Libri Primavera / Estate (Parte I)

Non sono allineata con il mondo della moda e non mi sto preparando a lanciare trend per l’anno prossimo, in questo momento in cui è ancora agosto ma in realtà è già settembre e tutti ci stiamo nuovamente rendendo conto di come l’estate, da quando lavoriamo, sia troppo corta rispetto a quando eravamo al liceo. Tre mesi senza obblighi e senza vedere nessuno, nemmeno attraverso internet: ma quanto era bello? Gli adolescenti di oggi, quel vuoto cosmico non l’avranno più.

Negli ultimi mesi ho scritto altrove, di libri su Finzioni, di calcio su Undici, Unusual Efforts e Ateralbus, ma ho pure letto qualche libro meritevole. Ecco qua.

Parte I – Primavera 

Disrupted_My_Misadventure_in_the_Start-Up_Bubble_2016_Book_CoverDisrupted! My Disadventure in the Start-up Bubble, Dan Lyons, Hachette. L’autore di Disrupted! è un ex redattore di Newsweek, dove teneva una rubrica ironica sul mondo della tecnologia. In questo libro, racconta senza mezze misure la propria esperienza nel dipartimento Marketing di HubSpot, startup della Silicon Valley. Lyons ha più cinquant’anni quando entra a far parte del mondo dei techies, degli unicorns, e dei manager twenty-something che arrivano in ufficio in skateboard. Inutile dire che si sente un pesce fuor d’acqua, un po’ per l’età un po’ per il sistema di “valori” tipico delle startup, e in Disrupted! ha parole taglienti per tutti, dalle colleghe descritte come mean girls agli eventi organizzati gigante del software Salesforce, ai millennials per che sono «pronti a rinunciare a un salario più alto perché pensano che avere un distributore di caramelle in ufficio sia cool». Sicuramente, questa lettura fa cambiare percezione sul mondo delle startup, presentando HubSpot come una realtà disorganizzata, in cui nessuno sa cosa fare e i manager non hanno in mente una direttiva di business chiara, e la Silicon Valley come un mondo di squali, invaso da speculatori finanziari che però, a differenza di ciò che avviene a Wall Street, vogliono presentarsi come imprenditori che hanno come obiettivo quello di portare avanti progetti destinati a “rendere il mondo un posto migliore”. Ho deciso di leggere questo libro perché spesso ci viene propinato il mito della Silicon Valley, facendoci pensare che le startup siano il migliore degli outcome di carriera possibili, un vero mix di coolness, potere e possibilità di fare i soldi con “un’idea carina”. Lyons smonta tutto, svelando meccanismi ancor più crudeli di quelli messi in atto dalle grosse corporate e mettendo alla berlina i colleghi di HubSpot e tutti gli attori del mondo della Silicon Valley. La prima parte del libro (che non sarebbe corretto chiamare romanzo, perché racconta una storia vera, mascherando solo i nomi, ma solo in alcuni casi) risulta coinvolgente e divertente, si ha l’impressione che si squarci un velo destinato a farci scoprire gli aspetti oscuri di un mondo che la mia generazione normalmente idealizza. Ad un certo punto, però, subentra la razionalità, insieme alle considerazioni sull’ego dell’autore e sul suo punto di vista univoco e inflessibile, tant’è che sul finale si arriva a mal sopportarlo. Resta comunque una lettura interessante, anche dal momento che Lyons è un riferimento per quanto riguarda la satira sul mondo Tech e le parodie witty: per anni è stato autore del blog parodia Fake Steve Jobs e, chicca per gli appassionati delle serie TV, è stato anche coautore di un episodio di Silicon Valley.

il-grande-animale-d475Il Grande Animale, Gabriele Di Fronzo, Nottetempo. Probabilmente in molti avete già sentito parlare di questo libro, magari grazie a questo articolo di Studio. Il protagonista de Il Grande Animale è un tassodermista molto dedito al lavoro, che narra nei minimi particolari le “operazioni” svolte sugli animali, come se ogni volta si trattasse di un rituale, una cerimonia. Il vero protagonista di questo romanzo, però, è il concetto di vuoto. Nella descrizione dei “lavori” del tassodermista si esplorano i concetti di vuoto e morte che gli strisciano accanto, non solo per l’attività che si trova a svolgere nel quotidiano, ma anche perché, nel frattempo, si ritrova a dover accudire il padre malato. Ciò che colpisce di questo libro è senz’altro il modo insolito di arrivare a trattare un interrogativo esistenziale abbastanza comune, ribaltando le prospettive sul vuoto e sulla morte. Leggendo, io ho avuto l’impressione che la storia mi venisse raccontata direttamente dal narratore. A bassa voce, facendo scorrere le parole lentamente, davanti a un bicchiere, seduti a un tavolo di legno. Da leggere per esplorare le nuove frontiere della narrativa italiana.

La_Lettre_a_HelgaLa lettre à Helga, Birgisson Bergsveinn, Zulma. Ho acquistato questo libro al Salone del Libro di Parigi perché, proprio nel periodo in cui mi apprestavo a preparare il mio viaggio in Islanda di quest’estate, sono capitata davanti al banco d’esposizione di Zulma, una casa editrice che pubblica voci da tutto il mondo e che propone copertine fichissime. La storia è quella di Bjarni, un pastore islandese che, ormai anziano, scrive una lettera all’amante di una vita, l’unica donna in grado di scaldarlo e generare in lui emozioni forti. Il lungo monologo del protagonista esplora, oltre alla passione per Helga, la semplice realtà che lo circonda: l’allevamento di montoni, le pesche in solitaria, i lunghi inverni. Il romanzo è del 2013 e ad oggi non mi risulta che sia stato tradotto in italiano (in inglese sì, però, e si intitola Reply to a letter from Helga). Qualche mese dopo aver letto questo libro, ho visto un film che mi ha fatto pensare alla storia di Bjarni, Rams – storia di due fratelli e otto pecore. Rams non ha la componente “storia d’amore tormentata” propria di La lettre à Helga, ma descrive una realtà simile: un piccolo paese, due anziani fratelli dediti all’allevamento dei montoni, una vita fatta di cose semplici, dove però sopravvivere all’inverno può essere un’impresa. La solitudine, il fatto di poter conoscere solo poche persone nell’arco di un’intera vita, com’è d’inverno quando non riesci neanche a uscire di casa perché è caduta troppa neve: queste cose non riusciremo mai a capirle appieno, sebbene sia facilissimo innamorarsi dei paesaggi islandesi fino ad arrivare a pensare che sarebbe bellissimo vivere in una fattoria sperduta nel verde, poco lontana da una cascata o un fiordo.

 

In Primavera, in realtà, ho letto anche Purity di Franzen, ma quello meriterebbe un articolo a parte. Poi ho letto una serie di libri prima e durante il mio viaggio in Giappone, ma di quelli ho parlato qui.

Stay Tuned

Gli Altri Settentrioni

Sono sempre stata affascinata dal Nord, da paesaggi e abitudini così lontane dalle nostre. Non so cosa mi piacesse, in particolare, dell’idea di Nord che avevo: forse il fatto che la gente fosse più riservata e scostante, forse i colori, forse il freddo, la presenza della neve. Adoravo tutte queste cose, specie prima di andare a vivere in città dove fa molto meno caldo e si vede meno spesso il sole, rispetto all’Italia.  Un affetto recondito e una passione inspiegabile per film e libri scandinavi sono rimasti, per questo ho accolto con interesse l’invito, da parte di un amico, a leggere L’isola pianeta.

L’isola pianeta – E altri settentrioni è un Adelphi pieno di sorprese, racchiude racconti di viaggio di Giorgio Manganelli, con tappe in Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Isole Far Øer, Finlandia. Anche la Germania trova però il suo spazio, con Lubecca e Amburgo.

Quello che c’è di speciale in questo libro è innanzitutto il fatto che a tratti sembri un libro fotografico: il racconto di viaggio sembra essere accompagnato da diapositive. Si descrivono i paesaggi naturali mozzafiato, le città, piccole e grandi, i quartieri «della perdizione» (Christiania, St. Pauli). Ciò che rende il libro veramente speciale è però lo sguardo così attento sui locali, sulle loro abitudini e credenze: è affascinante cercare di capire cosa rende questi popoli così simili e, allo stesso tempo, diversi tra loro. L’analisi delle varie lingue parlate in Scandinavia, in Finlandia, in Islanda e sulle Far Øer è già da sé una sorta di mappa che racchiude significati storici e culturali importantissimi per questi popoli in bilico tra la civiltà e i ghiacci.

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Attraverso questo libro, a tratti, si ha quasi l’impressione di entrare nelle case degli schivi abitanti del Nord, che nella nostra testa immaginiamo un po’ vichinghi, un po’ creature magiche. C’è spazio anche per cercare di capire qualcosa di più delle città del nord Germania, anche se in fondo sentiamo i tedeschi molto più vicini a noi.

Se l’«isola pianeta» è l’Islanda, con la sua natura selvaggia e i paesaggi estremi, ogni realtà del Nord è in realtà descritta da Manganelli come un piccolo mondo eccentrico. Il libro è una via di mezzo tra un diario di viaggio e un saggio, ed è un’ottima lettura per gli appassionati di cultura Nordica e per tutti coloro che siano in procinto di recarsi nel profondo Nord.

Stay Tuned

 

Dave Eggers e l’ossessione moderna: Il Cerchio

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Il Cerchio è un libro per molti versi spaventoso. In questo romanzo, Dave Eggers ci racconta la storia di Mae Holland, una giovane appena assunta dal colosso tecnologico Il Cerchio, azienda immaginaria ispirata non tanto lontanamente a Facebook e Google.

L’ambiente intorno a Mae appare oppressivo fin dall’inizio: l’ufficio è un campus che comprende negozi, palestra, camere per restare a dormire e altre amenità, e gli impiegati (i Circler) sono obbligati a partecipare a diversi eventi serali che dovrebbero essere ricreativi, ma in realtà sono obbligatori. Mae si ritiene privilegiata per essere stata assunta dal Cerchio e pensa che questa sia una grandissima opportunità per la sua crescita personale, per questo tiene a farsi vedere sempre efficiente e a stringere amicizia con gli altri colleghi in ogni possibile occasione. Fin qui, però, tutto è relativamente normale, nel senso che chiunque abbia lavorato per una grande azienda (specie se americana) sa che queste dinamiche sono piuttosto comuni in questo tipo di realtà.

La parte veramente agghiacciante è quella che a poco a poco mette a nudo comportamenti di estrema condivisione di informazioni personali attraverso la tecnologia, secondo i diktat «La Privacy è un Furto» e «I Segreti sono Bugie». Il Cerchio fomenta la continua condivisione e la creazione di rapporti virtuali con le altre persone, attraverso un meccanismo perverso di tag e di flussi di status, link, fotografie. Gli impiegati, oltre che per la performance nei loro compiti lavorativi, sono valutati anche in base alla loro partecipazione attiva sui social network e alla loro capacità di saper influenzare gli acquisti dei loro follower. Sounds familiar? Certo, ricorda quello che viviamo tutti i giorni.

Il problema è ben identificato, fortemente radicato, ma nessuno riesce a sottrarsi: in cambio di servizi effettivamente efficienti e nella maggior parte dei casi gratuiti o comunque economicamente convenienti, diamo in pasto alle multinazionali una serie infinita di dati su di noi, e tutto questo ci rende tutti quanti un po’ meno umani e un po’ più ammasso di bit, con lo scopo ultimo di farci comprare e influenzare i gusti dei nostri contatti. Per creare vetrine che ci fanno sentire unici e al centro dell’attenzione, in realtà diventiamo una griglia di informazioni e preferenze destinate a spostare presto i nostri click dal tasto «like» al tasto «compra».

Eggers si spinge molto, molto più in là di queste riflessioni ormai talmente comuni da diventare scontate, raccontandoci dei progetti futuri del Cerchio e dunque ipotizzando quale potrebbe essere la deriva apocalittico/orwelliana della continua condivisione di informazioni che mettiamo in scena oggi.

Questo libro ha ricevuto molte critiche perché tacciato di faciloneria e imprecisione nei dettagli relativi alle tecnologie all’avanguardia, eppure secondo me dovrebbe essere una lettura fondamentale per capire meglio il nostro tempo, lo sdoppiamento di identità ormai caratteristico di ogni persona mediamente attiva sui social e la necessità di agire con meno leggerezza, riguardo alle tracce di sé che si danno in pasto alla rete, visibili da un audience potenzialmente indefinito e per moltissimi anni a venire.

Stay Tuned.

Due libri che parlano di calcio

Prima e dopo l’estate, ho letto due libri che parlano di calcio, da due punti di vista opposti. Uno è una storia di fantasia, anche se condita da dettagli molti realistici, l’altro è autobiografico. Uno è scritto da una donna, l’altro da un uomo. Uno è ambientato in Italia, paese latino in cui il calcio è religione. L’altro, in Inghilterra, dove la gente stravede per il calcio e dove questo sport è stato terreno fertile per lo svilupparsi di movimenti sociali di ribellione violenta.

Ma andiamo con ordine.

LadomenicaLa domenica lasciami sola, Simonetta Sciandivasci, Baldini & Castoldi. S, la protagonista di questo romanzo, si trova in una situazione simile a quella di molte donzelle dello Stivale: si innamora di un uomo innamorato del calcio a tal punto da preferire la finale di Champions League al primo vero appuntamento con lei. Che fare, dunque, per alleviare la convivenza forzata con stadio, pallone e fanatismo da tifoso? Questo romanzo, che ha vinto la Coppa dei Lettori di Finzioni la scorsa estate, cerca una risposta con ironia, costruendo un prontuario per donne che vogliono sopravvivere alla passione per il calcio dei propri amati, cercando anzi alcuni lati positivi in questa passione cieca. Per esempio, la possibilità di sfruttare i momenti di rabbia e disperazione dell’amato, successivi ad una sconfitta della sua squadra, per fargli entrare in odio un capo di abbigliamento o un accessorio orrendo, assicurandosi così che non lo indossi più. Tra echi di vecchie canzoni (Perché, perché, la domenica mi lasci sempre sola?), stratagemmi e cliché da evitare (Mai chiedere cosa sia il fuorigioco!), S si batte per riuscire a conquistare il suo Alessandro (detto Baghdad) pur nell’anno immediatamente precedente ai Mondiali in Brasile. La sua storia fungerà da esempio per tante altre giovani e meno giovani donne italiane.

coverFebbre a 90′, Nick Hornby, Guanda. Il celebre autore inglese Nick Hornby, in questo libro autobiografico racconta la propria condizione di inguaribile tifoso dell’Arsenal, squadra della Londra Nord. Il racconto è diviso in tanti brevi capitoli, che raccontano ciascuno una partita dell’Arsenal: gli aneddoti sono relativi alle annate tra il 1962 al 1991. Tra essi, spiccano il fanatismo dell’infanzia, con la capacità incredibile di ricordare date e dettagli sulle squadre e sui giocatori, gli sbalzi d’umore causati più dal calcio che dagli accadimenti della vita vera, l’associazione forse insana tra i successi dell’Arsenal e i successi personali dell’autore. C’è spazio anche per i dettagli relativi al periodo storico in cui si svolge la vicenda: la nascita del fenomeno degli hooligans nell’Inghilterra Tatcheriana, i drammi dell’Heysel e di Hillsborough, le modifiche agli stadi, il conseguente aumento del prezzo dei biglietti e dunque il cambiamento nel tipo di pubblico. Tutto questo, fermandosi ai primi anni ’90, quindi senza arrivare all’ingresso nel mondo del calcio dei capitali provenienti dagli Emirati o dalla Russia, all’esistenza di «tifosi» cinesi o indonesiani per le squadre europee più forti nel marketing, ai dibattiti intorno agli status dei giocatori sui social network. Hornby è un tifoso inguaribilmente romantico, per il quale gli aneddoti relativi alle partite del suo Arsenal hanno un ruolo fondamentale tra i ricordi di una vita. Schiavi del suo fanatismo, amici e conoscenti cercano di organizzare incontri e cene in giorni in cui non giochi l’Arsenal, e rivolgono a lui il loro pensiero in occasione delle più eclatanti vittorie e sconfitte dei Gunners.

Questi libri mi hanno entrambi incuriosita, anche se il primo cavalca uno stereotipo, il secondo dimostra che lo stereotipo, con tutti i suoi eccessi, corrisponde alla verità. Inutile dire che, tra i due, quello in cui mi sono riconosciuta maggiormente è Febbre a 90′. Con un passato da abbonata allo stadio, fatto di esaltazione e pianti per la mia squadra, non avrebbe potuto essere altrimenti.

Stay Tuned

Lo sport del diavolo. Biografia di un campione

Non leggo moltissime biografie, ma devo ammettere che, quando lo faccio, si tratta quasi sempre di biografie di personaggi sportivi. In loro c’è qualcosa che mi affascina: la lotta costante per la vittoria, la concentrazione, la necessità di essere sempre al top fisicamente, il saper sopportare la tensione delle gare più importanti, quelle giocate davanti a migliaia di persone e viste in TV in tutto il mondo.

hair-raising-athletes-andre-agassiDato che il calcio è l’unico sport che seguo con costanza, la maggior parte delle biografie che ho letto sono di calciatori, ma da tempo ero tentata da Open, la storia di Andre Agassi, pubblicata in Italia da Einaudi nel 2011.

Di Agassi, prima di leggere Open, sapevo poco o niente. Avevo presente le fotografie di questo tennista un po’ particolare, con i capelli lunghi e un look che non passava certo inosservato, negli anni ’80. Ricordavo anche il cambio radicale di capigliatura, e i poster di Agassi rasato a zero, con bandana e orecchino, che mettevano nei giornalini che leggevamo alle medie. Gli stessi giornalini in cui trovavamo i poster delle boyband. Come molti, insomma, avevo un’immagine ben precisa di Agassi, legata principalmente al suo aspetto fisico, l’abbigliamento stravagante, i capelli biondi, l’essere un personaggio da pubblicità. Sapevo, naturalmente, che si era sposato con Steffi Graf, ma non mi era esattamente chiaro quanti e quali trofei avesse vinto come tennista.

Il fatto di non essermi documentata sulla carriera di Agassi come sportivo prima di leggere Open, mi ha in realtà permesso di godere di questa biografia come di un romanzo, restando di volta in volta con il fiato sospeso durante il racconto delle partite, in quanto non conoscevo il risultato finale. Questo forse per me è stato un beneficio, e il fatto di fruire di questo libro come se si trattasse di una fiction mi ha tenuto sulle spine e ha reso più appassionante la lettura.

La storia è costruita in modo che il libro sia «per le masse» e non solo per gli intenditori, ma credo che anche chi abbia seguito Agassi mentre era in attività, e sia dunque a conoscenza delle sue vittorie e sconfitte, amerebbe questo libro per gli innumerevoli retroscena, le curiosità, la descrizione dell’essere umano che si nasconde sotto il rivestimento dorato del campione. Perché Agassi, con il suo turbinio di emozioni, i comportamenti non sempre esemplari, l’eccentricità, umano lo era davvero, forse anche troppo per il mondo del tennis.

Si dice che il tennis sia lo sport del diavolo, e a me viene in mente quel fotogramma di Match Point in cui la pallina rimbalza sul bordo bianco della rete e resta sospesa in aria. La voce fuoricampo riflette allora sull’importanza della fortuna nella vita, ma un vero tennista sa che, al di là della fortuna, la tenuta fisica e psicologica sono le variabili più importanti in gioco. Durante il libro sembra che Agassi ammetta che queste cose gli sono spesso mancate e questo ha fatto la differenza rispetto al rivale di sempre, il connazionale Sampras, più razionale e più vincente.

La biografia contiene aspetti forse eccessivamente romanzati, relativi alla love story con la Graf e alla descrizione del rapporto con il padre Mike, ex-pugile iraniano, aggressivo e fanatico, deciso a fare di almeno uno dei suoi figli un campione del tennis. Ma la parte secondo me più interessante e avvincente resta la visione «dall’interno» di un match di tennis, con tutte le emozioni, i nervosismi e le difficoltà fisiche connesse. Ciò che non vediamo quando osserviamo una partita da spettatori, è ciò che avviene nella testa del giocatore: reggere a questa pressione e alla solitudine a cui si è esposti sul campo da gioco è ciò che può fare di un tennista un campione.

Oppure no.

Stay Tuned

 

Luogo, tempo, verità: ho conosciuto Agota Kristof

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Immagine tratta dal film Il Grande Quaderno

Bentornati a tutti! È arrivato il momento di parlarvi dei libri che ho imbrattato di crema solare quest’estate e di scambiare finalmente opinioni sulle letture estive. Ci siamo ormai resi conto che l’era in cui l’estate durava tre mesi è finita. Se un tempo, in gioventù, d’estate riuscivamo a leggere una quantità spropositata di libri, ora leggerne due o tre durante le vacanze è già un traguardo importante. D’altra parte, bisogna rassegnarsi: i tomi, più che all’estate, bisogna rimandarli all’età della pensione.

Un romanzo letto quest’estate che mi ha veramente impressionata è Trilogia della città di K., di Agota Kristof (Einaudi). Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questo libro diversi anni fa, partecipando alla festa di compleanno di un amico, che lo ricevette in regalo. Il titolo e il nome dell’autrice avevano suscitato la mia curiosità fin da subito, ma solo qualche anno dopo ho finalmente acquistato una copia della Trilogia. Mi sono infine dedicata alla sua lettura quest’estate.

Il romanzo è diviso in tre parti, per tanti aspetti diverse tra loro. L’autrice trascina il lettore a ritmo serrato, soprattutto nella prima parte, appoggiandosi su uno stile asciutto e sul curioso carattere dei protagonisti. Si narra la storia di due gemelli attraverso un’infanzia difficile prima, una vita travagliata poi.

Non si parla mai nello specifico di un luogo, in questo romanzo. L’origine dell’autrice e i dettagli presenti nel testo fanno però pensare che la vicenda si svolga in un paese dell’Est-Europa, forse proprio l’Ungheria. Non è svelata esplicitamente nemmeno una vera dimensione temporale; ancora una volta bisogna interpretare tutto attraverso i segnali lanciati da Kristof all’interno della storia, e ogni dettaglio fa pensare che in sottofondo ci siano in un primo momento la Seconda Guerra Mondiale e poi l’avvento del comunismo.

Ma la cosa veramente affascinante, è che non ci sia nemmeno una verità. Kristof mette le carte in tavola nel primo libro; poi le mischia. Il lettore non riesce a dare un senso agli avvenimenti, a collocare nel tempo e nello spazio i due giovani gemelli al centro della storia, che nel primo libro parlano all’unisono, come se fossero una persona sola. La prospettiva è destinata a cambiare e gli avvenimenti assumono una nuova forma.

Ma è proprio questo il bello: la storia dei due ragazzini, che definire eccentrici è dir poco, evolve come non ci si aspetta. Trilogia della città di K. è un romanzo che fa venir voglia di parlarne subito con un amico che l’abbia letto, perché lascia a bocca aperta, come tutte le cose belle al punto da diventare taglienti.

P.S. In Italia esce il 27 agosto Il Grande Quaderno, pellicola tratta dal primo dei tre libri. È un film ungherese, realizzato nel 2014. Qui trovate il trailer.

Stay Tuned.

Bari nel Buio: La Ferocia

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Illustrazione di Gaetano Bigi

Non avrei potuto scegliere un momento più hype per leggere La Ferocia di Nicola Lagioia, romanzo fresco fresco di Premio Strega e candidatura alla Coppa dei Lettori di Finzioni. Senza aver letto nessuno dei libri in gara, l’ho votato alla Coppa dei Lettori perché mi sembrava il romanzo più interessante, a partire dalla presentazione. Avendo letto tra i candidati solo Ferrante e a lettura di Lagioia in corso, la sera del Premio Strega ho tifato Lagioia.

La frase di questo libro che ho preferito non ha direttamente a che fare con nessuno dei protagonisti:

La decadenza cominciava da una piscina in cattivo stato di manutenzione.

Si tratta della constatazione fatta nel descrivere una donna affacciata verso il giardino della propria villa. Eppure, in questa frase c’è tutto.

C’è l’accenno alla manutenzione di una struttura costruita dall’uomo per creare un paradiso artificiale, che rimanda all’attività di Vittorio Salvemini, arricchito grazie alla speculazione edilizia, al suo muoversi in questo mondo come uno squalo, in maniera sporca, losca. La figura di Vittorio è il ritratto non troppo velato di figure purtroppo presenti nel panorama italiano.

C’è la decadenza morale che sta dietro i nuovi aristocratici, gli ultra-benestanti che in questa storia celano dietro le ville e gli oggetti simbolo del benessere qualcosa di lercio, disgustoso; mucillagine che si annida in superficie in una piscina di cui nessuno si prende cura, piastrelle sbeccate sul fondo.

C’è la parola cattivo, richiamo alla cattiveria pronta a diventare ferocia, che sta dietro ai comportamenti dei protagonisti di questo romanzo: i Salvemini sono una famiglia piena di misteri, che nasconde storie colme di angoscia, rabbia e disagio. Lagioia, attraverso una scrittura costruita in modo solido e allo stesso tempo minuzioso, come una cattedrale, ci accompagna a scoprire ogni intrigo, mentre la facciata messa in piedi da Vittorio si ritrova minata alle fondamenta nel momento della scoperta del cadavere della figlia Clara, trovata ai piedi di un autosilo dalla quale si sarebbe gettata.

Proprio Clara impersona fino all’estremo la decadenza, con i suoi comportamenti che, scopriamo andando avanti, sono quelli tipici di chi abbia perso ogni tipo di rispetto per se stesso per gettarsi nell’oscurità. I personaggi principali e secondari, con le loro azioni e al di là delle loro ossessioni, rappresentano un’umanità degenerata, animale. E, a loro volta, gli animali presenti nel romanzo diventano inquietanti e a tratti selvaggi: dopo questa lettura, restano le immagini degli occhi spalancati di un gufo, di un vorticoso sciame di falene, dell’aggressiva lotta tra una gatta e un grosso ratto.

Ne ho lette di tutti i colori su La Ferocia, ma per me questo libro non merita che lodi, per il modo in cui è scritto, per la trama costruita in modo da tenere il lettore in sospeso, e per il ritratto di una certa brutta Italia che aleggia in sottofondo.

Stay Tuned