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#2 Litigare con Jonathan Coe, riconciliarsi con Jonathan Coe

Il primo libro di Jonathan Coe che ho letto, La Casa del Sonno, mi aveva stregata. L’ho ricevuto in regalo da un amico che avevo ospitato a Londra e l’ho letto proprio nel periodo in cui sapevo che presto avrei lasciato la città. Mi ha lasciato, quindi, una sorta di nostalgia del Regno Unito prima ancora di essermene andata. E, con essa, la sensazione che con questo romanzo Coe avesse tirato un colpo di biliardo al triangolo di palline posato al centro del tavolo; talmente perfetto da dover poi soltanto stare a guardare mentre piano piano tutte le palline andavano in buca. Ricordo di averlo letto a settembre 2012, un po’ sulla Victoria Line un po’ nei giardini della Tate a Pimlico. E di aver pensato che Coe sarebbe diventato uno dei miei scrittori preferiti.

Eppure ci ho messo più di un anno per leggere un altro suo romanzo, trovato per caso in biblioteca, Donna per caso, o forse il titolo suona ancora più bello in inglese: Accidental Woman. Ne ho parlato qui, nell’ottobre 2013, consapevole che fosse un romanzo d’esordio, e a cui quindi potevo perdonare alcune cose, come certi margini non perfettamente definiti, mentre la vita della protagonista scorreva senza infamia e senza lode e il narratore assumeva in modo forse eccessivo quel ruolo di osservatore esterno che non manca di puntellare la storia con osservazioni ironiche e saccenti. Promosso, però.

E poche settimane dopo, nel novembre 2013, mi sono lasciata tentare da Expo ’58, che allora era il romanzo più recente di Coe e che ricordo di aver letto su un Eurostar. Ma questo libro mi ha deluso, come ho scritto anche qui, in parte perché l’avevo trovato troppo banale rispetto a La Casa del Sonno, in parte perché mi erano mancate troppo le tipiche atmosfere british di Coe (è ambientato a Bruxelles).

È stato così che ho iniziato ad abbandonare questo autore, per poi iniziare La Famiglia Winshaw una prima volta a febbraio 2015, lasciarlo a metà, e poi riprenderlo in mano solo molto tempo dopo, nel dicembre 2016. Il motivo per cui avevo iniziato La Famiglia Winshaw è molto semplice: normalmente adoro le saghe familiari, quindi per me questo romanzo prometteva bene. Ma era troppo lento, con troppe sovrapposizioni e storie parallele che intralciavano quello che a me interessava veramente: lo scavare nel passato dei rampolli Winshaw. Lasciato (neanche) a metà una prima volta, mi sono convinta a riprendere in mano questo romanzo perché volevo leggere Numero 11, che è uscito nella primavera del 2016 e che contiene appunto accenni a La Famiglia Winshaw (ma non è un sequel, potrebbe essere letto tranquillamente in ogni caso, perdendo solo qualche succulento rimando alle vicende che furono). L’ho finito veramente a fatica, ed è stato il punto più basso della mia passione per Jonathan Coe, reo di avermi tradito con un romanzo pieno di lungaggini, inserti e rimandi storici, stralci di lettere perdute.

Ma veniamo a Numero 11, che non solo è il libro più recente di Coe, ma anche l’ultimo libro che ho letto in assoluto. Sulla copertina ci sono un ragno e un grosso «11», elementi che tornano più volte durante la narrazione, diventandone veri e propri fili conduttori. Per la prima volta dopo tanto tempo, ho avuto di nuovo la sensazione che Coe sia riuscito a rispedire in buca tutte le palline del biliardo, anche se con giri più macchinosi e meno fluidi rispetto a quanto avvenuto con La Casa del Sonno, sicuramente per la decisione di toccare molte tematiche socio-politiche durante il tragitto: la politica di Blair, la ricchezza sfrenata della City londinese, i reality show, l’hate speech sui social. Eppure mi ha convinta, ce l’ha fatta, e mi ha riportato anche un po’ di quella sana malinconia british che con Expo ’58 era mancata e con La Famiglia Winshaw era passata in secondo piano perché ho odiato ogni altra cosa. Numero 11 è stato un libro che ho letto con piacere e che mi ha fatto riconciliare con Coe. E ora mi sento meglio.

Stay Tuned.

#1 Le case uguali

Scorgere foto delle case degli amici su Facebook e Instagram, e bloccare il consueto slide down verso il fondo della timeline per soffermarmi sui dettagli delle immagini e per individuare tutti gli arredi dell’Ikea che presto o tardi nella vita ho incrociato anche io. Lo faccio in maniera automatica anche con le case di AirBnb, e credo lo facciano tutti. Adesso che siamo invecchiati non è più come prima, cioè a sfondo delle nostre foto casalinghe non ci sono più sedie quadri e tappeti palesemente scelti da qualcuno con trent’anni più di noi, ma ci sono – tendenzialmente – arredi scelti da noi, nelle case arredate da noi, oppure arredi scelti da persone che affittano case pensando che il target di affittuario ideale siamo noi.

Noi è quel tipo di persona le cui papille gustative sensibili all’interior design si emozionano per le New York tiles, i tavoloni di legno un po’ grezzi, le sedie stile industrial o «da vecchia scuola elementare» o ancora copie accettabili delle Victoria Ghost. Insomma, tutte quelle scelte di arredamento a cui su Instagram si possano attribuire hashtag destinati a mettere uno accanto all’altro e far sembrare uguali il salone un AirBnb di Amsterdam che ho prenotato due anni fa e un posto che fa il ramen a Boston dove ho mangiato l’inverno scorso.

Tutto questo mi è venuto in mente perché in settimana ho festeggiato l’anniversario della casa in cui vivo da due anni, e che presto diventerà la casa in cui ho vissuto più a lungo dopo casa dei miei in Italia. Io che ero abituata all’idea che una casa fosse quella, punto, per la vita. Che quello che mettevi in cantina quando avevi otto anni ti sarebbe ricapitato in mano durante un momento di raptus di ordine e pulizie (o qualche ricerca compulsiva di chissà quale aggeggio effettuata dieci anni dopo), perché semplicemente, tutto era lì, la tua vita era lì. Il concetto di trasloco inteso come «spostamento di una vita» a quell’epoca non mi apparteneva.

È stato solo dopo che ho iniziato ad entrare nell’ottica degli spazi piccoli e limitati nel tempo, in cui avrei potuto avere poche cose e dovuto buttare tutto quello che non usavo da più di dieci mesi, essere pronta a sbaraccare tutto nel giro di un anno, e soprattutto a mettere i miei vestiti in armadi che non fossero miei e riempire almeno le pareti di robe ritagliate e attaccate con lo scotch per dare un minimo di personalizzazione a scatole provvisorie che poi sarebbero diventate la casa di qualcun altro. Era come se il concetto stesso di casa fosse diventato più sfuggente, meno importante.

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Foto Ikea.com, ma come blog di arredamento e “vita indoor” vi consiglio vivamente thesocialitefamily.com

Poi è arrivata questa casa, la prima con qualche possibilità di essere considerata un po’ più definitiva. E, con essa, l’emozione di poter scegliere come arredarla, che colori darle, quale divano o quali quadri sarebbero stati i protagonisti delle stanze. Ed è bello, se non che poi ti rendi conto che in realtà la tua testa è formattata su un catalogo Ikea o qualcosa di simile, e quindi va a finire che i tuoi amici hanno lo stesso lampadario e le stesse mensole Lack e che la casa del tuo ex collega che lavora a Singapore ha la stessa vetrinetta Fabrikör di casa tua e pure le stesse poltroncine che avevi nella tua casa di Londra nel 2012. E poi capisci che in realtà tutte le case sono uguali e quindi boh, che in realtà non hai una casa solo tua e speciale o che, forse, abiti in una filter bubble delle case, un pattern che ti ospita un po’ dappertutto.

Stay Tuned

 

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Parte delle cose che ho detto sono state scritte meglio su Pagina 99. Ricordo che quando ho letto questo articolo ho pensato «È tutto vero»: Il mondo piatto dell’estetica AirBnb, Pagina 99

Cose che ho scritto e fatto nell’ultimo mesetto mentre non scrivevo sulla Stanza Bianca: un paio di articoli a quattro mani su Rivista Undici, questo pezzo in inglese su Tony Cascarino, e lancio di un travel blog come progetto parallelo, Eat the Road, che potete seguire anche su Facebook e Instagram.

Il tizio che lavorava agli effetti speciali

Questa è sempre una storia che appartiene al lungo e tortuoso periodo che ho passato a Londra, ma la racconto ogni volta che ci sono discussioni sull’annosa diatriba tra l’avere un lavoro vero e l’inseguire i sogni.

Era un sabato fine gennaio (o inizio febbraio) 2012 e nevicava come non mai, probabilmente la neve più neve che io abbia fatto in tempo a vedere nei miei due anni e mezzo a Londra. Incurante di tutto ciò, e soprattutto della probabilità che al ritorno potesse non esserci alcun mezzo di trasporto available, uscii con un’amica per andare al concerto di un altro amico che suonava una band di cui non ricordo il nome e che faceva musica rock-folk. Suonavano in un posto penso a Shoreditch che ho cercato di ritrovare attraverso una mappa dei graffiti di Bansky, perché mi ricordo che proprio davanti c’era appunto un graffito di Bansky, forse uno dei suoi tipici ratti, ma non so; fatto sta che non sono riuscita a ricordarmi il graffito e, di conseguenza, non ho trovato il pub.

Questo è solo il contesto, e se volessi dettagliarlo un po’ di più potrei anche dire che la mia amica era di Roma e non era molto avvezza alla neve e quindi le avevo fatto un video in cui camminava trascinando i piedi in questi cinque centimetri buoni, un po’ imprecando, un po’ ridendo.

Al concerto, dato che il mio amico stava suonando, ci siamo messe a parlare con altri suoi amici che non avevamo mai visto prima, le solite cose da Italians in London, cosa fai, in che zona vivi, di dove sei in Italia. Mentre io raccontavo come al solito che lavoravo in quella che continueremo a chiamare la mia banca, un tizio di cui nemmeno ricordo il nome mi disse che lui lavorava in una piccola società che faceva gli effetti speciali dei film. Mi disse, in particolare, che in quel periodo stava lavorando sul film di Tim Burton che sarebbe uscito di lì a poco, ma che non poteva dirmi di più per il segreto professionale (era Dark Shadows).

Rimasi molto colpita dal fatto che questo ragazzo di cui non ricordo il nome facesse un lavoro così figo, ma soprattutto dal fatto che facesse esattamente il lavoro che aveva sempre sognato di fare.

«E come hai fatto a farcela?», gli avevo chiesto. Praticamente mi spiegò che aveva imparato da solo, attraverso corsi online e forum e altre mille cose da nerd, confrontandosi quotidianamente con un sottobosco informatico/creativo da cui aveva attinto per sviluppare conoscenze, esercitarsi, cercare consigli e feedback. Aveva poi inviato CV ad alcune società che gli interessavano (non è che ce ne siano propriamente moltissime), finché questo studio di Piccadilly gli aveva risposto, e le cose erano andate come dovevano andare. In università aveva studiato lingue orientali. «Ma non mi è servito a niente». E, di fatto, aveva studiato quelle robe lì degli effetti speciali di notte, da solo, sacrificando il suo tempo libero.

La morale di questa storia è: se nevica un botto e decidi di stare a casa perché non hai sbatta di uscire, non lamentarti cinque anni dopo se ancora non stai facendo il lavoro della tua vita.

Stay Tuned

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P.S. Penso che il graffito fosse questo, il che vorrebbe dire che il pub era a Fitzrovia e che ora (o anche allora?) si chiama The Lucky Pig.

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Cosa è stata, in verità, Londra

Oggi Facebook mi ha riproposto una foto di quattro anni fa, scattata agli scatoloni che avevo fatto quando ho lasciato Londra.

Non è vero, non ho mai pubblicato una foto di questo tipo, ma soprattutto ho disattivato quella funzione di Facebook che ripropone ricordi non richiesti più o meno ogni dì. Però, è vero che ho lasciato Londra circa quattro anni fa, postando questo video del signor Banks quando mi sono licenziata da quella che chiamerò la mia banca, e questo saluto qui, che accumulava mi piace mentre io ero uscita a salutare per l’ultima volta la centrale di Battersea.

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Il primo gennaio del 2013 mi sono ritrovata a Parigi e poi il tempo ha iniziato a passare in maniera troppo frenetica. Solo recentemente mi è venuta voglia di tornare a fare un giro a Londra «per piacere», e ripensare a quella che di fatto è stata allo stesso tempo l’esperienza più difficile della mia vita da expat e il motivo per cui ho deciso di continuare la mia vita da expat.

Alle feste tra expat a Londra (quasi tutte le feste sono tra expat perché gli inglesi amano vivere nel Surrey et similia e io per esempio di londinese vero ne ho conosciuto solo uno) ci sono sempre due gruppi di persone: quelle che sono appena arrivate e sono entusiaste, e quelle che sono a Londra da un po’ e stanno pensando di andarsene, per tornare a Milano o traslocare in altre città europee a dimensione più umana o, nella versione più estrema, in America o a Singapore. Si può dire che il mio shift dal gruppo degli entusiasti al gruppo di quelli che ne avevano abbastanza di Londra sia avvenuto molto presto, in parte anche perché, pur avendo già più di venticinque anni, ero ancora una fluorescent adolescent con la tendenza ad annoiarsi in fretta, in parte perché trascorrevo molte ore al lavoro e nel tempo libero andavo ai concerti da sola.

Anche tra gli italiani a Londra ci sono sempre due gruppi di persone: quelli che hanno fatto la Bocconi e lavorano in finance o in altri settori o posti dove c’è un dress code «business casual», stipendi belli e ore di lavoro generalmente assurde, e quelli che sono arrivati a Londra per inseguire i loro sogni e lavorare nella musica o in qualsiasi altro campo creativo. Generalmente, i primi hanno appartamenti eleganti, in centro, che però non si godono mai perché lavorano sempre e quando non lavorano dormono o vanno fuori ad ubriacarsi. I secondi vivono fuori dalle zone 1 e 2, in appartamenti condivisi con quattro o cinque persone, e lavorano da Caffé Nero oltre che inseguire i loro sogni. Sempre generalmente, i primi si stufano piuttosto in fretta di Londra, e dopo un po’ iniziano a dire che vogliono trasferirsi in Svizzera. I secondi mantengono un entusiasmo e un amore per la loro vita londinese che gli ho sempre invidiato,  nonostante i rientri lunghissimi con i mezzi pubblici per tornare a nord di Kilburn alle due di notte al sabato sera.

Londra, in un certo senso, è stata una scintilla esplosa in fretta ma anche un sogno che ho lasciato accartocciare su se stesso. Ma è stato anche il posto in cui sono successe tutta una serie di cose carine. Per esempio, ho vinto i biglietti per un concerto dei Placebo il giorno dopo il mio compleanno, e ho fatto entrare degli amici in un club di Chelsea urlando loro «Dite che siete alla festa di Laetitia!». Il buttafuori non voleva farli entrare, perché il club era pieno, e io ero lì alla festa di Laetitia, una ragazza francese che in realtà neanche conoscevo. Al che, il buttafuori mi ha chiesto «Are you Laetitia?», e io ho risposto sì. E lui ha iniziato a scusarsi dicendomi «I’m sorry, love, I know it’s your birthday and it sucks, but the club is full and I can’t let your friends in…», finché io ho fatto una faccia dispiaciuta e il suo collega ha fatto cenno ai miei amici di entrare.

È stato il posto delle spese fugaci da Tesco alle nove di sera, di quando vivevo in una scatola di 17 metri quadrati in un residence universitario a Barbican e ascoltavo moltissimo Vasco Brondi, tant’è vero che avevo iniziato a scrivere un po’ come lui. Era quasi una figata, ma una figata triste, il residence che è ancora indicato come mio indirizzo sulla carta d’identità che uso tutt’ora e sarà valida fino al 2021, e dove ho visto con mio padre la finale della Coppa del Mondo del 2010.

E quando ho deciso di cambiare casa e dovevo liberarmi della scatola di 17 metri quadrati e avevo messo un annuncio su Gumtree, era arrivato a vederla un ragazzino che di lì a poco avrebbe cominciato uno stage in finance,  ed era il giorno dopo il Royal Wedding e qualcuno aveva vomitato nell’atrio, giù da basso, e io non avevo fatto in tempo a passare l’aspirapolvere nella mia camera, ma nonostante tutto lui mi aveva detto che l’«appartamento» era bellissimo e pulitissimo e che io non avevo idea di cosa fosse la sporcizia di un residence universitario vero.

Allora fumavo, e con la mia amica giapponese che come prima cosa quando ci siamo conosciute mi aveva detto «I’ve been to Concorezzo!» fumavamo come delle scappate di casa le sigarette fatte a mano, prima di andare a prendere per pranzo il sushi e i falafel dispatchati in contenitori plasticosi, pagati un rene, e consumati poi davanti ai doppi schermi dei nostri desk.

Poi era arrivata l’età dell’oro, cioè il momento in cui mi sono trasferita verso Pimlico con un’amica che mi attaccava grossi cartelli con scritto LOL sulla porta della camera e aveva il bel vizio di chiudersi fuori di casa facendo il bucato proprio quando io il weekend ero tornata a Milano. I vicini al piano di sopra erano due pakistani, uno consulente e l’altro medico. Con il primo, tifoso del Manchester, avevo visto Juventus-Chelsea 3-0 con terzo gol di Giovinco («the atomic ant», gli avevo spiegato) e lui che in quell’occasione tifava Juventus. Con il secondo una volta stavo camminando per andare verso la metro e lui si è dovuto fermare a soccorrere una persona accasciatasi a terra per strada, e io per non arrivare tardi al lavoro ho dovuto tirare dritto senza salutarlo.

Abitavo già verso Pimlico quando Amy Winehouse è morta, quando ho deciso di appendere al muro della mia stanza la foto del bacio nella rivolta di Vancouver che in seguito è finita sulla copertina di un album dei Placebo, quando ho dovuto passare il Natale a Londra e per pena una mia collega mi ha prestato un albero di Natale che ho fatto con gli amici che erano venuti a trovarmi. Quando ho fatto volontariato nella scuola ebraica, quando da Le Luci della Centrale Elettrica ho iniziato ad ascoltare gli Amor Fou. Quando è andata a fuoco la lavanderia di fronte a casa (che adesso è una specie di caffetteria fighetta) la domenica notte dopo la mia visita in solitaria alle scogliere di Dover, e quando ho capito che stavolta questa storia di Londra era finita davvero.

Era iniziata vicino a Saint Paul’s e a quel ponte che c’è sulla copertina del Senso di Una Fine, con me che lo percorrevo dopo una serata con i colleghi, tenendo ancora in mano una bottiglia di Corona che ho abbandonato davanti al parco con le targhe in memoria di quelli che sono morti per qualcun altro. È continuata con io che per tutto il tempo che ero là cercavo di trovare il modo più rapido e indolore di ritornare a Milano. Ed è finita che quando finalmente avevo iniziato ad amare Londra, non di quell’entusiasmo incontenibile delle prime settimane, ma di un affetto un po’ pacifico un po’ rassegnato che può durare, mi sono trasferita a Parigi.

È andata avanti due anni e mezzo ma mi sembra siano stati dieci. Prendere quel treno subacqueo sarà sempre un po’ così.

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Stay Tuned

Eva Dorme

evadormeSulla copertina di questo libro c’è una donna bionda che guarda verso le montagne, verso la valle. E io non sapevo niente. L’unica cosa che sapevo del Trentino-Alto Adige era quella faccenda della regione «a statuto speciale» che ci avevano insegnato alle elementari, e sempre alle elementari collezionavo le schede telefoniche e quelle destinate al Trentino avevano le scritte in due lingue, oltre che essere più rare e valere di più. E poi sapevo anche che quasi tutti i nostri sciatori e gli altri atleti di sport invernali sono italiani ma hanno nomi e cognomi tedeschi, e quando vengono intervistati fanno fatica a parlare la nostra lingua. «È strano parlare con te in italiano», ho sentito dire una volta a Carolina Kostner, che parlava a Isolde Kostner durante un programma sportivo in cui Carolina era intervistata dopo una gara e Isolde era ospite in studio. Carolina e Isolde Kostner sono di Bolzano, che si trova in Alto Adige – Südtirol, e questo libro vi spiegherà qual è la differenza, chi chiama questa regione Alto Adige, chi la chiama Südtirol e perché con il tempo si è mescolato tutto.

E vi spiegherà anche tante altre cose sui Sudtirolesi/Altoatesini, le loro battaglie, le loro pene, la loro identità, concedendosi pochissime licenze rispetto alla storia, il tutto attraverso una saga familiare che vede il suo principio agli inizi del XX secolo e, passando attraverso tre generazioni, arriva fino a Eva, che adesso ha quarant’anni ed è stanca di sentirsi chiedere «Ti senti più italiana o più tedesca?»

La chiave di tutto è Gerda, la madre di Eva, vero personaggio centrale del romanzo, se non altro perché è la più presente, dall’inizio alla fine. E poi è bellissima, è una ragazza madre in un momento storico in cui essere una ragazza madre non era proprio il massimo, e riesce, inspiegabilmente, a resistere ad ogni tipo di difficoltà. A tratti, si ha la percezione che la resistenza di Gerda abbia reso Eva ancora più impermeabile, dal momento che alcune delle scelte della figlia sembrano voler evitare in anticipo alcune sofferenze che sono capitate alla madre. Ed è mentre Eva viaggia verso Sud per riallacciare un ponte con il passato, che al lettore viene narrata la storia di una famiglia che, come tutte, è piena di personaggi dai contorni ben definiti, le cui scelte e comportamenti individuali sono dettati anche dal contesto storico in cui capita loro di vivere.

Le saghe familiari sono il mio tipo di romanzo preferito, quindi Eva Dorme partiva avvantaggiato. Però, sono l’ambientazione e l’inserimento nel contesto storico a rendere questo libro speciale.

Stay Tuned

La questione più che altro

Da quando ho cambiato lavoro passo più tempo in treno, il che non mi dispiace perché ho molto più tempo per leggere, e sto riuscendo a recuperare tutti i romanzi che erano nella mia lista di cose da leggere da mesi.

cover-la-questioneCirca un anno dopo averlo acquistato, sono finalmente riuscita a leggere La questione più che altro di Ginevra Lamberti, edizioni Nottetempo. Di questo libro mi avevano colpito molto già le prime recensioni (tra cui quelle dei miei amici il Sesta e Nellie che hanno parlato bene di questo libro, rispettivamente qui e qui), perché avevo capito che parlava di qualcosa di molto, molto vicino a me e alla mia generazione. La lettura ha confermato queste impressioni:  il romanzo di Ginevra Lamberti mi ha colpita molto perché parla di noi.

Protagonista, al di là della storia, è la mia generazione, quella degli attuali trentenni (o millennials, se preferite), dello stanco trascinarsi per finire l’università per poi non sapere comunque cosa fare, trovare lavori non solo precari ma anche brutti, trasferirsi in città e vivere in case piccole in città grandi, con coinquilini improbabili. Forse non si tratta (più) della fase attuale delle nostre vite, ma sono situazioni che molti di noi hanno vissuto e vivono ancora.

La protagonista del romanzo, Gaia, col suo racconto un po’ disilluso un po’ ironico, parla di call center in cui si incitano gli impiegati con finte competizioni e slogan motivazionali, di caffé mattutini consumati nei centri commerciali, e di luoghi in teoria bellissimi, come piazza San Marco a Venezia, diventati solo vetrine acchiappa-turisti. Anche la famiglia non è più vista come un luogo in cui sentirsi sicuri e coccolati, ma diventa anche la fonte di pensieri tristi e preoccupazioni.

L’ambientazione del romanzo è un personaggio a parte: il posto che la protagonista (tante volte durante la lettura mi è capitato di sovrapporla all’autrice) chiama «la valle dove vivo» è in Veneto, e questo luogo «permeato dalla morte civile, ma esteticamente pregevole» a me ricorda tanto la Brianza che, come sanno quelli che leggevano già questo blog dieci anni fa, è stato lo scenario un po’ nebbioso e un po’ rock’n’roll della mia adolescenza e degli anni dell’università. L’atmosfera da luogo tranquillo e un po’ catatonico e l’avanti e indietro dall’università mi hanno riportata indietro, facendomi venire in mente anche i personaggi di Vasco Brondi (che ad un certo punto della mia vita ascoltavo spesso): perduti nella nebbia, spettri della desolazione dei trentenni anni ’10. La valle dove vive Gaia è quindi una culla che, da rassicurante, diventa un po’ stantia e un po’ tossica, mentre lei muove i primi passi verso un futuro che non sembra avere molto di roseo.

E poi grazie a questo libro, ho scoperto finalmente una cosa molto importante.

Quindi grazie Ginevra Lamberti per averci ritratti in maniera un po’ impietosa ma così vera, nel passaggio strascicato tra quella che è la fine degli studi e l’inizio di un lavoro che non è mai quello che si sognava, per aver raccontato con mestizia la fine di un paio di gatti domestici, e per avermi finalmente insegnato «il termine tecnico per designare la R di Manuel Agnelli».

Stay Tuned

Libri Primavera / Estate (Parte II)

Tra poco è Halloween e, una volta sparite le zucche, nelle vetrine inizieranno ad apparire i gadget natalizi (alcuni, a dire il vero, già li ho visti). Nel frattempo ci ho messo solo un mese per pubblicare la seconda puntata di questo articolo, e quindi, a ottobre inoltrato, posso parlarvi dei libri che ho letto quest’estate. Ma ce l’ho fatta prima del passaggio all’orario solare, quindi sono ancora in tempo.

Parte II – Estate

OITNB BookOrange is the New Black: My year in a women’s prison, Piper Kerman, Spiegel & Brau. Ho acquistato questo libro in un Urban Outfitters a New York, nell’inverno 2015, ovvero in un momento in cui Orange is The New Black era uno dei telefilm che amavo di più in assoluto. Avevo visto solo la prima e la seconda stagione e, dopo aver visto la terza e la quarta, forse non è più molto vero. Comunque, se i telefilm, come è logico che sia, con il passare delle stagioni si usurano, resta il fatto che ho deciso di leggere le memorie dell’anno di reclusione di Piper Kerman perché ho adorato il telefilm che ne è stato tratto (ma che poi ha sviluppato la propria trama in maniera molto libera e indipendente). Non bisogna aspettarsi, però, di trovare nel libro lo stesso elemento di humor che caratterizza il telefilm. Il memoir della Kerman è il racconto della vita in carcere vissuto dal punto di vista di una detenuta “inusuale”, ex brava ragazza wasp che commette un errore e lo paga caro. Oltre al racconto della routine della prigione, con le sue difficoltà, le sue ingiustizie, la solitudine, ci si ferma spesso a riflettere sull’uscita dal carcere (molto più frequentemente rispetto a quanto accade nel telefilm, dove è ovvio che non si possa “far uscire” i personaggi con frequenza). Questo momento è presentato come un’ulteriore difficoltà, oltre che come un traguardo da raggiungere: reintegrarsi nella società non è semplice, specialmente per le detenute che non hanno un posto dove andare e a cui la famiglia ha voltato le spalle. L’aver visto prima il telefilm mi ha forse “rovinato” la lettura, ma penso che, in generale, la serie di Netflix ispirata a questo memoir resti nel suo genere un prodotto molto più brillante rispetto al libro.

murgiaAcabadora, Michela Murgia, Einaudi. Questo libro l’ho ricevuto in regalo da un amico; era il primo libro di Michela Murgia che leggevo, e sicuramente non sarà l’ultimo. Una prima cosa colpisce subito: la Sardegna. L’atmosfera sarda è una costante nel romanzo, avvolge il lettore, che si ritrova catapultato in una realtà atemporale: Soreni, il luogo della narrazione, è intrappolata in un passato che appare costantemente attuale. I protagonisti sembrano parte di un mondo non avvezzo al progresso: gli abiti, la cura dei campi, la terra brulla, tutto sembra richiamare il passato, portarci indietro di qualche decennio, ancora più indietro degli anni cinquanta in cui la storia è realmente ambientata, anche se quel tempo potrebbe essere ieri, oggi, sempre. Infatti ci rendiamo conto che il passato è ancora qui, perché il tema principale del romanzo, l’eutanasia, è ancora parte del dibattito attuale, almeno in Italia. L’autrice lo tratta in maniera delicata ed empatica, attraverso gli occhi della protagonista, la giovane Maria, impegnata a svolgere la matassa del mistero legato all’attività notturna della madre adottiva, la vedova benestante Bonaria Urrai, che ufficialmente è la sarta del paese, si veste sempre di nero, e a volte, quando si fa buio, scompare in segreto. A Maria servirà del tempo, per arrivare a giustificare i silenzi della Urrai.

estasi-culinarieEstasi Culinarie, Muriel Barbery, e/o Edizioni. Questo libro l’ho trovato ad un mercatino dell’usato, lo stesso giorno in cui ho comprato una macchina da scrivere. Mi sono ricordata de L’Eleganza del Riccio e l’ho acquistato sulla fiducia, per scoprire una storia ambientata nello stesso quartiere altolocato di Parigi, dove alla portinaia Renée e al clochard Gégène, personaggi ripresi ne L’Eleganza del Riccio, viene riservato un cameo. Estasi Culinarie è il romanzo d’esordio della Barbery, uscito in realtà sei anni prima rispetto al suo più celebre best seller. È la storia di un critico culinario sgarbato e pieno di sé che, sul letto di morte, cerca di ritrovare «Il Sapore» che gli ha cambiato la vita. In questo scenario, che mi ha ricordato un po’ anche Ratatouille, si alternano monologhi del protagonista, che indaga i propri ricordi, tra aneddoti del passato e degustazioni, e pensieri a ruota libera dei personaggi che con lui hanno condiviso alcuni momenti o una vita intera: la moglie, figli e nipoti, l’allievo prediletto, persino il gatto e, come si è detto, la portinaia ed il barbone che spesso lo incrociavano mentre rientrava a casa. Si tratta di un romanzo leggero, dal finale forse un po’ prevedibile, ma sicuramente piacevole. Unico inconveniente (se si vuole vederlo come tale): fa venire fame!

untitledChanson d’ailleur, Kim Ae-Ran, Decrescenzo. È un libro di racconti, che ho acquistato al Salone del Libro di Parigi, dove nel 2016 il Paese Ospite era la Corea. Le storie di Chanson d’ailleurs sono delicati racconti inseriti in un contesto che, personalmente, non posso dire di conoscere: l’Asia è lontana, Giappone e Cina esportano molti più prodotti culturali nel mondo occidentale e non ho mai visitato la Corea. Gli unici due Coreani che ho conosciuto nella mia vita sono stati una mia compagna di calcio e un tizio che abitava nel micro appartamento accanto al mio a Londra (ma aveva traslocato quasi subito). I protagonisti dei racconti di Kim Ae-Ran hanno tutti un tratto in comune: sono anime infelici e sospese: un tassista che ha troppo tempo per riflettere, una donna delle pulizie che lavora in un aeroporto e vede passare gente di ogni tipo, due amiche con l’ossessione per la manicure ed un viaggio in Thailandia un po’ sfortunato. I personaggi sono puntini dispersi, la linea che li congiunge è il senso di incompletezza che li pervade, un mix di solitudine, nostalgia e disillusione, mentre la fiamma di un affetto o di un obiettivo splende fievole davanti a loro, destinata a scomparire un attimo dopo.

In estate ho letto anche un bel po’ di gialli, ma quelli sono guilty pleasures e, forse, ne parleremo un’altra volta.

Stay Tuned