shorts color menta, e un po’ si era ritratta quando lui le aveva posato una mano umida di sudore su un fianco per salutarla. Andrea aveva la testa bassa e lei, senza intonazione, gli aveva detto «Vuoi qualcosa».
Mentre la tartaruga che viveva nel giardino scavava dietro a una pianta per poi fermarsi a guardarli immobile, Caterina aveva finto che la bocciatura di Andrea non fosse importante, gli aveva offerto una limonata ghiacciata ma si era poi sottratta dall’abbraccio di lui perché «Fa troppo caldo».
Fingendo di passare sopra quello che per lei era a tutti gli effetti un fallimento, aveva trascinato una sdraio all’ombra per lui, muovendosi con passi rapidi, quasi in punta di piedi, sulle piastrelle di cotto roventi. Andrea era il suo primo ragazzo, e lei si ricordava come era prima – il ragazzo grasso, che tutte prendevano in giro – ma questo non aveva avuto importanza nel momento in cui lui si era mostrato l’unico capace di passare sopra al tempo che lei dedicava in maniera quasi marziale allo studio e all’obbligo di sottoporsi fin da subito agli interrogatori dei suoi genitori. Lui si era tolto la maglietta e si era addormentato all’ombra, declinando la proposta di farsi prima un bagno in piscina – «Non ho il costume» – mentre Caterina, la pelle che sapeva di crema solare, era salita in camera, con la scusa di andare a prendere un libro.
Ma una volta di sopra, mentre un fascio di luce sottile ma insistente filtrava dalle tende che pendevano immobili nell’afa, Caterina non aveva resistito alla sua più grande tentazione. Anziché recuperare dallo scaffale una delle letture estive assegnate dai professori, aveva estratto dal fondo di un cassetto il diario di Emma, la sua lettura preferita di quell’inizio estate, e si era lasciata andare a pancia in giù sul letto, i polpacci striati da quell’unico fascio di luce. Emma scriveva raffiche di parole, schiaffi alla reputazione della maggior parte delle persone in orbita intorno alle loro vite di liceali. In perenne lite con la madre, aveva confidato il proprio diario all’amica per paura che i genitori, trovandolo, lo leggessero. «Ti direi di non leggerlo, ma so che lo farai».
Impossibile da rifiutare come un frutto fresco dopo una giornata trascorsa su una spiaggia assolata, quel quaderno arancione che Emma chiamava diario aveva aperto a Caterina gli abissi dell’amica fino al punto di non ritorno: quello in cui non sarebbe più riuscita a considerarla tale. Arrivata ad uno dei numerosi passaggi in cui Emma raccontava di come si sentiva in presenza di un ragazzo la cui identità restava misteriosa, Caterina aveva forzato sui bordi del quaderno con i polpastrelli umidi di crema, costringendolo a stare aperto mentre la sua mano destra si infilava sotto la pancia a tormentare il bottone dei pantaloncini color menta.

. . .

Emma era sdraiata nel prato, la testa appoggiata sulla borsa di tela ripiegata e i folti capelli rossi sparsi tutt’intorno. Contava i giorni che mancavano alla partenza, l’anno in America l’avrebbe salvata dalla sua famiglia e da quella pianura troppo banale persino per essere sulle carte geografiche. Non era dispiaciuta per ciò che avrebbe lasciato alle proprie spalle, in fondo nulla le importava davvero. Si sentiva solo un po’ in colpa solo per non aver detto nulla a Caterina; l’amica l’avrebbe scoperto leggendo fino in fondo il diario che le aveva lasciato.

Emma leggeva il libro che Alberto le aveva prestato, spostandosi verso il grande albero man mano che il sole avanzava. La sua pelle tempestata di lentiggini non le permetteva di restare troppo a lungo sdraiata al sole. Il primo messaggio di Alberto aveva interrotto la sua lettura, ma Emma aveva atteso deliberatamente un secondo, e poi un terzo messaggio, prima di rispondere, circa un’ora dopo. A diciotto anni appena compiuti, Emma sapeva di essere un pianeta intorno a cui tutti giravano come satelliti disperati. Le era bastato mettere a punto alcuni dettagli: il modo di toccarsi i capelli, la cadenza nel parlare, l’andatura, la scelta di vestiti che lasciassero scoperti i punti giusti. Pensava che nessuno, in fondo, fosse alla sua altezza, ma forse con Alberto era diverso.
Si annoiava, quindi aveva deciso di raggiungerlo a casa di lui, che le aveva aperto a torso nudo, dicendo «Scusa, è che fa molto caldo. Non pensavo fossi tu». Lei si era seduta sul divano, lasciando cadere i sandali per terra e rannicchiandosi tra i cuscini, mentre lui tirava fuori dal frigo due birre ghiacciate. Lei aveva iniziato a parlare del libro, per sembrare più grande e per darsi un tono, lui la sentiva parlare ma non la ascoltava veramente, perso nel disegno formato dalle ossa delle sue clavicole, dalle lentiggini che le screziavano le spalle, dalla pelle liscia di quel viso imperfetto. Era sollevato dal fatto che ormai lei avesse compiuto diciotto anni, e gli occhi gli si stavano annebbiando al punto da non riuscire più a controllarsi. Così, alla prima pausa, senza fare domande si era sporto in avanti per baciarla.

. . .

Quando Andrea si era svegliato, Caterina l’aveva congedato rapidamente, dicendo che aveva da fare, che avrebbe visto Emma a fine giornata. Non erano tornati a parlare della bocciatura, ma Andrea aveva capito che il giudizio di Caterina nei suoi confronti era ormai compromesso, come se la ragazza avesse visto nel suo primo fallimento scolastico l’ombra di un’incapacità di riuscire che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Aveva tentato di salutarla con un bacio che lei prontamente aveva rifiutato offrendogli la guancia, ed era poi scappato via in bici, gli auricolari nelle orecchie, la vista appannata dalla cortina di umidità che il caldo e il sudore stavano creando sulle lenti degli occhiali da sole. Era già diretto a tutta velocità verso il canale, mentre la macchia di sudore si allargava sulla sua schiena, sotto lo zainetto, e Caterina si tuffava nella piscina e, tornata di slancio fuori dall’acqua, cercava di scrollarsi di dosso un capitolo che ormai nella sua testa sentiva concluso.

. . .

Alberto si era pentito subito. L’aveva capito dal modo in cui Emma si era ritratta e, infilandosi in fretta i sandali, si era diretta verso la porta con lo sguardo dimesso e implorante da animaletto ferito. Lui si era scusato, accennando un passo per avvicinarsi, scusarsi, rincuorarla, ma urtando il tavolino aveva fatto cadere una birra, e mentre la bottiglia rotolava per terra spruzzandogli i piedi con la schiuma, Emma si era chiusa la porta alle spalle, uscendo di slancio. Affacciatosi alla finestra, l’aveva vista allontanarsi a passo svelto, il braccio destro avvolto intorno al torace come ad abbracciare sé stessa, il sinistro che già portava il cellulare all’orecchio.

Aveva deciso di uscire a fare un giro in macchina; aria condizionata, musica a tutto volume e un po’ di velocità, per allontanare i pensieri. Si era accomodato sul sedile con i boxer, una maglietta bianca e un paio di scarpe da tennis consumate. Non aveva in programma di incontrare nessuno, d’altra parte nessuno avrebbe capito il modo in cui pensava di essere ormai al sicuro, con l’arrivo dell’estate e la partenza imminente di Emma. Consapevole del fatto che l’età di lei avrebbe potuto essere un problema, si era sentito sollevato all’idea che lei avesse compiuto diciott’anni, ma aveva sottovalutato la capacità di Emma di apparire molto più sfrontata di quello che in realtà quel pomeriggio gli aveva rivelato. Stava pensando al libro che lei aveva abbandonato sul tavolino accanto all’altra bottiglia di birra, quella che era rimasta in piedi. Aveva guardato un momento il cruscotto per cambiare canzone, ed era così che aveva finito per investirlo.

Andrea non si era accorto dell’auto in arrivo sulla strada perpendicolare al canale. La musica aveva coperto tutto, e ad un certo punto aveva solo pensato che un tornado l’avesse fatto volare via. Gli auricolari si erano staccati dalle orecchie, c’era stato un rumore forte, e ora era per terra, dolorante. Non sentiva più la gamba sinistra. Strozzando in gola un urlo di dolore, i palmi delle mani piantati sulla strada che sembrava sul punto di fondersi, si era girato verso la macchina che l’aveva investito, da cui era sceso un uomo coi boxer che si era tirato su gli occhiali da sole sulla fronte. Gli occhiali di Andrea erano volati un metro e mezzo più lontano, e stringendo le palpebre per mettere a fuoco quell’uomo tra le gocce di sudore e i giochi di luce della calura, con un sussulto l’aveva riconosciuto: «Professore».

Questo racconto fa parte di C A L D O, una raccolta pubblicata da Finzioni Magazine nel luglio 2017. Oltre al mio, contiene racconti di Francesca Modena, Silvia Pelizzari, Andrea Meregalli, Giulia Muscatelli, Antonella Airoldi, Michela Capra, Federico Tamburini. Potete scaricarla gratuitamente qui.

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